David Sylvian

David Sylvian

Lo sciamano del silenzio

di Claudio Fabretti, Piero Ferrara

Abbandonate le fascinazioni glam e sintetiche dei Japan, David Sylvian ha intrapreso un'ambiziosa carriera solista, che lo ha visto al fianco di alcuni guru del rock e dell'avanguardia. Con la sua voce d'angelo a illuminare atmosfere jazz, ambient e minimali. Paesaggi sonori che distillano emozioni in fulgide e lontane nebulose

Personalità introversa ed enigmatica, assai poco incline allo show-business, David Sylvian vanta un singolare percorso artistico in continua evoluzione, caratterizzato da una variegata e pregevole successione di stili e progetti musicali, nonché da una ricca e blasonata schiera di collaboratori (Mick Karn, Ryuichi Sakamoto, Holger Czukay, Jon Hassell, Mark Isham, Kenny Wheeler, Robert Fripp, David Torn, Phil Palmer, Danny Thompson, Wayne Braithwaite, Ronny Drayton, Bill Nelson, Mel Collins e molti altri).

Nel 1983, abbandonate all'apice del successo le fascinazioni glam-pop dei Japan, fra i compromessi che lo avrebbero reso una megastar commerciale e il corteggiamento di allettanti proposte, fra le quali quelle di Andy Warhol (che avrebbe dovuto scrivere dei testi per un eventuale altro album dei Japan) e Ivo Watts-Russell della 4AD (che lo avrebbe voluto perlomeno inserire nel progetto "This Mortal Coil"), Sylvian scelse la difficile via solista, quella dell'arte legata alla ricerca interiore.
Sebbene il suo look camaleontico non abbia mai trovato un punto fermo, le sue composizioni sono via via affiorate nel corso degli anni, materializzandosi in una forma sonora sempre più essenziale e ricercata, che sembra distare anni luce dalle sue prime apparizioni con i Japan (che lo vedevano essere bollato come un ibrido di Sylvain delle New York Dolls e Bryan Ferry dei Roxy Music), ma che già a distanza di due anni, a partire dal terzo album "Quiet Life", lasciava intravedere quello che sarebbe poi diventato il suo classico stile. Composizioni quali "The Other Side of Life", "Nightporter", "Ghosts" tracciavano in punta di piedi la strada che l'artista londinese avrebbe percorso in solitudine. Solitudine relativa, peraltro, perché ad affiancarlo si succederà una serie impressionante di personalità del mondo del rock (e non solo).
Su tutti un nome: Ryuichi Sakamoto. "Ryuichi ha un merito che gli riconoscerò sempre - ha ricordato Sylvian - quello di essere entrato nei momenti chiavi della mia vita artistica. Quando all'epoca dei Japan la mia creatività conobbe momenti di stallo, mi convinse a registrare insieme il brano Bamboo Houses, e quando mi sottopose la musica per la colonna sonora di 'Furyo', invitandomi a comporre il testo di una canzone, il risultato fu l'estrema naturalezza di 'Forbidden Colours'. Infine, fu lui a esorcizzare l'ansia del mio debutto solista incoraggiandomi a realizzare il mio primo album".

Ryuichi è sempre entrato nei momenti chiavi della mia vita artistica. Fu lui a esorcizzare l'ansia del mio debutto solista incoraggiandomi a realizzare il mio primo album.
(David Sylvian)

Merry Christmas Mr. Sakamoto

David Sylvian - Ryuichi SakamotoL'abbrivio, dunque, è tutto nel nome del maestro giapponese, che già dal 1982 aveva benedetto il nuovo corso solitario con il 7” "Bamboo Houses/Bamboo Music", due brani all'insegna del pop elettronico, firmati da Sylvian e arrangiati al piano da Sakamoto.
Ma la bomba che fa deflagrare la nuova carriera del dandy londinese si chiama "Forbidden Colours": una splendida composizione costruita sull'intreccio tra le suggestioni orientali del piano di Sakamoto e la voce angosciosa e suadente di Sylvian. Il brano è il tema centrale della colonna sonora del film "Merry Christmas Mr. Lawrence" di Nagisa Oshima (in Italia, "Furyo"). Un film di culto dell'intero decennio, ambientato a Giava nel 1942 in un campo di prigionia giapponese, diretto dal capitano Yonoi – ovvero, lo stesso Sakamoto, in una delle sue rarissime apparizioni cinematografiche - con un ambiguo David Bowie nei panni dell'ufficiale australiano Jack Celliers, verso il quale Yonoi non riesce a contenere la sua passione omosessuale, in una spirale tragica che porterà alla morte di entrambi.
"Forbidden Colours" esprime proprio questo senso di pienezza sentimentale e straziante frustrazione, attraverso anche un testo a dir poco struggente: "Here am I, a lifetime away from you/ The blood of Christ, or the beat of my heart/ My love wears forbidden colours/ My life believes…".

