GABI

Sympathy

2015 (Software) | vocale, ambient

Con tutto che in tempi recenti la ricerca e la sperimentazione sullo strumento più antico del mondo hanno trovato nuova fioritura e pregio, grazie all'interessamento di varie figure che ne hanno ulteriormente ampliato le possibilità esplorative e le ibridazioni stilistiche, l'idea che ha portato Gabrielle Herbst, in arte GABI, a comporre i brani di “Sympathy” e inciderli poi in studio quantomeno vanta ben pochi paragoni. Con studi accademici di spessore, e un vasto curriculum di esperienze e incontri (Zeena Parkins e Marina Rosenfeld tra i tanti), di certo la musicista statunitense non giunge alla sua prima pubblicazione sulla lunga durata con l'imbarazzo e le incertezze della novellina, bensì come un'artista rodata e scafata, forte di capacità consolidate e di un approccio peculiare alla materia trattata. L'ascolto del disco conferma tutto il rigore e la solidità di realizzazione che ne hanno accompagnato l'ideazione e lo sviluppo.

Al netto dei giudizi che si possono esprimere sull'operato della Herbst, quel che traspare dalle diafane ambientazioni illustrate nell'album è che a quest'ultimo un concetto come facilità di fruizione sfugge in tutta la sua consapevolezza. Non è di certo un progetto ostico come i pinnacoli orrorifici eretti da Diamanda Galàs, né tanto meno si inerpica su rupi scoscese come le arcane interrogazioni di Meredith Monk. Ciò nonostante, “Sympathy” è comunque lavoro che si sottrae a facili quanto subitanei apprezzamenti, imprendibile nell'essenza come impalpabile nelle trame che lo muovono, intessute su contributi sonori e timbrici che nel loro disgregare banali interferenze di genere ed emozione popolano un luogo altro, animato da ectoplasmi, rappresentazioni spettrali di ciò che vanno esprimendo.
Un'intransigenza espressiva che si riflette, com'era preventivabile (e sotto certi aspetti pure necessario) dapprima sull'utilizzo che la musicista fa della propria voce. Scevre della sacralità pagana di una Julianna Barwick, con un gusto per la composizione atmosferica che però le allontana da attendibili sviate pop, le nove tracce sono, più che uno studio sulle potenzialità dell'elemento vocale in quanto tale, un'accurata analisi sugli eventi che precedono quest'elemento stesso, e sulle modalità di integrazione reciproca tra i due. Il respiro quindi diventa il protagonista assoluto della ricerca della Herbst, il motore immobile su cui si incardina (o perlomeno prova a incardinarsi) il restante bastimento, con tutti i connessi e annessi che ciò comporta.

Scarno e umbratile, trasparente come il cristallo ma non per questo prono a facili concessioni eteree, “Sympathy” è album di opposti in continua attrazione, di romanze interiori e mantra sublimi, di orditi cameristici (viola, violino, pianoforte e vibrafono tra i protagonisti) e sottili acrobazie produttive, di confessioni e massimi sistemi; il tutto viene trattato con un'omogeneità di pensiero, una compattezza di visione che non lascia spiragli, grosse possibilità di manovra. E questo, oltre a rappresentare il motivo principale di fascino, allo stesso tempo costituisce il limite più significativo della proposta. GABI sa ridurre ai minimi termini le tessiture delle proprie composizioni senza scadere nell'inconsistenza, operando di interessanti accorgimenti esecutivi che sappiano evitare eccessive piattezza e omogeneità, ma l'inafferrabilità, quell'intensità primordiale che trapela dai sospiri e dalle misurate scelte vocali della Herbst finisce per perdersi, sgonfiarsi nella lunghezza, invero eccessiva, dei brani in cui viene incanalata. La sottile magia che quindi si instaura negli incantati fraseggi dell'artista (talvolta regalando brividi di dolorosa imponenza, vedasi “Fleece” oppure la profonda maestosità di “Falling”, strutturata come una suite capace di concedersi addirittura una parentesi blues-jazz à-la Bohren & Der Club Of Gore) finisce così con lo sciogliersi come neve al sole, col dissipare gran parte della propria carica poetica anche quando l'intuizione saprebbe rivelarsi vincente.

È un peccato insomma che ci sia la tendenza ad allungare la minestra più del necessario, a disperdere le idee attraverso passaggi spesso troppo ripetitivi e superflui, quando una maggior condensazione e accorpamento indubbiamente avrebbero giovato nel complesso. La Herbst mostra di avere dalla sua una buona attitudine alla trasfigurazione e al rilancio di stilemi invero spesso abusati (le auto-armonizzazioni di “Where” che provano a ridefinire il concetto di coralità virandolo in chiave ambient; le cadenze noir di “Da Mind” rimarcate attraverso interessanti interventi cameristici), ma è necessario un ulteriore sforzo in avanti in termini di gestione e controllo della propria creatività affinché questa sbocci in tutte le sue qualità. Incoraggiarla in questo senso è il minimo che si possa fare.

(23/06/2015)

  • Tracklist
  1. Koo Koo
  2. Da Void
  3. Love Song
  4. Mud
  5. Falling
  6. Where
  7. Fleece
  8. Home
  9. Hymn




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