10/10/2025

Robot Festival 16

DumBO, Oratorio San Filippo Neri


Per molti cultori dell'elettronica del Nord Italia, il Robot è diventato una tradizione d'autunno. Nato nel 2008, il festival è cresciuto fino a diventare una delle realtà più solide e riconoscibili di Bologna, punto d'incontro per una legione di alchimisti del suono sintetico. Il mio percorso da frequentatore del Robot è iniziato nel 2014, con il folgorante set di Actress e di Livity Sound a BolognaFiere, e da allora è proseguito tra performance di John Talabot, Squarepusher, The Bug e molti altri protagonisti.
Negli ultimi anni il progetto ha trovato dimora al DumBO, complesso industriale che ha ospitato esibizioni di altrettanto rilievo: Donato Dozzy, The Comet Is Coming, Jeff Mills. Superfluo specificare che anche quest'anno mi sono diretto verso quella che è ormai a tutti gli effetti la Mecca dell'elettronica emiliana.

Giorno 10/11/2025

Felicia Atkinson

Non era la prima volta che ascoltavo Felicia Atkinson dal vivo. L'avevo già vista all'Auditorium San Fedele di Milano (preceduta da uno sconvolgente Thomas Ankersmit), in una performance dai toni sommessi e contemplativi, suo marchio di fabbrica. Anche stavolta la formula non si è discostata molto da quell'occasione. All'Oratorio di San Filippo Neri, luogo di quiete e riverberi, il concerto si apre con un organo dalle progressioni meditative, intrecciato a sussurri, spoken word e field recording che evocano solitudine e intimità sospesa.
Dopo una ventina di minuti emerge una flebile distorsione di fondo: il panorama resta meditativo, plumbeo, attraversato da una nota di tormento interiore. È una musica fragile e cangiante, fatta di microvariazioni: sibili elettroacustici, accordi acustici sfumati, presenze naturali che affiorano come echi lontani. Sui tappeti d'organo si posa talvolta un pianoforte ovattato; gli archi manipolati portano brevi squarci di luce malinconica, ma presto tutto torna a sussurrare, tra fruscii e voci lontane.

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È ambient, ma anche qualcosa di più: una materia organica e mutevole, sempre in bilico tra presenza e dissolvenza. Gli strumenti campionati, quando non si distendono in lunghi droni, imitano il crepitio di legni o fuochi lontani, trasfigurati nel loro immaginario. La tensione cresce e si dissolve in onde minime, senza mai un vero punto d'arrivo. Un concerto coerente e delicato, capace non sempre di coinvolgere, ma senz'altro di avvolgere.

Alessandro Cortini

Terminato l'evento di Atkinson, la serata si sposta al DumBO, ormai casa storica della rassegna. Uno spazio dai toni metallici e taglienti, che in passato aveva sofferto di un'acustica eccessivamente riverberante, ma quest'anno rivelatasi sorprendentemente equilibrata. Ed è qui che Cortini dà prova di come la cura del suono possa diventare architettura. Il pubblico, già abbastanza numeroso nonostante l'orario, testimonia la solidità del suo nome: non semplici curiosi, ma ascoltatori consapevoli, attratti da un artista che nel panorama italiano ha costruito un linguaggio emotivo e tecnico insieme.

Fin dai primi minuti il suono è denso, tattile, dominato da bassi tellurici e progressioni sismiche che si espandono come onde di pressione. È una progressive ambient costruita su bordoni e battimenti, dove la nostalgia si intreccia con il fremito meccanico del suono analogico. Alessandro Cortini dosa con precisione le variazioni: la materia sonora pulsa e si deforma lentamente, come un sistema in continuo assestamento. Dalla quiete iniziale emergono scosse sempre più decise, fino a saturare l'ambiente in un abbraccio quasi fisico.