Il successo mondiale del brano spinge l'ex-leader dei Japan a registrare (a Berlino) il suo primo album solista, Brilliant Trees (1984), in cui però non rinuncia a due figure fondamentali della sua ex-band, ovvero Steve Jansen a batteria e percussioni, e Richard Barbieri alle tastiere, affiancandoli a un team stellare con lo stesso Sakamoto (a piano e tastiere), Jon Hassell e Mark Isham alla tromba, Danny Thompson al basso Holger Czukay (il mitico ex-leader dei tedeschi Can) alla chitarra, al corno francese e alla voce, e Steve Nye (NAI) a tastiere e pianoforte.
Il risultato è una musica vicina all'avanguardia, che riprende i toni languidi e trasognati delle ballate elettroniche dei Japan, ma li mescola con tecniche minimaliste, ambientali e psichedeliche, occhieggiando qua e là al jazz e al funk, ma allontanando ogni possibile confronto con la formula dei Japan. Anche il look sobrio di Sylvian – ritratto in copertina da Yuka Fuji in un bel bianco e nero – è decisamente distante dalla luccicante immagine glamour dei tempi di “Adolescent Sex”.
Brillano soprattutto il teso funk del singolo "Red Guitar", cadenzato dai tasti del piano, la ballata acustica di "The Ink In The Well", dedicata al pittore Picasso e immortalata da un videoclip del regista olandese Anton Corbijn, e la sofferta "Weathered Wall", che porta la firma anche di Hassell e della sua inconfondibile tromba, un brano dall'andamento scomposto, nel quale il canto di Sylvian traccia solchi di dolente profondità. Tutto si fa più rarefatto e dilatato ("Nostalgia"), solo l'iniziale "Pulling Punches" mantiene ancora qualche legame con il groove di un tempo, ormai trasfigurato in poche pulsazioni su carcasse sonore esangui (come il giro di basso insistito di "Backwaters").
L'intreccio sonoro è sempre sofisticato e affascinante, ma non sempre l'ex-leader dei Japan sembra possedere il bagaglio melodico sufficiente a giustificare appieno i brani, che si rifugiano così spesso in strumentali lenti e abulici, come l'imponente title track, firmata con Hassell, che segna un ideale crocevia tra sonorità ambientali ed ethno-world per un mantra di oltre otto minuti dal respiro epico e visionario.

Appassionato di arti grafiche e fotografia, Sylvian riesce a esportare a Tokyo la sua mostra di polaroid “Perspectives”. In terra nipponica viene contattato da una tv locale per girare un documentario nella zona industriale della capitale, assieme al regista locale Yasayuki Yamaguchi. Il tema della colonna sonora è una lunga suite strumentale di nome "Steel Cathedrals", incisa negli studi di Sakamoto assieme a Czukay, Wheeler, Hassell e Jansen. Un'operazione priva di qualsiasi appeal commerciale, che la Virgin decide di pubblicare soltanto in una musicassetta a tiratura limitata, Alchemy - An Index Of Possibilities, che include anche tre pezzi ambient, destinati a confluire nell'Ep Words With The Shaman” ("Steel Cathedrals" sarà invece ristampata su cd negli anni Duemila, assieme a due altri brani - "Kin" e "A Brief Conversation Ending In Divorce – tratti dall'Ep “Pop song” del 1989).

Il successivo passo è proprio l'Ep Words With The Shaman (1985), una suite strumentale in tre parti, eseguita insieme a Hassell, Czukay e il fido Jansen, ed estratta da uno spettacolo multimediale con cui Sylvian gira il mondo. Il disco mescola ancora una volta suoni esotici, ritmi tribali e tecnologia moderna, e anticipa i successivi esperimenti d'avanguardia realizzati insieme a Czukay.

"Gone To Earth" ha i colori proibiti ed evanescenti di un miraggio, quel tremolio dipinto di vernici astratte con cui si perdono i sogni al primo risveglio.
(Giampiero Vigorito, Rockstar)

Sbarco sulla Terra

David SylvianCon il doppio Gone To Earth (1986), griffato in copertina da un bel dipinto di Russell Mills, Sylvian torna invece al genere "ballata elettronica" che aveva caratterizzato il suo esordio da solista, facendosi affiancare ancora una volta da un cast di fuoriclasse: Robert Fripp, Bill Nelson, Kenny Wheeler, Phil Palmer oltre agli immancabili Jansen e Barbieri.
Ne scaturisce il suo primo capolavoro da solista, con alcune prodezze memorabili: il funky atmosferico del singolo "Taking The Veil", cadenzato sulle corde dell'acustica di Palmer e sulle pulsazioni del basso di Ian Madman; l'omaggio a Milan Kundera di "Laughter And Forgetting", con i vocalizzi suadenti di Sylvian puntellati solo dal pianoforte e un finale epico, in cui svetta l'ottone soprano di Wheleer; la mesmerica "Before The Bullfight", suite avvolgente e ipnotica, propulsa dal drumming di Jansen e distesa sui morbidi tappeti sintetici di Barbieri, con sparuti interventi di Nelson alla chitarra e lontane dissonanze di tromba; la title track, con il chitarrismo straniante di Fripp ad assecondare la voce recitante di Sylvian; le percussioni selvagge di "River Man" (arricchita dagli inserti di sax di Mel Collins); la serenata trasognata di "Silver Moon", in cui il canto suadente del dandy londinese viene esaltato da un arrangiamento etereo, tra ricami delicati di chitarre, assoli di sax e frasi di piano.
Il secondo disco, invece, presenta una serie di brani strumentali, diluiti in paesaggi elettronici diafani e opalescenti, che immergono l'ascoltatore in un clima da sogno, che pare a tratti lambire l'estasi trascendente.
Gone To Earth conferma l'avvenuta maturazione di un compositore moderno e completo, in grado di fondere battiti elettronici e strumenti acustici in un reticolo di delicate cartilagini armoniche. La sua musica è un sogno a occhi aperti. Come scrive Giampiero Vigorito su Rockstar: "Questo disco ha i colori proibiti ed evanescenti di un miraggio, quel tremolio dipinto di vernici astratte con cui si perdono i sogni al primo risveglio. C'è la luminosità marmorea dell'antica Grecia, la dolcezza di un giardino inglese, il presepe umano di una vecchia illustrazione di Shanghai, la sabbia dorata del Sahara, il mosaico specchiato delle risaie cinesi. Si può anche guardare più in alto, ad un’armonia celeste di pianeti in lenta navigazione nello spazio, che ci trasportano dei suoni lontani e meravigliosi".

