Personalità introversa ed enigmatica, modesta e poco incline allo show-business, David Sylvian vanta un singolare percorso artistico in continua evoluzione, caratterizzato da una variegata e pregevole successione di stili e progetti musicali, nonché da una ricca e blasonata schiera di collaboratori (Mick Karn, Ryuichi Sakamoto, Holger Czukay, Jon Hassell, Mark Isham, Kenny Wheeler, Robert Fripp, David Torn, Phil Palmer, Danny Thompson, Wayne Braithwaite, Ronny Drayton, Bill Nelson, Mel Collins e molti altri).
Nel 1983, abbandonate all'apice del successo le fascinazioni glam-pop dei Japan, fra i compromessi che lo avrebbero reso una megastar commerciale e il corteggiamento di allettanti proposte, fra le quali quelle di Andy Warhol (che avrebbe dovuto scrivere dei testi per un eventuale altro album dei Japan) e Ivo Watts-Russell della 4AD (che lo avrebbe voluto perlomeno inserire nel progetto "This Mortal Coil"), Sylvian scelse la difficile via solista, quella dell'arte legata alla ricerca interiore.
Sebbene il suo look camaleontico non abbia mai trovato un punto fermo, le sue composizioni sono via via affiorate nel corso degli anni, materializzandosi in una forma sonora sempre più essenziale e ricercata, che sembra distare anni luce dalle sue prime apparizioni con i Japan (che lo vedevano essere bollato come nient'altro che un ibrido di Sylvain delle New York Dolls e Bryan Ferry dei Roxy Music), ma che già a distanza di due anni, a partire dal terzo album "Quiet Life", lasciava intravedere quello che sarebbe poi diventato il suo classico stile. Composizioni quali "The Other Side of Life", "Nightporter", "Ghosts" tracciavano in punta di piedi la strada che l'artista londinese avrebbe percorso in solitudine. Solitudine relativa, peraltro, perché ad affiancarlo si succederà una serie impressionante di personalità del mondo del rock (e non solo).
Su tutti un nome: Ryuichi Sakamoto. "Ryuichi ha un merito che gli riconoscerò sempre - ha ricordato Sylvian - quello di essere entrato nei momenti chiavi della mia vita artistica. Quando all'epoca dei Japan la mia creatività conobbe momenti di stallo, mi convinse a registrare insieme il brano Bamboo Houses, e quando mi sottopose la musica per la colonna sonora di 'Furyo', invitandomi a comporre il testo di una canzone, il risultato fu l'estrema naturalezza di 'Forbidden Colours'. Infine, fu lui a esorcizzare l'ansia del mio debutto solista incoraggiandomi a realizzare il mio primo album".
Incoraggiato proprio dal successo mondiale di "Forbidden Colurs", splendida composizione vicina alla new age e costruita su un intreccio di tastiere struggenti e ritmi esotici, Sylvian realizza il suo primo album solista, Brilliant Trees (1984), con uno stuolo di collaboratori d'eccezione: Jon Hassell, Mark Isham e Kenny Wheeler (trombe), Holger Czukay (ex-Can) e Danny Thompson (basso).
Il risultato è una musica vicina all'avanguardia, che riprende i toni languidi e trasognati delle ballate elettroniche dei Japan, ma li mescola con tecniche minimaliste, ambientali e psichedeliche. Non sempre tuttavia l'esito di queste composizioni è convincente: vittima della sua presunzione, Sylvian si avventura su sentieri da cui non sembra uscire. L'intreccio sonoro è sofisticato e affascinante, ma l'ex-leader dei Japan non sembra possedere una quantità di melodie sufficienti a giustificare i suoi brani, che affondano così spesso in strumentali lenti e abulici, come la title track.
Il successivo Ep Words With The Shaman (1985) è una suite strumentale in tre parti, eseguita insieme a Jon Hassell, Holger Czukay e il fido Jansen, ed estratta da uno spettacolo multimediale con cui Sylvian gira il mondo. Il disco mescola ancora una volta suoni esotici, ritmi tribali e tecnologia moderna, e anticipa i successivi esperimenti d'avanguardia realizzati insieme a Czukay.
