Guignol

Porteremo gli stessi panni

2018 (Atelier Sonique) | songwriter, folk-rock

È la terza volta che recensiamo i milanesi Guignol su queste pagine, e, ancora una volta, registriamo il rinnovamento dei membri della band: accanto al leader Pier Adduce, è rimasto il bassista Paolo Libutti e sono arrivati il chitarrista Antonio Marinelli e il batterista Michele Canali, che ha però delegato i propri compiti per questo disco a Dario Marchetti. Lo stile del progetto resta comunque inconfondibile, pur nel suo continuo rinnovarsi. La particolarità che distingue questo disco dagli altri è il parziale allontanamento dal rock, termine che, nel suo senso più ampio, è sempre stato adatto ai sei precedenti album: qui, Adduce e i suoi si spostano verso territori più da cantastorie, nei quali le chitarre sono solo uno dei numerosi elementi del suono e l’andamento melodico e ritmico ricorda principalmente la canzone tradizionale, sia italiana che d’oltreoceano.

Tastiere, hammond, pianoforte e armonica sono parte integrante della nuova veste sonora dei milanesi, e questo impianto accompagna melodie volutamente liquide, dimostrandosi perfettamente adatto a valorizzare il carattere narrativo dei testi, in modo che tutto l’insieme abbia la forza evocativa necessaria per portare l’ascoltatore in ambientazioni che spaziano tra il disagio di una coppia che si sposa senza in realtà conoscersi davvero e che comunque decide di rimanere unita, le complesse dinamiche delle famiglie numerose di qualche decennio fa, le problematiche a cui vanno inevitabilmente incontro gli adolescenti che vivono in periferie non necessariamente degradate, ma dove non tutto è rose e fiori. Ad aprire e chiudere il disco, due versioni musicate di altrettante poesie del poeta e attivista politico lucano Rocco Scotellaro, entrambe adatte al contesto complessivo del disco.

Il rischio di un lavoro impostato in questo modo è quello di indulgere troppo nello storytelling, facendo sì che sia il suono che le melodie siano meramente al servizio di ciò che si vuole narrare e dell’atmosfera conseguente. Invece, il merito principale di questo disco è il portare con sé un valore anche dal punto strettamente musicale. L’andamento morbidamente marziale di “Padre Mio”, l’ariosità di “Sei Fratelli”, la polverosa claustrofobia di “Orizzonte Stretto” sono solo alcune delle modalità nelle quali vengono declinate le due idee-base: quella di un suono sempre meno appariscente ma sempre più basato su dinamismo e armonizzazioni tra alcuni o tutti gli strumenti sopra citati, e quella di uno stile melodico che di certo non vuole invogliare l’ascoltatore a fischiettare sotto la doccia, ma che risulta sempre come un flusso organico e ben definito.

Di conseguenza, queste dieci canzoni si ascoltano molto facilmente, non solo per l’efficacia dei testi, il realismo del timbro vocale e la forza evocativa delle atmosfere, ma anche per un songwriting sempre più maturo e arrangiamenti vari e coerenti sia tra di loro che con la storia di questo progetto musicale. Nonostante i continui cambiamenti nella line-up, il nome Guignol ha ormai un Dna che, insieme all’unione tra passione e ispirazione del leader, ha permesso alla band di riuscire in una missione delicata come può essere una svolta stilistica così marcata dopo tanti anni di esistenza.

(30/04/2018)



  • Tracklist
  1. Padre Mio
  2. Diversi Opposti
  3. Sei Fratelli
  4. Come Maria Vergine
  5. L'Orizzonte Stretto
  6. 1979
  7. Oggi dopotutto
  8. La Promessa
  9. Pozzanghera Nera 18 Aprile
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