Il progetto successivo  è una nuova collaborazione con Czukay, che prende forma nei Can Studio di Colonia con il nome di Plight & Premonition, coinvolgendo anche il batterista della storica band kraut-rock, Jaki Liebezeit, e il conduttore radiofonico Karl Lippegaus. Il risultato è una lunga improvvisazione in due movimenti, all'insegna di un ambient pittorico e astratto.
L'esperimento al fianco del compositore di Danzica si ripete nel 1988 in un nuovo lavoro ambient, Flux + Mutability”, al quale - oltre a Liebezeit - partecipano anche il chitarrista dei Can, Michael Karoli, e il trombettista Markus Stockhausen, figlio del celeberrimo compositore Karlheinz.

E' un periodo di febbrile creatività per l'ex-leader dei Japan, che sembra disinteressarsi completamente ai risvolti commerciali della propria produzione. Così, nel 1990, è la volta di una nuova registrazione sperimentale, Ember Glance: The Permanence Of Memory, di fatto la colonna sonora di una collaborazione tra Sylvian e il musicista inglese Russell Mills. Le pièce vengono composte come accompagnamento musicale di una installazione di scultura e arte sperimentale realizzata da diversi artisti internazionali al Tokyo Creative '90, ospitato nel Temporary Museum di Tokyo. A corredo del cd, anche un ricco booklet illustrativo. Quei due brani - "The Beekeeper's Apprentice" ed "Epiphany" - saranno poi recuperati da Sylvian nell'antologia Approaching Silence del 1999.

Pensando all'alveare mi ricollegai all'antica rappresentanza della famiglia ideale e a una scala di valori connessi alla spiritualità. Con le canzoni di "Secrets Of The Behive" esprimevo il bisogno di appartenere, di essere accettato, e al tempo stesso manifestavo il senso dell'isolamento.
(David Sylvian)

Il prodigio dell'Alveare

David SylvianLa maturazione del compositore inglese culmina nello spettacolare Secrets Of The Beehive (1987), che resta a tutt'oggi il suo capolavoro assoluto. L'album, quasi interamente acustico, con arrangiamenti di Sakamoto ed esecuzione (tra gli altri) di Sakamoto, Mark Isham e David Torn, è un ritorno alla forma-canzone a scapito delle suite strumentali. Il risultato sono arrangiamenti formidabili e accordi semplici, ma emozionanti, che mettono in luce un Sylvian più colloquiale e meno lirico, tra bisbigli trasognati, filastrocche e poemi spettrali.
Nei suoi trentaquattro minuti, il disco emerge come un dipinto intriso da toni perlopiù cupi, ricco di sfumature e fortemente irradiato dagli intensi squarci di luce sparsi nel disco.
Un'opera in penombra, come sembra suggerire la foto di Sylvian ritratta da Yuka Fuji del retro copertina così come l'intero design affidato per l'occasione a Vaughan Oliver (immagine costante della 4AD), nella quale Sylvian sussurra, declama, trascende, immergendosi con profonda dedizione nei meandri dell'anima con i suoi densi e preziosi fraseggi vocali. Un album quasi interamente acustico, magicamente arrangiato da Sakamoto, capace di plasmare le intuizioni di Sylvian senza mai coprirle, esaltandone l'assoluta bellezza con tessiture armoniche magistralmente eseguite da musicisti d'eccezione, quali Mark Isham, David Torn, Phil Palmer, Danny Thompson, Steve Jansen, Danny Cummings, oltre allo stesso Sakamoto.
Quella di Secrets Of The Beehive è forma canzone-poesia essenziale, dove i testi, ancora più ermetici ed emblematici dei precedenti, tendono a esprimere sempre più il bisogno di introspezione, lottando fra spettri del passato, disagi esistenziali, forze oscure, solitudine. Il tutto accompagnato da un costante spiraglio di speranza.
Nove tracce di intensa bellezza che nell'insieme, pur godendo ogni brano di una propria e distinta personalità, sembrano dar vita a un unico e omogeneo viaggio: il fugace ritratto delle atmosfere autunnali di "Septmber", la struggente ballata di "The Boy With The Gun", i chiaroscuri evocativi dell'eterea "Maria", lo splendido arpeggio flamenco che accompagna le liriche metaforiche di "When Poets Dreamed Of Angels", le oscure atmosfere noir di "Mother And Child" e "The Devil's Own", la solitudine e l'eco dei ricordi sui tappeti orchestrali di "Waterfront", la gioia e la sacralità di "Let The Happiness in" e i lontani riverberi delle delicate armonie di "Orpheus", citazione del leggendario e misterioso cantore.
A queste nove perle, l'edizione su cd ne aggiunge un'altra come bonus track: "Forbidden Colours", nuova versione del singolo-capolavoro di Sakamoto e Sylvian del 1983.
Secrets Of The Beehive dà vita a una musica-pensiero che si incontra con l'anima, assimilando il fascino dell'ignoto per proiettarsi nei punti più profondi della percezione, una purezza che non lascia vie di mezzo: incanta o allontana.