Con il doppio Gone To Earth (1986), Sylvian torna invece al genere "ballata elettronica" che aveva caratterizzato il suo esordio da solista. Il disco mostra segni di progresso: il funky atmosferico di "Taking The Veil", la serenata trasognata di "Silver Moon", la suite psichedelica di "Before The Bullfight", uniti a una manciata di piece strumentali in stile new age, danno l'impressione di un cantautore ormai maturo, in grado di fondere battiti elettronici e strumenti acustici in un reticolo di delicate cartilagini armoniche.
L'impressione trova conferma in Secrets Of The Beehive (1987), che resta a tutt'oggi il suo capolavoro. L'album, quasi interamente acustico, con arrangiamenti di Sakamoto ed esecuzione (tra gli altri) di Sakamoto, Mark Isham e David Torn, è un ritorno alla forma-canzone a scapito delle suite strumentali. Il risultato sono arrangiamenti formidabili e accordi semplici, ma emozionanti, che mettono in luce un Sylvian più colloquiale e meno lirico, tra bisbigli trasognati, filastrocche e poemi spettrali.
Nei suoi trentaquattro minuti, il disco emerge come un dipinto intriso da toni perlopiù cupi, ricco di sfumature e fortemente irradiato dagli intensi squarci di luce sparsi nel disco.
Un'opera in penombra, come sembra suggerire la foto di Sylvian ritratta da Yuka Fuji del retro copertina così come l'intero design affidato per l'occasione a Vaughan Oliver (immagine costante della 4AD), nella quale Sylvian sussurra, declama, trascende, immergendosi con profonda dedizione nei meandri dell'anima con i suoi densi e preziosi fraseggi vocali. Un album quasi interamente acustico, magicamente arrangiato da Sakamoto, capace di plasmare le intuizioni di Sylvian senza mai coprirle, esaltandone l'assoluta bellezza con tessiture armoniche magistralmente eseguite da musicisti d'eccezione, quali Mark Isham, David Torn, Phil Palmer, Danny Thompson, Steve Jansen, Danny Cummings, oltre allo stesso Sakamoto.
Quella di Secrets Of The Beehive è forma canzone-poesia essenziale, dove i testi, ancora più ermetici ed emblematici dei precedenti, tendono a esprimere sempre più il bisogno di introspezione, lottando fra spettri del passato, disagi esistenziali, forze oscure, solitudine. Il tutto accompagnato da un costante spiraglio di speranza.
Nove tracce di intensa bellezza che nell'insieme, pur godendo ogni brano di una propria e distinta personalità, sembrano dar vita ad un unico e omogeneo viaggio: il fugace ritratto delle atmosfere autunnali di "Septmber", la struggente ballata di "The Boy With The Gun", i chiaroscuri evocativi dell'eterea "Maria", lo splendido arpeggio flamenco che accompagna le liriche metaforiche di "When Poets Dreamed Of Angels", le oscure atmosfere noir di "Mother and child" e "The devil's own", la solitudine e l'eco dei ricordi sui tappeti orchestrali di "Waterfront", la gioia e la sacralità di "Let The Happiness in" e i lontani riverberi delle delicate armonie di "Orpheus", citazione del leggendario e misterioso cantore.
A queste nove perle, l'edizione su cd ne aggiunge un'altra come bonus track : "Forbidden Colours", nuova versione del singolo-capolavoro di Sakamoto e Sylvian del 1983, già presente nella colonna sonora del film di Nagisa Oshima "Merry Christmas Mr. Lawrence", interpretato da David Bowie (in Italia: "Furyo").
Secrets Of The Beehive dà vita a una musica-pensiero che si incontra con l'anima, assimilando il fascino dell'ignoto per proiettarsi nei punti più profondi della percezione, una purezza che non lascia vie di mezzo: incanta o allontana.
Le due successive collaborazioni con Czukay, Plight And Premonition e Flux + Mutability, fanno da preludio all'imprevista "reunion" dei Japan, sotto lo pseudonimo di Rain Tree Crow (1991). Il progetto recupera in parte le atmosfere di "Tin Drum", ma non lascia il segno e sarà l'ultima performance corale del quartetto londinese.
Nel 1991, infatti, Sylvian torna da solo con la suite The Beekeeper's Apprentice, tratta da un CD/libro di Russell Mills, "Ember Glance" (il cd sarà pubblicato nove anni dopo come Approaching Silence). Poi è la volta della collaborazione con Robert Fripp (King Crimson), che produce The First Day (1993). E' un'opera complessa, che sembra nascere più dalle tortuose sperimentazioni del tardo Fripp che dalle matrici esotiche di Sylvian, rintracciabili solo nella ritmata "God's Monkey". Il sodalizio, comunque, porterà anche a un album dal vivo, Damage (1994).
