SIMPLE MINDS - Black & White

2005 (Sanctuary/ edel)
pop-rock

A volte ritornano.
Ridestati forse dal proliferare dei loro epigoni e dal vento di revival che soffia ormai ovunque, i brontosauri del wave-pop britannico rialzano la testa, dimenticando qualche recente passo falso e cercando di piazzare la zampata giusta per rimettersi in pista.
Duran Duran, New Order, Tears For Fears, Echo & The Bunnymen, Depeche Mode: chi con gran spiegamento di mezzi, chi quasi in clandestinità, tutti, con alterne fortune, a caccia della gloria che fu.
Così, intuendo che forse era giunto anche il loro momento, i vecchi Simple Minds sono tornati a fare “sogni dorati”, sfoderando un singolo (“Home”) che è riuscito dopo decenni a riportarli in classifica e un album che ha persino spinto qualche critico a gridare al miracolo della resurrezione.

Dispiace, però, spegnere sul nascere gli entusiasmi: il nuovo “Black & White”, registrato in Olanda e in Italia e mixato a Los Angeles, è un disco fuori tempo massimo. Con i piedi affondati nella nostalgia e lo sguardo incapace di leggere il presente, figurarsi il futuro.
Certo, Jim Kerr non è uno sprovveduto, e dopo le défaillance degli ultimi album, ha deciso di fare le cose per bene.
Così, ha riportato al banco di mixaggio Bob Clearmountain, già collaboratore della band ai tempi del bestseller “Once Upon A Time” e artefice di alcuni dei grandi successi di Nile Rogers, David Bowie e Bryan Ferry. Con risultati tangibili: un suono tirato a lucido e (fin troppo) possente, che dona alle tracce un’indubbia patina di appeal.
Poi però vai a scavare e… sotto il vestito niente.

Jim Kerr e Charlie Burchill, i soli superstiti della formazione originaria, che tracciò una stagione coi suoni scintillanti della sua electro-wave (culminati nel capolavoro “New Gold Dream” del 1982), sono in realtà in crisi nera fin dallo scorso decennio, da quando il (fondamentale) tastierista Michael MacNeil decise di abbandonarli al loro pomposo adult oriented rock, distante ormai anni luce dalla decadente eleganza arty degli esordi.
Ne seguì una serie di flop a ripetizione, che indussero lo stesso Kerr a una dura autocritica.
C’è da credere, quindi, alla buona fede del vecchio leader quando afferma di voler dimostrare che “il grande cuore dei Simple Minds è ancora vivo e pulsa sempre al massimo”. Peccato, però, che alle sincere ambizioni non seguano i fatti.
Si diceva del singolo “Home”, che pure è piaciuto al pubblico, specie in Italia: riff banalotti, arredamento elettronico patinato e il vocione di Kerr ormai stemperato dagli anni (simile a un Wayne Hussey in versione rassicurante) allestiscono un elettro-rock sornione, buono per le ordinarie scalette in Fm, meno per colpire al cuore.
Sulla stessa falsariga anche l’ouverture di “Stay Visible”, che parte con le cadenze della ballata atmosferica e con qualche promettente apertura melodica, prima di ingolfarsi in quel chitarrismo saturo che, fin da “Once Upon A Time”, ha inquinato il sound del gruppo.
E se Burchill ha ormai perso il tocco magico della sua chitarra, Kerr non ha perso il vizio di emulare il baritono enfatico di Bono: “Stranger” sta qui a ricordarcelo, con le sue velleità da anthem, affogate in un ritornello stantio e in un coretto finale “sha-la-la-la” semplicemente raccapricciante.
Il suono vuol essere energico, ma si rivela soprattutto bolso, come nell’inconcludente ballata della title track (sull’Olocausto) o in “Different world (Taormina.Me)”, omaggio alla loro “patria adottiva” siciliana, tenuto in piedi dagli intrecci tra basso e batteria più che dai debordanti tappeti di synth.

Meglio, semmai, i momenti più eterei e rarefatti, dove balena, a tratti, il vecchio talento melodico della band: soprattutto “Underneath The Ice”, con un Kerr più in palla a declamare su un suggestivo arabesco di tastiere e un ficcante assolo centrale di Burchill, e la conclusiva “Dolphins”, persa tra fluttuazioni elettroniche e tonalità soft.
Ma è solo un bagliore nel deserto.
E non aiuta nemmeno la nuova versione di “The Jeweller”, brano originariamente inserito in “Our Secret Are The Same”, il disco-fantasma mai ufficialmente lanciato sul mercato e riemerso solo nel 2004 all’interno del cofanetto retrospettivo “Silver Box”.
“White & Black” forse rilancerà le quotazioni commerciali della band scozzese, ma lascia il sapore amaro della grande occasione perduta.
Tanto di cappello alla storia dei Simple Minds, iniziata ventisei anni or sono a Glasgow sulle note di “Life In A Day”, ma quello di Kerr e soci è ormai il “Jurassic Park” della new wave.

26/10/2009

Tracklist

  1. Stay Visible
  2. Home
  3. Stranger
  4. Different World (Taormine.Me.)
  5. Underneath The Ice
  6. The Jeweller (Part 2)
  7. A Life Shot In Black & White
  8. Kiss The Ground
  9. Dolphins

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Federico Guglielmi
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