Reunion mascherata

Anche alla luce di questo successo da solista, stupisce la successiva mossa del dandy britannico: una sorta di "reunion mascherata" dei Japan, sotto lo pseudonimo di Rain Tree Crow (1991).
A sette anni dall'ultimo concerto insieme (a Nagoya, in Giappone) David Sylvian, Mick Karn, Steve Jansen e Richard Barbieri si ritrovano in studio, ma non tutto fila per il verso giusto, anzi. Tra gli ex-compari si susseguono contrasti personali e artistici, così tutto finisce in mano al dispotico Sylvian, al punto che alla fine parrà di trovarsi di fronte a un suo disco solista. Phil Palmer, chitarrista prescelto per corredare l'opera, racconterà di una tensione non proprio positiva, soprattutto perché gestita da persone che fuori dal progetto continuavano a stimarsi e a volersi bene. Eppure, il disco - uscito dopo una sfibrante battaglia con la Virgin, che voleva pubblicarlo a nome Japan - regala scampoli di assoluta bellezza ed eleganza. Un quadro sommesso, dimesso, profondamente malinconico e autunnale, nato da una band cresciuta con l'elettronica che si ritrova alle prese con una dimensione acustica, elemento che ne aumenta lo struggimento e la profondità. Strofe e ritornelli non sono mai forzati ma viaggiano in equilibrio, all’insegna di un suono molto rarefatto e dilatato, decisamente più vicino all’esperienza solista di Sylvian.
Incise in diversi studi in giro per l'Europa, tra Francia, Inghilterra e Italia, le tredici tracce forgiano un art-rock di grande fascino e suggestione, a cominciare dallo stupendo singolo "Blackwater", quasi un sogno ad occhi aperti, guidato da una radiosa melodia, e dall'ouverture "Big Wheels In Shanty Town", strumentale innervato dal basso pulsante di Karn e dal drumming ossessivo di Jansen. Ma è soprattutto la voce di Sylvian a donare un calore unico ai brani, come nella caracollante "Every Colour You Are" o nella uggiosa title track.
C'è sempre una vibrazione a bruciare sottopelle, nel tessuto dilatato di queste composizioni: su "Red Heart (As Summertime Ends)" nasce dai colpi di tamburo e dagli accordi della chitarra di Palmer, su "Pocket Full Of Change" dall'incedere del drumming e dagli strati sottili d'organo, mentre in "New Moon At Red Deer Wallow" sono tamburi africani e bassi elettrici a menare le danze.
Sylvian è il regista dell'intera operazione, e non disdegna di imbracciare egli stesso la chitarra, per assecondare la sua litania in "Boat's For Burning", lasciando poi altrove il proscenio agli ospiti, come Bill Nelson e Michael Brook, sugli scudi alle chitarre in "Blackcrow Hits Shoe Shine City".
Chiudono il cerchio l'intermezzo percussivo di "A Reassuringly Dull Sunday", il dialogo tra il banjo di Sylvian e la marimba di Jansen in "Scratching On The Bible Belt" e il synth magico di Barbieri in "Cries And Whispers, mentre la bonus track "I Drink To Forget" non ha molto da aggiungere.
Rain Tree Crow rimarrà l'ultima performance corale del quartetto londinese.

Nel 1991, infatti, Sylvian torna da solo con la suite The Beekeeper's Apprentice, tratta da un cd/libro di Russell Mills, "Ember Glance" (il cd sarà pubblicato nove anni dopo come Approaching Silence). Nello stesso anno il musicista londinese si attiva per altre due rilevanti collaborazioni: dapprima scrive ed esegue per Sakamoto due tracce dell'album “Heartbeat” ("Heartbeart (Tainai Kaiki II) Returning To The Womb" e "Cloud#9"), quindi partecipa al concept-album “Sahara Blue”, pubblicato dal francese Hector Zazou.

Insieme al Re Cremisi

Ma la collaborazione più importante del periodo si sviluppa due anni dopo. E chiama di causa il monarca assoluto del progressive. Robert Fripp era già stato in studio con Sylvian per le sessioni di Gone To Earth. Il rapporto tra i due - entrambi introversi, schivi e poco inclini al compromesso - si rivela sorprendentemente affiatato, al punto da spingere il leader dei King Crimson a chiedere a Sylvian di divenire la voce del gruppo. Declinata l'ingombrante offerta, il dandy londinese accetta però di partire con Fripp per un tour che, tra il marzo e il giugno del 1992, lo porta in giro per l'Europa e per il Giappone, mettendo in mostra un inedito cocktail di suoni e suggestioni.

David Sylvian - Robert FrippLo sbocco naturale a questa partnership è un disco a doppia firma di nome, che raccoglie i frutti dell'esperienza live, oltre a una serie di nuove composizioni registrate nei Dreamland Studios di Woodstock.
Opera complessa, sfuggente, The First Day (1993) sembra nascere più dalle tortuose sperimentazioni chitarristiche del tardo Fripp che dalle ascetiche ed esotiche tessiture di Sylvian, che porta in dote comunque l'esistenzialismo inquieto delle sue liriche. Il suono è robusto, nevrotico, venato di funk ed elettronica, ma anche impregnato della tensione tipica delle celeberrime frippertronics (le tecniche di incisione ideate da Fripp insieme a Eno, che consentono di produrre un tappeto sonoro sotto forma di canone a partire da una sola chitarra utilizzando ripetute sovraincisioni).
Dopo l'avvio in salsa funky con la sghemba "God's Monkey", tocca al ritmo incalzante di "Jean The Birdman" trascinare l'intero lavoro, grazie al riuscito connubio tra il motore pulsante di Fripp e il canto sinuoso di Sylvian. Un'operazione che si rinnova - seppur con minor verve melodica - su "Firepower", con vocalizzi eterei sopra un ruvido strato di chitarre in feedback, e "Brightness Falls", dove Trey Gunn dà man forte a Fripp mulinando riff a ripetizione
Momenti ancor più sperimentali come "20Th Century Dreaming" (claustrofobica e straniante ai limiti della psichedelia), "Darshan" (17 minuti di pulsazioni funk e frippertronics) e "Bringing Down The Light" (la partitura più eterea e astratta del lotto) suggellano un'intesa che, senza esaltare, denota certamente l'equilibrio e la classe di due fuoriclasse, disposti a sottrarre qualcosa al loro stile pur di raggiungere un'identità comune.

