Andrea Schroeder

Void

2016 (Glitterhouse / Indigo) | songwriter, dark

"Pray to the God, pray to the Devil, whatever you share, it all goes down, in the void". Con queste parole, declamate al ritmo incalzante e selvaggio dei tamburi, quasi fosse una danza nelle tenebre, si apre "Void", ovvero la title track del tanto atteso terzo disco della musa dark Andrea Schroeder.
"Void" è stato registrato tra Berlino e Stoccolma ed è composto da undici tracce. Le musiche sono composte dal duo Schroeder/Lehmkuhl. La cantante tedesca, invece, è l'autrice di quasi tutte le liriche del disco, ad eccezione di due poesie: "Was Poe Afraid" di Charles Plymell e "Black Sky", ad opera del poeta underground Rob Plath che, in questo caso, si tramutano in due meravigliose ballate melanconiche dalle sfumature noir alla Nick Cave.

Già dalle prime note del disco ci rendiamo subito conto che l'atmosfera si è fatta più oscura rispetto ai due lavori precedenti grazie anche alla produzione affidata a Ulf Ivarsson e Victor Van Vugt (Nick Cave, PJ Harvey) che hanno indirizzato la sonorità di "Void" su un sentiero più selvaggio. Ci sono pochissime concessioni acustiche e il suono è, nel complesso, più duro ed estraniante.
A giovarne è proprio la flessibilità della voce della Schroeder, potente e raffinata allo stesso tempo, che dimostra di aver raggiunto una grande consapevolezza dei propri mezzi espressivi. Sono spiacente con i nostalgici della "Factory Epoque" ma, in tutta franchezza, nel 2016 l'accostamento con Nico non vale più. Basti ascoltare brani come "My Skin Is Like A Fire" e "Kingdom", in cui la voce della poetessa tedesca sembra quella di una sacerdotessa gotica che, tenendo una fiaccola in mano, ci conduce inesorabilmente verso gli abissi della disperazione mentre canta "Deep inside there is sadness, there is wilderness and pain, when the sweet river flows my skin is like a fire" quasi come fosse una sorta di mantra catartico. La sezione strumentale fa da contrappunto a questa grande potenza emotiva.

Nel brano intitolato "Burden" (che vede il chitarrista degli Swans Kristof Hahn in qualità di ospite d'eccezione) le atmosfere si fanno ancor più fredde e il suono più industrial. La ritmica solida e martellante ad opera di Maurizio Vitale alla batteria e di Dave Allen al basso, le dissonanze distorte e graffianti della chitarra di Jesper Lehmkuhl, le vibrazioni dell'hammond di Mike Strauss sono come il motore di una locomotiva che viaggia, brano dopo brano, verso il cuore delle tenebre. Il disco ci coinvolge e procede dritto. Poche le concessioni a momenti intimi e riflessivi come nel caso di "Little Girl", una melanconica ballata sussurrata nella quiete della notte che, attraverso il racconto delle tristi vicende di una rifugiata, vuole denunciare il dramma dei profughi in fuga dalla guerra. Quando sembra non esserci più speranza, ci pensa il violino di un angelo dal nome di Catherine Graindorge a riportarci verso orizzonti finalmente più sereni e sognanti con la bellissima ultima traccia del disco, la tenerissima "Endless Sea".
"Creatures" ricorda alcune cose della Marianne Faithfull più noir (ovvero quella di "Before The Poison") e "Don't Wake Me" è, forse, l'unica concessione alle atmosfere più morbide del precedente disco "Where The Oceans End". Ma si tratta di un episodio isolato.

"Void" conferma Andrea Schroeder come una tra le più grandi interpreti rock in circolazione. Per tutti quelli che ne avranno occasione, sarà un vero piacere ascoltare dal vivo questo disco, dalle tinte decadenti come quelle di un autunno bramoso di tramutarsi in inverno.

(22/09/2016)

  • Tracklist
  1. Void
  2. Black Sky
  3. Burden
  4. My Skin Is Like Fire
  5. Kingdom
  6. Little Girl
  7. Creatures
  8. Was Poe Afraid
  9. Drive Me Home
  10. Don't Wake Me
  11. Endless Sea
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