Nadine Shah

Fast Food

2015 (Apollo) | blues-rock, dark-blues

Quel che è sicuro è che con Nadine Shah sul sicuro non c'è proprio verso che si vada a parare. Lo aveva messo in chiaro sin dalle premesse, dalle prime, timide apparizioni discografiche di qualche annata fa: tematiche, contesto, composizione e scrittura tradivano senza tanti giri di parole una sensibilità, una modalità di accostarsi all'arte e alla vita che, se non si può definire unica nel suo genere, quantomeno ha dalla sua una sufficiente autonomia di manovra per poter schivare quella costante, fastidiosa sequela di paragoni senza criterio a cui molta della critica attuale non sa proprio rinunciare. Se quindi nell'eccellente opera prima argomenti come la malattia mentale e la perdita di quanto ci è caro giungevano come un pugno allo stomaco avvertito con lungo ritardo, attraverso la struttura bipartita di un album diviso tra ardore elettrico e struggente intimismo pianistico, in “Fast Food” la cantautrice dello Yorkshire restringe il campo d'azione, ma non arretra di un passo rispetto alla sofferta intensità dell'esordio, che viene finanche estremizzata negli sviluppi e nelle modulazioni. Non sembrerà poi molto come cambio di prospettiva, ma la sterzata che ne sovviene ha determinato aggiustamenti importanti nelle mire artistiche della musicista, invitata adesso a scelte di peso e a un maggiore raccoglimento stilistico: anche così, quella potente inquietudine che ha contraddistinto i trascorsi di miss Shah trova mille e più modalità di espressione.

Nessun dietrofront, in ogni caso: posta davanti a se stessa, agli scogli ancora insuperati, alle paure da affrontare e al passato con cui fare i conti, Nadine non pone alcun filtro, non indora la pillola. Soprattutto, non sceglie la strada del pietismo, dell'auto-indulgenza compiaciuta, da decantare con il supporto di tre accordi e qualche lamentevole linea canora appena abbozzata. Con tinte forti, accese, a richiamare le locandine dei film horror anni 70, e con il volto dell'autrice a far finalmente capolino con una posa degna di una femme-fatale dei tempi passati, la copertina parla chiaro: è di passione, sangue, rabbia e ardore che si parla, non c'è più tempo di riflettere, di risparmiare il fiato e giocare a rimpiattino con i sentimenti. È giunta l'ora di agire insomma, di correre qualche rischio in più; se questo significa alzare i toni, ben venga, non è che ci si stia a formalizzare più di tanto.
Slancio e fervore, senza troppe soluzioni alternative: più che comprensibile che a tracciare la mappatura dell'anima della Shah, più che il pianoforte si presti un organico strumentale corposo, possente, dall'impianto rock ma dalle derive imprevedibili. In questo senso, “Fast Food” amplifica e sparpaglia le direttrici elettriche che avevano fatto la fortuna della prima cinquina di brani di “Love Your Dum And Mad”, talvolta mettendone in evidenza il lato più ossessivo e minimale, talaltra aprendosi a soluzioni più estrose e spiazzanti, che recidono ogni identità di genere.

Se quindi la strada maestra rimane quella di un blues cupo, serrato, variegato nelle ritmiche e nelle modulazioni, le sviate sono sempre dietro l'angolo, pronte a manifestarsi inattese, senza biglietto da visita. Accanto alle fogge apparentemente più canoniche di un singolo come “Stealing Cars”, dove la Nostra tratta il tema dell'ansia non senza una generosa iniezione di teatralità e con una struttura che pare tutta un lungo ritornello, convive così la risoluzione decisa ma accorata di “Nothing Else To Do”, nenia in minore giocata su un costante sviluppo dell'arrangiamento, in una sorta di bolero minimalista che riesce pure a piazzare con assoluta cognizione di causa una notevole sezione di ottoni sul finale. E che dire poi dell'uso spregiudicato del piano in “Big Hands” (unico brano a disporne con così larga ampiezza), in piena fuga da ogni forma di intimismo da ballad o ricamo jazz, e intrappolato in un bizzarro trotto dal taglio ritmico, pienamente in controsterzo rispetto all'incalzare di chitarra e percussioni?

Indubbiamente, nel tenere alto il tasso di sperimentazione, timbrica e compositiva, la Shah enfatizza l'aspetto più drammatico e suggestivo delle sue interpretazioni, acuite nel trasporto e nell'intensità, ma mai fini a se stesse, come tronfi ghirigori senza significato. Anche nei frangenti in cui però il tono dei brani predilige un approccio più immediato e identificabile c'è spazio a volontà per brividi e sensazioni inattese. Dall'apertura ruspante della title track, con un taglio secco e desertico che sarebbe piaciuto tanto a Hugo Race, alla potenza granitica di “Fool”, provvista di un ritornello possente come un carrarmato e di un arrangiamento che flirta con noise-rock e post-punk, Nadine porta la propria esplorazione anche a fascinosi contatti con materiale più pop, con una dimensione melodica che sa e può veramente fruttare platee importanti, senza per questo portare a una maggiore mediocrità d'insieme.

Non provateci, insomma, nemmeno per un istante a definirla la nuova PJ Harvey. Lungi da chi scrive non augurarle analoga considerazione e notorietà, ma ormai la distanza tra le due, già all'esordio più che considerevole, a seguito di questo saggio di eclettismo e imponenza blues (che Polly Jean non ha mai abbracciato con tanta convinzione) è diventata oramai incolmabile. Nuda di fronte ai sentimenti, con la sola arma della sincerità a suo vantaggio, Nadine Shah ha bissato con forza se possibile amplificata tutte le grandi peculiarità, emotive e stilistiche, della propria arte. Se tutti i fast-food proponessero un menù dalla simile qualità, finiremmo per mangiarci ogni giorno.

(01/03/2015)

  • Tracklist
  1. Fast Food
  2. Fool
  3. Matador
  4. Divided
  5. Nothing Else To Do
  6. Stealing Cars
  7. Washed Up
  8. The Gin One
  9. Big Hands
  10. Living




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