Bilal

In Another Life

2015 (eOne/Purpose Music Group) | alt-soul, art-funk-r&b

Nel girone dei grandi talenti ignorati di questo 2015 poteva mica mancare Bilal Sayeed Oliver? Strano mondo, quello dello showbiz; per un D'Angelo che raccatta - pur con merito - le lodi del mondo intero, ci sono personaggi dello stesso giro che non raggiungeranno mai simili attenzioni. E pensare che, proprio ai tempi d'oro del neo-soul, l'avvenente Bilal debuttava con "1st Born Second" (2001), aiutato dalla combriccola Soulquarians, prodotto con J Dilla e acclamato da gente del calibro di Erykah Badu e i Roots. Invece poi, "colpa" un innato talento e l'impellente bisogno di dover sempre pesticciare oltre il selciato, Bilal si è trovato a fare un percorso a zig-zag nel mondo discografico che gli ha scrollato di dosso quasi tutti i fan che aveva raccattato. Ci sono stati, nell'ordine, un album mai pubblicato ("Love For Sale"), una stilosissima vendetta passata alla centrifuga ("Airtight's Revenge", 2010), e un episodio riuscito solo a metà ("A Love Surreal", 2013) - la sua carriera sembra la copia carbone delle vicende dell'altrettanto talentuoso e sfortunatissimo Van Hunt.

Così, mentre tutti urliamo attorno al ritorno di D'Angelo, in pochi ci accorgiamo che anche Bilal sta portando avanti un percorso artistico tutt'altro che scontato. Lacrime di coccodrillo? Forse, ma Bilal oggi è un outsider di quelli veri, ai quali per farsi notare non basta nemmeno l'endorsement dell'amico di vecchia data divenuto rapper più quotato del momento Kendrik Lamar; era proprio la voce di Bilal, infatti, quella che si sentiva su "These Walls", brano presente nel chiacchieratissimo "To Pimp A Butterfly" uscito giusto pochi mesi fa. Lamar, in cambio, è andato a trovare Bilal in studio e ha finito col partecipare alla curiosa "Money Over Love" (della quale è stato pure girato uno straniante video). Peccato, insomma, perché nel suo piccolo Bilal è uno di quei nobili principi che stanno trainando l'attuale black music verso lidi forse un po' impervi e fuori mano, ma dannatamente interessanti.

Indomito sperimentatore, si diceva; su "In Another Life" Bilal ha adottato un processo totalmente diverso dal suo solito, ovvero ha scritto e arrangiato tutte le canzoni, ma ha lasciato gli oneri di produzione interamente in mano ad Adrian Younge (Ghostface Killah, Jay Z).
"Non ho mai fatto una cosa del genere in vita mia", ha confessato poi, "ma di Younge mi sono fidato ciecamente". E ha fatto bene, perché Younge è indubbiamente abile - del resto è stato proprio quest'ultimo a riesumare giusto un paio d'anni fa il vecchissimo nome Delfonic (un gruppo vocale attivo sin dagli anni 60), co-scrivendo un disco nuovo di zecca che coniugava il vintage con uno sguardo tutt'altro che calligrafico al passato. E oggi la sua mano colpisce ancora una volta il bersaglio; non ce ne vogliano gli attuali discepoli del sacro verbo del soul più puro, quali Leon Bridges e Sharon Jones, ma contro il loro stile certamente onesto ma a zero fantasia, i solchi di "In Another Life" pullulano letteralmente di trovate.

Un canto di sirena alticcia dai riverberi dub ("Sirens II", ovviamente), un pezzo che sembra omaggiare il "Theme From Retro" dei Blur ("Star Now", e i marziani atterrano tra di noi!), bossa nova giocherellona ("Open Up The Door"), un piacione lounge-soul ("I Really Don't Care"), princeiane strizzatine di palle ("Pleasure Toy"), una melodia dalle tessiture gospel condita da effettistica retrò ("Love Child", a un passo dai primi Air), ululati notturni ("Lunatic") e chi più ne ha ne metta.
La voce di Bilal è come un balsamo per l'anima, ora graffiante e nasale, ora calda e rassicurante, sull'umida intimità di "Holding It Back" si mescola con estrema facilità a quella di una defilatissima Kimbra (nota ai più come la controparte femminile a Gotye nella famosa "Somebody That I Used To Know"). Poteva poi mancare il contributo all'hashtag #blacklivesmatter? Il video due in uno di "Satellites/Lunatic" si spiega da solo.

D'accordo, allora, "In Another Life" è un album zeppo di spigoli, dalla produzione bizzarra e volutamente analogica, che richiede molto dall'ascoltatore e non sarà mai popular, specialmente in Europa, dove l'idea già aleatoria di per sé di "soul alternativo" tende ad attecchire poco e male. Ma Bilal rimane un autore oltremodo coraggioso e fuori da ogni corrente, che mette il suo talento al servizio della musica senza farsi minimamente distrarre da dinamiche che non siano quelle dettate dal suo (cocciutissimo) animo. Ammirabile.

(22/07/2015)



  • Tracklist
  1. Sirens II
  2. Star Now
  3. Open Up The Door
  4. I Really Don't Care
  5. Pleasure Toy
  6. Satellites
  7. Lunatic
  8. Money Over Love
  9. Love Child
  10. Holding It Back
  11. Spiralling
  12. Bury Me Next To You




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