Entusiasti di questo sodalizio, Sylvian e Fripp ripartono in tour nell'ottobre 1993 tra Gran Bretagna, Italia, Francia, Olanda, Giappone, Stati Uniti e Canada. Ne scaturisce il bel live Damage, che fotografa le date conclusive al Royal Albert Hall di Londra. Oltre ai brani di The First Day compaiono anche alcuni inediti, come "Damage", "Blind Light Of Heaven" e "The First Day" e le riletture di alcune tracce di Gone To Earth ("Wave", "Riverman", la title track) e da Rain Tree Crow ("Every Colour You Are"). Il disco sarà poi ristampato (con diversa scaletta) nel 2001.
Chiude ufficialmente la collaborazione tra i due l'installazione multimediale Redemption alla P3 Gallery di Tokyo, in cui Sylvian scrive le musiche e Fripp scrive e recita i testi.

Nel frattempo la vita a Londra comincia a stare stretta all'ex-dandy dei Japan: "La routine londinese mi rendeva claustrofobico. Cominciai a esaminare quei luoghi che avrebbero potuto risvegliare i miei interessi - anche quelli extramusicali, come la pittura astratta e la fotografia. Optai per Minneapolis, dove tra l'altro ho conosciuto mia moglie". Si tratta della cantante e poetessa di origini messicane Ingrid Chavez, con la quale Sylvian si trasferisce, nel 1996, in California. Dalla loro unione, che durerà fino al 2004, nasceranno le figlie Ameera e Isobel.
Chiuso lo Slow Fire Tour del 1995, in cui rilegge il suo repertorio in chiave piano-chitarra-voce, Sylvian si dedica principalmente alle collaborazioni: prende parte al progetto “Marco Polo” del tandem Alesini-Andreoni, duetta con Andrea Chimenti su "Ti ho aspettato" e partecipa a lavori di Russell Mills (“Undark”, “Pearl and Umbra”), Ana Voog (“Anavoog.com”) e Sakamoto (“Discord”).

In "Dead Bees On A Cake" le api sono una metafora dell'ego, mentre la torta è l'oggetto del desiderio.
(David Sylvian)

Ritorno all'alveare

David SylvianPassano così quattro anni prima dell'uscita di Dead Bees On A Cake (1999). Tra i "segreti dell'alveare" (Secrets Of The Behive) e le "api morte sulla torta" (Dead Bees On A Cake), non può mancare un nesso: "Pensando all'alveare mi ricollegai all'antica rappresentanza della famiglia ideale e a una scala di valori connessi alla spiritualità - spiega Sylvian - Con le canzoni di 'Secrets Of The Behive' esprimevo il bisogno di appartenere, di essere accettato, e al tempo stesso manifestavo il senso dell'isolamento. Le api sono invece una metafora dell'ego, mentre la torta è l'oggetto del desiderio".
Ancora una volta il musicista londinese riunisce uno spettacolare ensemble di collaboratori: Kenny Wheeler ai fiati, Marc Ribot e Bill Frisell alle chitarre, Steve Jansen alla batteria, Tommy Barbarella alle tastiere e il fido Sakamoto partecipano alle session, tra New York e Minneapolis.
Nascono così 14 brani che sembrano sublimare in chiave ancor più eterea e impalpabile i vecchi segreti dell'aveare. I temi spaziano dalle meditazioni spirituali all'interesse per la nuova dimensione familiare (in particolare, la relazione con la compagna Ingrid).
Capolavoro dell'intero lavoro è la traccia iniziale "I Surrender", che trasporta subito in un universo "altro", all'insegna di ambientazioni nebbiose e malinconiche, dipinte dagli archi orchestrati dal maestro Sakamoto, con l'ennesima performance straordinaria di Sylvian al canto, attorniato da delicati ricami di chitarra (Ribot), flicorno (Wheeler) e flauto (Feldman) per una partitura di trascendente funk-jazz. Altro apice emotivo dell'album è "The Shining Of Things" dove le aperture orchestrali acuiscono il pathos, assecondando il crooning nostalgico del cantante londinese.
Sylvian rinuncia all'immediatezza di alcuni lavori precedenti a vantaggio di una maggior dilatazione dei suoni. Ma non mancano preziosismi strumentali da brivido, come l'intervento di Frisell alla chitarra resofonica nell'interludio "Dobro #1", i magici rintocchi di piano di Sakamoto in "Alphabet Angel", le pulsazioni di basso di John Giblin nell'astratta "Wanderlust" o ancora il dialogo tra il fender rhodes, il cembalo e il corno di Wheeler in "Thaleim", struggente episodio dalle atmosfere ambient-house e dalle liriche di struggente tenerezza ("Take the shadow from the road I walk upon/ Be my sunshine, sunshine").
Sylvian, che si fa accompagnare dai bisbigli sensuali della compagna Ingrid nella suadente "Cafè Europa", esplora un caleidoscopio di suoni innumerevoli. Spazia da venature bluesy (la tesa "Midnight Sun", con inserti da “Drifting Blues” di Charles Brown e Johnny Moore) a groove tribali in salsa etno-world ("Godman"), dal rock post-tutto di "Pollen Path" (con le chitarre slide e l'acustica di Ribot sugli scudi) alla liturgia indiana di "Khrisna Blue", tra refoli di bansuri e colpi di gong, per poi chiudere il disco assecondando alle tastiere la preghiera del guru indù Shree Maa ("Praise") e concedersi al dolce tramonto onirico di "Darkest Dreaming" (firmata insieme al musicista armeno Dijvan Gasparyan).
Un disco quasi mai accattivante, ma di indubbia eleganza e profondità, che accentua la vocazione trascendente dell'ex-leader dei Japan. A chi però lo accosta alla new age, particolarmente in voga all'epoca, Sylvian ribatte definendola "un superficiale dolcificante dei problemi umani", ma ribadendo al contempo di aver intrapreso un complesso percorso di ricerca filosofica e spirituale.

