Libri

Brian Olewnick

Keith Rowe: The Room Extended

di Michele Palozzo
Autore: Brian Olewnick
Titolo: Keith Rowe: The Room Extended
Anno: 2018
Editore: powerHouse Books
Lingua: inglese
Pagine: 500
Prezzo: $ 29,95

rowe_cover300Potrebbe sembrare eccessivo trovarsi davanti una biografia – anzi “la” biografia – di Keith Rowe lunga quasi 500 pagine, quando esistono volumi d’analoga mole sulla vita e le opere di protagonisti di rilievo assoluto nel jazz e nella classica. Ma d’altronde in tale considerazione i presupposti sbagliati sono almeno due: che la vicenda artistica di Rowe riguardi soltanto lui, anziché un collettivo musical-concettuale rivoluzionario e dalla storia travagliata; e che il percorso del chitarrista sperimentale inglese, ormai prossimo agli ottant’anni, non meriti così tanto approfondimento da dedicargli un testo monografico.
Non si può, invece, sottostimare l’importanza e la novità del lavoro intrapreso da Brian Olewnick – in passato giornalista per The Wire, All Music Guide e Time-Out New York – nel corso di oltre cinque anni, raccogliendo testimonianze e documentazioni rare sull’epopea AMM e i suoi accoliti, facendo di “The Room Extended” anche uno degli excursus più completi sulla seminale compagine dell’avanguardia britannica, idealmente affiancabile a quello che John Tilbury ha dedicato a Cornelius Cardew, maestro e co-fondatore del gruppo.

Il libro si apre su una precisa ed emozionante descrizione del “tavolo operatorio” di Rowe, come un dipinto dal chiaroscuro caravaggesco dove gli oggetti immobili prendono vita per mezzo di una fioca illuminazione da palco: un vero e proprio preludio cui segue un’introduzione esauriente ma non pedissequa sull’infanzia e la formazione dell’artista, entro la quale man mano si profilano alcuni elementi essenziali che ritorneranno, più o meno inconsciamente, negli sviluppi della sua espressione creativa.
La radio, unico mezzo di collegamento tra la casa popolare di Plymouth e il resto del mondo, ascoltata in religioso silenzio da bambino e inseparabile sorgente di suoni estranei nelle performance dal vivo della maturità. L’assordante rumore dei martelli pneumatici nel cantiere navale dove lavorò subito dopo il conseguimento della laurea in Belle Arti, probabile ispirazione per il cacofonico modus operandi del collettivo AMM agli esordi (autentica genesi del noise, escludendo i futurismi di Russolo). La mai sopita passione per la grafica, con tratti essenziali e “proto-pop”, elemento ricorrente dall’iconico camion della copertina di “AMMMusic” (1967) sino ai più disparati progetti collaborativi incoraggiati da Jon Abbey, fondatore e curatore dell’etichetta Erstwhile.

A metà degli anni 60 consideravo la chitarra come una tela bianca, un oggetto da osservare e immaginare: “Cosa posso fare con questa cosa?”. Mi ha aiutato guardare le figure cubiste di chitarre e immaginare come avrebbero suonato. [...] Ho applicato direttamente i procedimenti delle arti visive a questo strumento elettrico: quello di Pollock quando stendevo orizzontalmente la chitarra sul dorso, interagendo con la sua superficie; quello di Duchamp usando oggetti comuni come coltelli, piccoli ventilatori e cucchiai da cocktail per suonarla; quello di Rauschenberg quando includevo la radio. Considerare l’esecuzione come un dipinto mi ha offerto, quasi immediatamente, un nuovo linguaggio per lo strumento. (Conversazione con David Sylvian per BOMB, 2010)

Con dovizia di aneddoti, testimonianze, articoli dell’epoca e dixit dell’artista, Olewnick espone ampiamente i presupposti concettuali, le contraddizioni e i dissidii interni al gruppo, talmente radicale da condurre necessariamente più cicli di vita, tutti parimenti travagliati, passando dall’incomprensione del pubblico a quella tra i suoi stessi componenti. In tal senso non vengono fatti sconti in merito agli egoismi, le derive oltranziste e i fanatismi politici che hanno interessato sia Cardew che Rowe, idiosincrasie e ferme convinzioni che ne hanno influenzato l’approccio musicale a dispetto degli altri membri storici, e in particolare del percussionista Eddie Prévost, il ricongiungimento col quale si sarebbe davvero realizzato soltanto nel cinquantenario del progetto, con un tour celebrativo a opera del trio “classico” con Tilbury.

Giustamente, dunque, viene dedicato tanto spazio e approfondimento alle burrascose traversie di un gruppo “impossibile”, a costo di passare in rassegna un po’ sommariamente le vicende collaterali sviluppatesi da inizio millennio. È in questo periodo che emerge in maniera più autentica la poetica sonora di Rowe: nei dialoghi con gli esponenti dell’EAI e dell’onkyo giapponesi; negli sporadici e intensi duetti con Tilbury (da “Duos For Doris” a “Sissel”); e infine da solista, nell’estremo isolazionismo di “The Room” e “The Room Extended”, recente summa di una pluridecennale parabola che dal frastuono più intransigente giunge a un timore reverenziale nei confronti del silenzio, turbato soltanto quando non sembra possibile fare altrimenti. 

Posso visualizzare abbastanza bene La Stanza. So che i muri, sebbene siano scuri, di un color marrone “Rothko”, sono di fatto trasparenti e li puoi attraversare… perciò attualmente l’intero conflitto in Medio Oriente sarebbe parte della Stanza [...] l’intera questione della povertà nel mondo, l’ingiusta distribuzione dell’acqua intorno al globo. Parte della Stanza è anche l’attività di qualcuno seduto di fronte a una tela mentre crea la sua opera. È quella parte di storia… il compositore seduto al tavolo, qualcuno che scrive una poesia.

Sulla descrizione neutrale di ciò che (non) avviene nelle quattro ore di quest’ultima monolitica opera in studio – anzi domestica – si conclude un volume che offre tante spiegazioni ma che lascia inevitabilmente tanti interrogativi su ciò che ha rappresentato l’utopica avventura AMM, tanto discussa quanto mai veramente compresa se non da chi, come Olewnick, si adoperi ad affrontarla con approccio scientifico ma appassionato, da storiografo come da critico esperto.
Tra le appendici si segnalano in particolare un’intervista a Eddie Prévost (l’altro lato della barricata, in un certo senso), un saggio sull’arte figurativa di Rowe e una precisissima disco-videografia che nessun database aveva mai raccolto in forma così completa.

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Recensioni

KEITH ROWE

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