Definiti dai più come un incrocio tra Mr. Bungle e Time Of Orchids, gli americani Capillary Action - dopo gli strumentali intriganti e, per lo più, "rilassati" di "Fragments" (2004) - sotto l'egida del leader Jonathan Pfeffer, fanno con "So Embarassing" il salto di qualità, regalandoci un nugolo di canzoni "tentacolari" e nevrotiche, approntate con un gusto per il grottesco che stempera ampiamente ogni tentazione intellettualoide.
Una musica in perpetuo movimento, indomita, capace di tutto perché senza limiti di sorta.
Progressiva, quindi, con un copioso numero di generi cavalcati a briglia sciolta, miscelati, lasciati collidere anche violentemente. E l'effetto è sempre piacevole, mai fine a se stesso, sempre capace di mantenere desta l'attenzione, costringendoci a un
tour de force che solo un numero cospicuo di ascolti riuscirà a rendere decodificabile. A dare al tutto un gusto ancora più penetrante, è l'uso di una sezione fiati che gigioneggia a tutta forza lungo le diverse scorciatoie dei brani, tra jazz-rock, toni da fanfara e solare
easy-listening.
"Gambit", "Placebo Or Panecea", "Self-Released" e "Pocket Protection Is Essential" (quest'ultima con tanto di fulminei assalti
metal-core ed estatiche sbandate
Dirty Projectors) sono, dunque, brani che invitano a cercare il bandolo della matassa, ma senza fretta, perché pigli melodici ne intaccano l'apparente densità cerebrale, tanto che "Elevator Fuck" lancia sul palcoscenico deliziosi numeri da
pop-cabaret talmente eccentrico da imboccare sentieri di puro amarcord
sixties, perdendosi tra danze esotiche e "metropolitana" estasi di fiati che scorrazzano su di un fitto tappeto percussivo.
Eccitante: è questo l'aggettivo giusto. "Bloody Nose" - un brano per lo più atmosferico - si autopunisce con brusche sortite
Behold... The Arctopus; "Badlands" fa da mediatore tra gli
Extra Life e le penombre emozionali di
Toby Driver; "The Chaperone" lascia intravedere una possibile attualizzazione di sonorità alla
Gentle Giant, mentre "Paperweights" passa al setaccio addirittura il flamenco.
Non credo si possa chiedere di più a un disco. Anzi, forse sì: il collasso
free-jazz che interrompe i singhiozzi
fusion di "Father Of Mine" e che mostra - se ancora ce ne fosse bisogno - quanto ancora fossero immaturi i "frammenti" del precedente lavoro. Infatti, il mosaico è adesso compiuto e seducente. Da qui in avanti, la band può solo migliorare.