Dopo il disco strumentale Approaching Silence (che ripropone la suite "The Beekeeper's Apprentice"), esce anche Everything & Nothing, una raccolta doppia ricca di inediti e nuove versioni di vecchi brani. Un lavoro che conferma tutta la classe di Sylvian, un musicista che non ha mai smesso di sperimentare da quando la sorella lo iniziò alla musica: "Il silenzio della nostra casa veniva interrotto dai suoi dischi che diffondevano il soul della Tamla Motown e i Beatles", ha raccontato. Da allora, la sua ricerca è proseguita sui binari dei suoi musicisti preferiti: "Il Miles Davis del periodo elettrico, Nick Drake, Robert Wyatt, John Martyn, Scott Walker e il Lou Reed di 'Berlin'. Ma - conclude - credo sia l'esperienza del vivere la più grande fonte d'ispirazione".

La svolta del Duemila

David SylvianPer Blemish (2003), prima pubblicazione dalla sua etichetta Samadhisound, l'ex-leader dei Japan ripiega sulla forma del soliloquio: non più ospiti prestigiosi e arrangiamenti a tutto tondo, Sylvian suona quasi tutto da solo, la sua voce, decisamente più un recitato che un cantato, è accompagnata da pochi effetti elettronici minimali, qualche intervento di chitarra del famoso improvvisatore free-jazz Derek Bailey e poco altro. Un disco pervaso della stessa asciuttezza e intimità rilevabili, in ambiti molti diversi, nel Nick Drake di "Pink Moon"o nel Robert Wyatt di "Dondestan".
Si parte con la title track, introdotta da effetti elettronici in loop, poi parte la voce, quella sì immutata, profondissima, che accompagna tutto il pezzo in un lento salmodiare, una specie di mantra da terzo millennio con un raggelante ma lirico contrasto tra la componente umana della voce e l'accompagnamento robotico, a tratti dissonante. L'anima dell'intero lavoro è già nel brano di apertura. Si prosegue con "The Good Son" e questa volta l'accompagnamento è principalmente affidato alle improvvisazioni di Bailey alla chitarra acustica, con Sylvian che più che cantare sembra raccontarci una storia, in un brano che poco concede a un ascolto distratto.
Poi, "The Only Daugther", che riprende il primo brano in maniera ancora più minimale, con un accompagnamento più morbido che ricorda i lavori con Czukay. Il clima non cambia con "The Heart Knows Better": la voce continua il suo lento dispiegarsi, pigra ma ineluttabile, ipnotica ma inquietante; non c'è consolazione né serenità in "Blemish", ma un ripiegarsi impercettibile verso una silente angoscia. Seguono la brevissima "She Is Not", sempre con Bailey, e "Late Night Shopping", dove appare una cantabilità inedita per il disco. "How Little We Need To Be Happy", ancora con un Bailey particolarmente destrutturante e cacofonico, prelude al finale, segnato dai gorghi elettronici di Fennesz in "A Fire In The Forest", che conclude il cd in maniera al contempo più tagliente e meno angosciosa, quasi romantica.

Il 2004 vede l'artista inglese alle prese con nuove collaborazioni, tra le quali l'apporto ai testi dell'Ep “World Citizen” di Sakamoto, un intervento al canto su un brano di “Venice” di Fennesz ("Transit"), un 7” al fianco dei Blonde Redhead ("Messenger"), una partecipazione assieme a Peter Buck alla composizione elettronica “Quadri+Chromies” del duo Zazou-Caillaud e una sigla per la serie manga giapponese Monster ("For The Love Of Life").

Nel 2005, invece, Sylvian si dedica al progetto parallelo dei Nine Horses, ensemble che lo vede a fianco dell'inseparabile fratello Steve Jansen e dell'alchimista elettronico Burnt Friedman. A dire il vero, è un po' tutto il cast di musicisti a impressionare, se si pensa che appaiono i nomi di Theo Travis (uno dei migliori flautisti in circolazione), ma anche del contrabbassista jazz Keith Lowe, di Thomas Hass al sassofono, addirittura di Arve Henriksen dei Supersilent alla tromba, ma soprattutto del maestro Sakamoto al piano.
L'album Snow Borne Sorrow (2005), però, non lascia il segno, rifugiandosi in arrangiamenti di gran classe, tanta bella forma, una voce che è, e resta, unica e inimitabile. Ma con canzoni che si reggono solo sul mestiere, sul manierismo spinto, e come tali assolutamente dimenticabili.
Non si riesce a comprendere che ruolo abbia Friedman in un album che più pop-jazzy non potrebbe essere, in cui l'arrangiamento elettronico è relegato spesso in secondo piano rispetto all'armamentario di fiati e spazzole che veste le composizioni.
Non mancano, tuttavia, alcuni brani di indubbia eleganza, a partire dall'iniziale "Wonderful World", con i sussurri sensuali di Stina Nordenstam, e dalla successiva "Darkest Birds", impreziosita dalla tromba di Henriksen. Da segnalare anche gli intarsi di sax e clarinetto in "The Banality Of Evil" (ambiziosa, ma un po' irrisolta) e il loop sul quale è imperniata la litania di "Atom And Cell".
Sakamoto lascia la sua impronta soprattutto nei rintocchi sublimi che si insinuano nella rumorosa title track, mentre i fiati di Hayden Chisholm e Theo Travis surriscaldano le trame soffici di "A History Of Holes". Chiude il disco, tra vibrafoni e atmosfere quantomai rarefatte, una "The Librarian" giocata però in gran parte sulle modulazioni del canto.
Il percorso artistico di Sylvian, del resto, non è più quello di un ragazzo sedotto dalle bambole newyorkesi, né quello del poeta romantico innamorato della disco-dance europea, ma in Snow Borne Sorrow resta ben poco anche della contaminazione nipponica, del fascino del ritmo sottile che incantò anche i duri di cuore.

