"Mi vergogno di far parte del music business, è una fogna. Ed è per questo che ho deciso di ritirarmi". Così nel 2002 Joni Mitchell affidò alla rivista Rolling Stone il suo velenoso commiato, decidendo di tornare a essere solo Roberta Joan Anderson. Cinque anni dopo, dev’essere costato parecchio, a un’artista che ha fatto della coerenza una delle sue virtù, ingranare la retromarcia, facendo per di più pubblicare da un marchio della catena Starbucks (la Hear Music) il suo nuovo album. O forse, a voler essere sottili, si potrebbe notare persino una vena sarcastica nella scelta, come a dire che tra caffè macchiati e dischi, ormai, per l’industria non fa differenza.
Ecco allora, “Shine", il disco numero 17 della signora in Blue, che giunge a quasi dieci anni dall’ultimo “Taming The Tiger” (1998) e nasce anche come spettacolo e balletto teatrale, illustrato con foto della stessa Mitchell. Dieci brani che tuttavia, come si poteva temere, non aggiungono granché al repertorio della Nostra, salvo confermare la classe di una cantautrice capace di flirtare col jazz (“Bad Dreams”), di imbastire delicati bozzetti acustici (“Strong And Wrong”) o di declamare versi di Rudyard Kipling (“If”) con consumata nonchalance. Troppo spesso, però, lo sbadiglio è in agguato e l'autoindulgenza traspare. Ma, in fondo, rivedere la Lady Of The Canyon a 64 anni in buona forma è già una bella notizia.
04/12/2007
Il secondo volume della serie “Archives” racconta l’evoluzione artistica di Joni Mitchell attraverso incisioni, per lo più inedite, effettuate in casa, in studio e dal vivo
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