Porno Teo Kolossal

Tannoiser

2015 (Bam Balam) | avant-rock, psych

Oscuro quartetto di Torino, Porno Teo Kolossal debutta nel 2012 con le infuocate e nevrotiche jam post-rock di “Solamente il buio”, impreziosite da una vasta gamma di penetranti distorsioni e bilanciate dai monologhi riverberati del vocalist.
Questa breve opera però impallidisce, e con essa anche le pur valenti prove di Ultimo Attuale Corpo Sonoro e Il Vuoto Elettrico, rispetto al secondo “Tannoiser”, lo stato dell’arte del rock free-form nel 2015, un’improvvisazione cacofonica di due ore in due parti.

La prima è vagamente suddivisa in brani, o meglio in veri e propri movimenti. Il primo, “Opus Day Pistorum” (12 minuti), è uno dei più violenti, un singspiel-comizio sardonico e ruggente generato da informi distorsioni, che implode più volte e - dopo una flebile cantica - riparte più galattico che mai. Non vi è alcuna parvenza di riff regolari o anche solo conosciuti, nei 9 minuti di “Stanza 306” vi è solo un cupo, sconsolato strimpellio di chitarra, ovviamente sempre in forma libera e incredibilmente lirica. Il canto disperato incalza una tensione alla “The End” Doors-iana e fa eruttare un’estesa jam di bollori acidi.

La title track forse spreca la sua anche più vasta durata nel duplicare una “Stanza 306” indebolita (al meglio convoluta) e “La colonna sonora dell’età moderna” si dà a un flusso di coscienza più amichevole che quasi echeggia i cantautori italiani, specie una fatua trance alla Battiato.
I 12 minuti di “Kandahar” però la aumentano in un’indole più aliena che tibetana, il cosmo che accompagna la voce s’infiamma con essa, ed è forse il punto di maggior compattezza tra vocalist e band. I droni catastrofici di tutti gli strumenti che aprono “Il tunnel in fondo alla luce” (10 minuti) si addomesticano per permettere un discorso delirante del cantante, in una cadenza alla “Come In Number 51” dei Pink Floyd ma ad altissimo voltaggio: l’effetto è riuscito a metà e nondimeno chiude con un tono grandioso.

Queste parti, per quanto sfinenti, messe insieme superano solo di poco l’ampiezza pantagruelica della seconda parte dall’unico blocco di 58 minuti, “Deep”. Ben lungi dal ripetersi, la pièce è piuttosto una controparte angelica della prima, un singolo eco della “Dark Star” dei Grateful Dead che si propaga e rifrange nell’eternità, un vastissimo preludio fatto di cantillazioni riverberate, sospensioni tossiche, vibrato stellari, occasionalmente trafitto da voce e percussioni che compaiono dal vuoto.

Il riferimento al “Tannhauser” del titolo è doppiamente significativo: non solo c’è una grandiosità di proporzioni wagneriane, ma anche la sua totalità armonica, urlata, esplosa, declamata in ogni modo consentito. Gli fa da contraltare una sezione ritmica, pur meno libera, estremamente malleabile. E’ il vascello con cui il progressive-rock italico, vecchio o nuovo che sia, scopre l’aldilà delle sue colonne d’Ercole. Parca, e mirata, la post-produzione, non una goccia di elettronica, incisione sinfonica.

(01/04/2015)

  • Tracklist

Cd 1:

 

  1. Opus Day Pistorum
  2. Stanza 306
  3. Tannoiser
  4. La colonna sonora dell’età moderna
  5. Kandahar
  6. Il tunnel in fondo alla luce

 

Cd 2:

 

  1. Deep
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