Oltre le soglie del suono

Chiuso il progetto Nine Horses, Sylvian si dedica ancora ad altre collaborazioni ("Angels" all'interno dell'album “Crimes Scenes” di Punkt, oltre alla strumentale "When Loud Weather Buffeted Naoshima" per una mostra in Giappone e tre brani su “Slope”, l'album d'esordio del fratello Steve), prima di partorire una nuova svolta.
L'evoluzione senza schemi genera in Manafon (2009) la prima vera rivoluzione nel suo portfolio sonoro, radicalizzando ancor più la scrittura d'insieme. La nuova struttura sonora appartiene più al jazz e all'avanguardia che al rock sperimentale o all'ambient più colto, con i musicisti che sembrano concentrati sull'impossibile costruzione di un indefinibile suono dagli infiniti spazi vuoti.
L'iniziale "Small Metal Gods" è il manifesto della nuova forza vocale di Sylvian, toni elegiaci da tenore e un delicato vibrato descrivono con intensità la perdita della fede, mentre eleganti note e provocazioni elettroniche sottolineano il tormento intellettuale. Alla voce è affidata tutta la forza armonica dei brani, essa diventa così strumento principale, unica depositaria delle dolorose verità che i testi svelano senza apparente angoscia, mentre la paura gela le emozioni. La musica rimpiazza il canto, il conforto e la carezza vengono, infatti, dalle sparute note che i musicisti elaborano evitando di contaminare la voce.
"The Rabbit Skinner" si agita su frammenti di jazz estremo e noise dalle connotazioni futuriste, le turbolenze sonore di Christian Fennesz e Evan Parter duettano col languore del piano e del violoncello, la voce di Sylvian è ricca di armonie seducenti che sfuggono alle metriche del suono.
In "The Greatest Living Englishman", i giapponesi Akiyama, Sachiko, Nakamura e Yoshihide estraggono dalle intuizioni di John Cage rumori e modernismi che soffocano ogni possibilità di redenzione, il canto privo di speranza onora il suicidio come unica alternativa al decadimento morale. "Emily Dickinson" e "The Department Of Dead Letters" ristrutturano il tono armonico con fluenti suoni di piano e vibranti improvvisazioni di sax soprano, mentre la leggerezza melodica (?) di "Random Acts Of Senseless Violence" si adagia sul tappeto sonoro più aspro. L'unica traccia che non esaspera la tensione emotiva è "Snow White in Appalachian", la voce si distende sicura mentre il finale apre uno spiraglio di luce in un fronte sonoro ormai catartico.
Il disco si chiude con l'intro strumentale più lungo, la voce resta in attesa, i suoni sempre più solitari perdono ogni contatto col canto disarmonico e sfuggente, la figura del poeta Gallese R.S. Thomas, altrove evocata, diviene quasi una proiezione morale dell'artista. Quello che è evidente è che l'improvvisazione e l'imprevedibilità, due peculiarità che sembravano aliene al patrimonio sonoro dell'autore, sono invece le reali protagoniste di questo incantevole album, che ha forse solo negli eccessi di narcisismo di "125 Spheres" l'unico punto debole.

David SylvianL'anno successivo, David Sylvian raccoglie le sue tante e variegate collaborazioni del decennio Duemila nella ricca retrospettiva Sleepwalkers, un album che sembra tirare le somme di un ciclo musicale, mentre Died In The Wool (2011) apre alla nuova era sonora dell'artista avvolgendo le trame di Manafon in nuove vesti, riscaldando le emozioni che erano rimaste celate dietro arrangiamenti essenziali e innovativi. Tra orchestrazioni curate e definite, il ruolo della voce di David Sylvian riprende centralità, riaccendendo l'emotività della sua musica e riconciliando l'artista con il suo lato più romantico e suadente, come dimostra la conclusiva "The Last Days Of December". 

In definitiva, Died In The Wool supera l'ostacolo di ogni raccolta di inediti e variazioni. David Sylvian si conferma in seguito artista metaprogettuale, seminando germi creativi in varie direzioni, prima con un calendario artistico intitolato Impossibile Beauty (al quale avrebbe dovuto far seguito una tournée internazionale) e poi assemblando un'ulteriore raccolta di successi, A Victim Of Stars, che per la prima volta getta un ponte lungo sulla evoluzione artistica del musicista.
La presenza dell'interessante inedito "Where's Your Gravity?", di una rilettura di "Ghosts" e di alcune perle frutto di collaborazioni ("Bamboo Houses", "Bamboo Music", "Pop Song", "Heartbeat", "Forbidden Colours" nell'incisione contenuta in precedenza nell'edizione su compact disc di Secrets Of The Beehive ecc.) sono elementi di forte interesse per il doppio cd.
La visione d'insieme della compilation è completa ed entusiasmante, nonostante il continuo rinnovo stilistico, e anticipa altre riletture del suo percorso discografico (Amplified Gestures) oltre ad un progetto di installazione ed esposizione fotografica intitolata "Glowing Enigmas" commissionata dalla Impossible Project, una società che produce pellicole istantanee per le Polaroid, dopo la dismissione della fabbrica americana.

