zeitkratzer

Reinhold Friedl: KORE

2016 (Karlrecords) | contemporanea, chamber-drone/noise

Al di fuori degli zeitkratzer, nessun ensemble di musica contemporanea può rivendicare un curriculum con “esperienze lavorative” al fianco di Lou Reed, Merzbow, William Bennett e Zbigniew Karkowski: ciò in virtù - ancor prima di un’innegabile preparazione tecnica - di una visione artistica che ha dell’eroico nel trattare la materia noise alla stregua della scrittura classica, dissezionandola e trasponendola in partiture cameristiche assolutamente inaudite.
L’illuminato avanguardista al quale dobbiamo una simile avventura è Reinhold Friedl: pianista, compositore e direttore della formazione da quasi vent’anni, è forse il prototipo dell’antiaccademico del terzo millennio, impegnato com’è nel demolire il piedistallo su cui tuttora poggia la cosiddetta “musica d’arte”. E lo fa guardando a coloro che furono tra i primi a mettere in discussione l’estetica dominante, accogliendo nel processo creativo strutture alternative e forme di dissonanza estrema, anche attraverso la stratificazione di nastri magnetici e di live electronics.

“KORE” riprende un discorso cominciato da Friedl nell’opera “Xenakis [a]live!”, in onore del grande innovatore franco-greco, che con “Persepolis” e “La Légende d’Eer” poneva le basi di ciò che oggi zeitkratzer ripropone in veste esclusivamente strumentale. Ma se un progetto come “Whitehouse” significava farsi strada e metter mano a un sistema estraneo, perverso e inospitale, con “KORE” Friedl ha la possibilità di ripartire da un foglio bianco e modellare autonomamente la propria idea di “noise acustico”. Concretamente si tratta di un unico monstrum diviso per convenienza in quattro movimenti: un flusso ininterrotto di glissandi allucinati, impennate di ottoni e clangori di varia intensità, che guardano non soltanto a Xenakis ma si direbbe anche e soprattutto a Scelsi, a Romitelli e alle sound icons di Horațiu Rădulescu.
Nove elementi amplificati avvolgono lo spazio creando una sovrastruttura sonora dall'avanzamento stabile, e tuttavia soggetta a frastagliature minime e costanti, con momenti di inevitabile saturazione entro i quali nessuna voce può sperare di avere la meglio, né tantomeno di conservare una netta individualità.

Un insieme, dunque, che non mira al “frastuono più atroce” quanto piuttosto a un modello avanzato e polifonico dell’intonarumori di Luigi Russolo, ricreato con un’ammirevole operosità industriale, uno stacanovismo anti-espressivo sul quale gli zeitkratzer sono ampiamente rodati.
Soltanto nel secondo e quarto movimento emergono alcune tinte anomale, stile danse macabre, dal pianoforte dello stesso Friedl, mentre per il resto l’immagine mentale dominante è quella di un motore sempre pronto al decollo, al quale giungerà finalmente in un poderoso climax finale: un'accelerazione inesorabilmente diretta allo schianto contro un muro di suono granitico, oltre le cui fessure possono trapelare soltanto le ultime, flebili tessiture degli archi in armonico naturale.

Il totalismo sonoro di Friedl, insomma, non prende le mosse dall'immaginario distorto e invariabilmente non-significante dell'harsh noise, bensì dalla concretezza degli elementi naturali, dalla loro imperfezione e dalla loro capacità del tutto spontanea e randomica di generare il caos; un disordine che non spaventa e che anzi ci attrae continuamente, poiché proprio di una realtà di cui facciamo esperienza sempre e in modi sempre diversi.

(24/02/2016)

  • Tracklist
  1. KORE 1
  2. KORE 2
  3. KORE 3
  4. KORE 4
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