Gli Apples In Stereo di Robert Schneider, complice soprattutto l’albo restauratore “
New Magnetic Wonder”, l’opera che torreggia in qualità del loro “Exile On Main St.” (o, meglio, del loro “
Abbey Road”), hanno completato il processo che li vede cavalieri senza macchia del pop più genuino, che in ogni caso non rinuncia alla godibilità ricercata. Nell’era dell’estro armonico di
Fiery Furnaces,
Architecture In Helsinki,
Evangelicals e
Shapes And Sizes, gli Apples In Stereo (forti di una carriera ormai più che decennale) fanno la figura della balia che sorveglia a distanza i marmocchi entusiasti e discoli, e rimembra i tempi andati.
Per “Electronic Projects For Musicians” conviene tirare in ballo incontinenza discografica, monomania da completismo, e ossessione da pubblicazione ad oltranza degli avanzi di magazzino. Proprio di questo - e di null’altro - si tratta, dell’ormai canonica raccolta di scarti, rarità, inediti vari. In pratica, un perverso rito di passaggio per far conquistare alla band di nome grosso in questione gli appellativi storiografici più vari e iperbolici: mitica, seminale, leggendaria, fenomenale.
La realtà dei fatti è però diversa, perché con quest’uscita l’impalcatura di fruibilità non banale (forse anche poetizzante, a tratti) che rinforzava il pop d’antan dei loro album, da “Fun Trick Noisemaker” a “The Discovery Of A World Inside The Moone”, passando per “Her Wallpaper Reverie” e il pregevole “Tone Soul Evolution”, non trova conferme né tantomeno rinforzi significativi, ma solo una modesta scorsa stilistica che svaria dal decente al soprassedibile, finanche all’imbarazzante spinto. Emblematica è “The Apples Theme Song”, motivetto infimo prima disponibile solo via web (il
jingle che accoglieva l’utente alla connessione con il loro sito ufficiale), ma equipollenti futilità sono anche “Hold On To This Day” (
demo acustico) e “The Oasis” (ninna-nanna mielosa per chitarra, voce e farfisa), entrambe
bonus di “The Discovery”.
Sebbene poco curate, le canzoni del periodo “Fun Trick” riportano piuttosto in visibilio le loro radici
lo-fi: “Thank You Very Much” è un brevissimo
vaudeville pianistico adornato di
sing-along Beatles-iano, cori e percussioni a sonaglio
à-la “
Pet Sounds”, e “Shine (In Your Mind)” è una canzone folk-pop con accenti eccentrici di tastiera e un
refrain corale disteso.
Poco altro: il top del loro periodo
lo-fi si trova già in un’altra raccolta a nome Apples In Stereo, quale “Science Fairie” (SpinArt, 1997). “Avril En Mai” si accontenta di florilegi di elettrica e tastiere effettate, “On Your Own” è una canzoncina distorta alla Turtles (con inserzioni dance-hip-hop nel
chorus) e “Stephen Stephen” è puro
bubblegum fragoroso alla Shondells.
Other” cita “Brimful Of Asha” dei Cornershop, pur aggiornandola al primo
Sparklehorse (e arricchendola di una chiusa distorta stratificata), mentre “Dreams” e “So Far Away” vorrebbero rifarsi al raga-rock dei
Byrds Crosby-iani, ma piombano in nenie pseudo-liturgiche interminabili, con tanto di synth teatranti e mellotron magniloquenti.
Il vero ruolo di protagonista è semmai svolto dalla doppietta “Man You Gotta Get Up”- “The Golden Flower” (quest’ultima debitrice del
George Harrison di “Blue Jay Way”), non a caso inediti del periodo “Tone Soul” oltre a “Onto Something” (ennesimo scampolo della loro prima vena di revival psych-pop, un
riff garage che si stempera in armonie vocali partecipate alla Zombies).
Repetita iuvant: il paragone con il già citato “Science Fairie” non calza. Non è una raccolta di quelle piccole gemme che fecero da battistrada alla carriera di Schneider e compagni (e da cinghia di trasmissione tra
Elephant6 e rock alternativo a tutto tondo), è solo una collezione - con l’ennesimo titolo d’
opus (preso di peso dall’omonimo trattato del musicologo Craig Anderton) in classico stile
space-age Stereolab - fatta di un quarto di canzoni accantonate, e di tre quarti di resi scaduti apparecchiati a dovere. Senza corpo e anima, mostra la deplorevole attitudine della band a raschiare il fondo del barile del pop barocco e delle sgargianti farciture
kitsch, pur nei meno nobili casi di impoverimento della scrittura. Disponibile in
download il
remix domestico vincitore di “Can You Feel It? (“New Magnetic Wonder”), uno dei primi parti del nuovo
modus operandi Radiohead-iano.