Nel 2013 avviene l'incontro fra Sylvian e un guru dell'elettronica sperimentale tutta come Stephan Mathieu, chiamato a reinterpretare Blemish, dieci anni dopo, in chiave strumentale, nel bellissimo Wandermüde. Ripresi in mano i demo sonori dai quali era germogliata parte dei brani dell'album, Mathieu si dedica ad un'autentica dilatazione di tempi e spazi, partendo da quella che era stata già sull'originale la divagazione più eterea: “The Only Daughter”, che qui diviene “Saffron Laudanum” sfiorando da vicino i lavori di Sylvian con Czukay. Più fedele al suo corrispettivo è “Velvet Revolution” - precedentemente “The Heart Knows Better” - che viene ripulita della fugace ossatura ritmica e riempita da flussi ed effetti sintetici. “Trauma Ward” è una palese reprise della bonus track strumentale del disco, dalla quale si discosta ben poco, mentre l'esondazione drone di “The Farther Away I Am (Minus 30 Degrees)” è un gradito assemblaggio di materiali inediti. La già opprimente “The Good Son” acquisisce un'ulteriore dose di oscurità in “Dark Pastoral”, con la chitarra di Derek Bailey sostituita dal piano di John Tilbury, prima che due gemme consacrino il disco nel finale: “Telegraphed Mistakes”, cavalcata elettro-acustica che filtra la title track di “Blemish” fra onde radio e rivoli glitch, e “Deceleration”, immersione in un ambient paradisiaca della meravigliosa “A Fire In The Forest”, con la partecipazione di Fennesz limitata questa volta alla sola chitarra.
Wandermüde riporta la musica di Sylvian ad una dimensione di umanità che sembrava avere negli ultimi tempi dimenticato, in favore di una coraggiosa e frenetica ricerca del “nuovo”. Non certo un ritorno al suono romantico di Secrets Of The Beehive - piuttosto un'ulteriore conferma della lontananza da quei suoni del Sylvian di oggi - ma un disco imperdibile per chiunque abbia apprezzato Blemish o i lavori ambientali anche del passato più lontano. Nel complesso, il solo tornare a sentire un cuore battere nella sua musica non può che essere una splendida notizia.

There's A Light That Enters Houses With No Other House In Sight, pubblicato nel novembre 2014, è composto invece da un'unica suite di ben 64 minuti che funge da tappeto strumentale per la recitazione ad opera dello scrittore americano Franz Wright di alcuni versi tratti dalle sue poesie. In realtà l'opera è realizzata attraverso dieci fasi legate ad altrettanti poemi ("Wintersleep", "The Wall", "The Peyote Journal Breaks Off", "Dead Seagull", "Blade", "Transfusion", "Imago", "Nude With Handgun And Rosary", "Song").
La recitazione sofferente di Wright - gravemente malato - si stende su atmosfere ambient e glitch allestite da Sylvian in collaborazione ancora una volta con Fennesz. Suggestivo in particolare il primo movimento, con il piano disturbato dai glitch elettronici e altri rumori elettroacustici e la chitarra trattata del maestro austriaco. L'unico intervento estraneo è affidato al sample dei versi dell’antico poeta cinese Tao Yuan Ming (“Beneath the Eastern hedge I choose a chrysanthemum, And my gaze wanders slowly to the Southern hills”), mentre la conclusione ("Song") è assecondata da un toccante quartetto d’archi.

Intanto nel 2015 è stata pubblicata dalla Malin Publishing Ltd. la versione in italiano di “On the periphery – The solo years”, biografia a cura di Christopher E. Young che ripercorre l'intera carriera solista di David Sylvian.

Contributi di Michele Chiusi ("Blemish"), Gianfranco Marmoro ("Manafon", "Died In The Wool","A Victim Of Stars"), Marco Bercella ("Snow Borne Sorrow") e Matteo Meda ("Wandermüde")

David Sylvian

Lo sciamano del silenzio

di Claudio Fabretti, Piero Ferrara

Abbandonate le fascinazioni glam e sintetiche dei Japan, David Sylvian ha intrapreso un'ambiziosa carriera solista, che lo ha visto al fianco di alcuni guru del rock e dell'avanguardia. Con la sua voce d'angelo a illuminare atmosfere jazz, ambient e minimali. Paesaggi sonori che distillano emozioni in fulgide e lontane nebulose

David Sylvian
Discografia
Brilliant Trees (Virgin, 1984)

7,5

 Alchemy (Virgin, 1985)

6

 Words With The Shaman (Blue Plate, 1986)

6

Gone To Earth (Virgin, 1986)

8

Secrets Of The Beehive (Virgin, 1987)

9

 Plight And Premonition (Venture, 1988)

5

 Flux + Mutability (Venture, 1989)

5

 Rain Tree Crow (Virgin, 1991)

5

 The Beekeeper's Apprentice (Virgin, 1992)

5

The First Day (Virgin, 1993)

7

 Damage (live, Virgin, 1994)

6,5

 Dead Bees On A Cake (Virgin, 1999)

6,5

 Approaching Silence (Virgin, 1999)

6

Everything & Nothing (antologia, Virgin, 2000)

 

Blemish (Samadhisound, 2003)

7,5

 Nine Horses: Snow Borne Sorrow (Samadhisound, 2005)

5

 Manafon (Samadhisound, 2009)

8

 Sleepwalkers (antologia, Samadhisound, 2010)

8

 Died In The Wool (Samadhisound, 2011)

7

 A Victim Of Stars 1982-2012 (doppio cd, antologia, Virgin, 2012)

 

Wandermüde (with Stephan Mathieu, Samadhisoud, 2013)

7,5

 There's A Light That Enters Houses With No Other House In Sight (Samadhisoud, 2014)

6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

David Sylvian su OndaRock
Recensioni

DAVID SYLVIAN

Died In The Wool

(2011 - Samadhisound)
Trame orchestrali per una rilettura romantica di "Manafon" e altre delizie

DAVID SYLVIAN

Sleepwalkers

(2010 - Samadhisound)
Un album retrospettivo raccoglie le tante collaborazioni di David Sylvian negli anni 2000

DAVID SYLVIAN

Manafon

(2009 - SamadhiSound)
Un altro passo verso l'essenzialità della composizione per David Sylvian

DAVID SYLVIAN

Blemish

(2003 - Samadhisound)
L'ex-leader dei Japan scopre la nuova frontiera glitch

DAVID SYLVIAN

Secrets Of The Beehive

(1987 - Virgin)
I segreti dell'alveare dell'ex-leader dei Japan, al culmine della sua esperienza solista

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