Nel frattempo la vita a Londra comincia a stare stretta all'ex-dandy dei Japan: "La routine londinese mi rendeva claustrofobico. Cominciai a esaminare quei luoghi che avrebbero potuto risvegliare i miei interessi - anche quelli extramusicali, come la pittura astratta e la fotografia. Optai per Minneapolis, dove tra l'altro ho conosciuto mia moglie". Si tratta della cantante e poetessa Ingrid Chavez, con la quale Sylvian si trasferisce, nel 1996, in California.
Passano così quattro anni prima dell'uscita di Dead Bees On A Cake (1999), il suo più recente album. Tra i "segreti dell'alveare" (Secrets of the behive) e le "api morte sulla torta" (Dead bees on a cake), non può mancare un nesso: "Pensando all'alveare mi ricollegai all'antica rappresentanza della famiglia ideale e a una scala di valori connessi alla spiritualità - ha spiegato Sylvian -. Con le canzoni di Secrets of the behive esprimevo il bisogno di appartenere, di essere accettato, e al tempo stesso manifestavo il senso dell'isolamento. Le api sono invece una metafora dell'ego, mentre la torta è l'oggetto del desiderio".
Ancora una volta il musicista londinese riunisce un ensemble di collaboratori prestigiosi: Kenny Wheeler, Bill Frisell, Steve Jansen, Marc Ribot, e Talvin Singh. Il risultato finale è una raccolta di ballate sofisticate, segnate anche dall'impronta dei co-produttori Ryuichi Sakamoto e Peter Gabriel. "I Surrender" e "The Shining Of Things" sono i momenti più riusciti, ma troppi brani affogano in un mare di effetti e di suoni privi di un'anima. Anche se definisce la new age "un superficiale dolcificante dei problemi umani", Sylvian, che dice di credere nella reincarnazione e conduce da tempo un controverso percorso spirituale, si avvicina col tempo proprio alle sonorità più trascendenti di quel movimento.
Dopo il disco strumentale Approaching Silence (che ripropone la suite "The Beekeeper's Apprentice"), esce anche Everything & nothing, una raccolta doppia ricca di inediti e nuove versioni di vecchi brani. Un lavoro che conferma tutta la classe di Sylvian, un musicista che non ha mai smesso di sperimentare da quando la sorella lo iniziò alla musica: "Il silenzio della nostra casa veniva interrotto dai suoi dischi che diffondevano il soul della Tamla Motown e i Beatles", ha raccontato. Da allora, la sua ricerca è proseguita sui binari dei suoi musicisti preferiti: "Il Miles Davis del periodo elettrico, Nick Drake, Robert Wyatt, John Martyn, Scott Walker e il Lou Reed di 'Berlin'. Ma - conclude - credo sia l'esperienza del vivere la più grande fonte d'ispirazione".
Per Blemish (2003) l'ex-leader dei Japan ripiega sulla forma del soliloquio: non più ospiti prestigiosi e arrangiamenti a tutto tondo, Sylvian suona quasi tutto da solo, la sua voce, decisamente più un recitato che un cantato, è accompagnata da pochi effetti elettronici minimali, qualche intervento di chitarra del famoso improvvisatore free-jazz Derek Bailey e poco altro. Un disco pervaso della stessa asciuttezza e intimità rilevabili, in ambiti molti diversi, nel Nick Drake di "Pink Moon"o nel Robert Wyatt di "Dondestan".
Si parte con la title track , introdotta da effetti elettronici in loop , poi parte la voce, quella sì immutata, profondissima, che accompagna tutto il pezzo in un lento salmodiare, una specie di mantra da terzo millennio con un raggelante ma lirico contrasto tra la componente umana della voce e l'accompagnamento robotico, a tratti dissonante. L'anima dell'intero lavoro è già nel brano di apertura. Si prosegue con "The Good Son" e questa volta l'accompagnamento è principalmente affidato alle improvvisazioni di Bailey alla chitarra acustica, con Sylvian che più che cantare sembra raccontarci una storia, in un brano che poco concede a un ascolto distratto.
Poi, "The Only Daugther", che riprende il primo brano in maniera ancora più minimale, con un accompagnamento più morbido che ricorda i lavori con Czukay. Il clima non cambia con "The Heart Knows Better": la voce continua il suo lento dispiegarsi, pigra ma ineluttabile, ipnotica ma inquietante; non c'è consolazione né serenità in "Blemish", ma un ripiegarsi impercettibile verso una silente angoscia. Seguono la brevissima "She Is Not", sempre con Bailey, e "Late Night Shopping", dove appare una cantabilità inedita per il disco. "How Little We Need To Be Happy", ancora con un Bailey particolarmente destrutturante e cacofonico, prelude al finale, segnato dai gorghi elettronici di Fennesz in "A Fire In The Forest", che conclude il cd in maniera al contempo più tagliente e meno angosciosa, quasi romantica.
Nel 2005 David Sylvian si dedica al progetto parallelo dei Nine Horses, con l'album Snow Borne Sorrow, che però non lascia il segno, rifugiandosi in arrangiamenti di gran classe, tanta bella forma, una voce che è, e resta, unica e inimitabile. Ma con canzoni che si reggono solo sul mestiere, sul manierismo spinto, e come tali assolutamente dimenticabili.
Il percorso artistico di David Sylvian, ormai, non è più quello di un ragazzo sedotto dalle bambole newyorkesi, né quello del poeta romantico innamorato della disco-dance europea, resta ben poco anche della contaminazione nipponica, del fascino del ritmo sottile che incantò anche i duri di cuore.
L'evoluzione senza schemi genera in Manafon (2009) la prima vera rivoluzione nel suo portfolio sonoro, radicalizzando ancor più la scrittura d'insieme. La nuova struttura sonora appartiene più al jazz e all'avanguardia che al rock sperimentale o all'ambient più colto, con i musicisti che sembrano concentrati sull'impossibile costruzione di un indefinibile suono dagli infiniti spazi vuoti.
L'iniziale "Small Metal Gods" è il manifesto della nuova forza vocale di Sylvian, toni elegiaci da tenore e un delicato vibrato descrivono con intensità la perdita della fede, mentre eleganti note e provocazioni elettroniche sottolineano il tormento intellettuale. Alla voce è affidata tutta la forza armonica dei brani, essa diventa così strumento principale, unica depositaria delle dolorose verità che i testi svelano senza apparente angoscia, mentre la paura gela le emozioni. La musica rimpiazza il canto, il conforto e la carezza vengono, infatti, dalle sparute note che i musicisti elaborano evitando di contaminare la voce.
"The Rabbit Skinner" si agita su frammenti di jazz estremo e noise dalle connotazioni futurista, le turbolenze sonore di Christian Fennesz e Evan Parter duettano col languore del piano e del violoncello, la voce di Sylvian è ricca di armonie seducenti che sfuggono alle metriche del suono. In "The Greatest Living Englishman", i giapponesi Akiyama, Sachiko, Nakamura e Yoshihide estraggono dalle intuizioni di John Cage rumori e modernismi che soffocano ogni possibilità di redenzione, il canto privo di speranza onora il suicidio come unica alternativa al decadimento morale. "Emily Dickinson" e "The Department Of Dead Letters" ristrutturano il tono armonico con fluenti suoni di piano e vibranti improvvisazioni di sax soprano, mentre la leggerezza melodica (?) di "Random Acts Of Senseless Violence" si adagia sul tappeto sonoro più aspro. L'unica traccia che non esaspera la tensione emotiva è "Snow White in Appalachian", la voce si distende sicura mentre il finale apre uno spiraglio di luce in un fronte sonoro ormai catartico.
Il disco si chiude con l'intro strumentale più lungo, la voce resta in attesa, i suoni sempre più solitari perdono ogni contatto col canto disarmonico e sfuggente, la figura del poeta Gallese R.S. Thomas, altrove evocata, diviene quasi una proiezione morale dell'artista. Quello che è evidente è che l'improvvisazione e l'imprevedibilità, due peculiarità che sembravano aliene al patrimonio sonoro dell'autore, sono invece le reali protagoniste di questo incantevole album, che ha forse solo negli eccessi di narcisismo di "125 Spheres" l'unico punto debole.
Contributi di Michele Chiusi ("Blemish"), Gianfranco Marmoro ("Manafon")