La musica non esplode mai, ma scava. E lo fa con un'energia formidabile. È una verve interiore che cresce per accumulo, un flusso emotivo e tecnologico insieme, dove la sintesi diventa introspezione. La narrazione alterna fasi contemplative a momenti di densità, in cui la potenza dei bassi e la precisione dei dettagli trasformano il DumBO in una cassa armonica vivente. Un concerto calibrato al millimetro, che lascia dietro di sé un silenzio denso, quasi elettrico.

Katatonic Silentio b2b Cosimo Damiano

L'alchimia di Katatonic Silentio e Cosimo Damiano si apre con fare trattenuto, come un motore che prende lentamente giri. Una versione fumosa di ciò che potrebbe essere una dark-ambient fognaria, ibridata con la dub techno dei Basic Channel rallentati fino all'ipnosi. Non è nella spinta né nei drop che i due trovano forza, ma in una stretta controllata, costruita su armoniche sospese e misticismi tecnocratici. Il back to back si apre attorno ai 125 bpm, e la traiettoria si fa sempre più ritmica: una sequenza eterogenea, tra incantesimi techno e turbolenze tech house, frasi ad ampio respiro ed evidenti richiami alla scuola clubbing anni Dieci, vero baricentro del lotto.
I due alternano con lucidità sezioni più percussive a zone d'ombra più ipnotiche e sub-orientate, curando l'equilibrio tra forza cinetica e astrazione. Il risultato è un warm-up calibrato e progressivo, che scuote il pubblico senza mai forzarlo. Soprattutto nelle fasi iniziali, qualche leggerissima sbavatura nel beatmatching si avverte, ma non compromette l'insieme: la selezione è coerente e precisa, tra techno, dub e derivazioni industriali, come un omaggio al Dna del luogo che li ospita.

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Man mano che la spirale si stringe, arrivano le tinte più fredde: minimalismo glaciale, linee Ebm e ritmiche via via più serrate, fino a un punto di fusione tra groove spezzati e dissonanze atonali. Una session che si muove con intelligenza quasi ingegneristica, alimentata da una trazione costante e da un'estetica del controllo che vibra fino all'ultimo istante, come un sistema in sovraccarico pronto a collassare. Forse il momento più compiuto e ipnotico dell'intera serata, in equilibrio tra visione e fisicità.

Acid Arab

La formula di Hervé Carvalho e Guido Minisky è la stessa che su disco: sound design potente e sezioni ritmiche scolpite su voci mediorientali. Sul palco, il risultato è un rito muscolare e digitale, un deserto artificiale attraversato da onde di calore e da un entusiasmo collettivo che riempie la sala. Il pubblico è numeroso e inebriato, spinto da bassi nitidi e vibrazioni fisiche che fanno tremare il pavimento. Ma sotto la superficie dell'impatto si avverte un'evidente ripetizione: i drop diventano prevedibili; l'espediente arabeggiante si ripete come formula più che come linguaggio. Manca una narrazione.

È un peccato, perché il beat programming robusto avrebbe potuto reggere da solo la struttura. Invece resta intrappolato in una ricerca del wow effect che finisce per togliere respiro. La loro è musica da fiumi d'alcol, una festa kitsch in cui la componente ludica supera, di troppo, quella poetica. Una performance che non manca di mestiere, ma che, alla lunga, lascia una sensazione di saturazione: un'euforia programmata, dove il gesto spettacolare prevale sull'invenzione.

Sama Abdulhadi

L'apertura di Sama Abdulhadi sorprende subito: niente attesa, niente build-up. Sub pesanti e cavalcate oltre i 140 bpm impostano da subito un mantra vertiginoso. È una techno dura, compatta, guidata da un impulso motorio costante e da un piglio hardgroove di scuola recente, fatto di colpi secchi, voci manipolate e lunghi corridoi ritmici.
Ai drop alterna sequenze serrate e passaggi di respiro più ampio, come un circuito che si autoalimenta. La costruzione è rigorosa, a tratti statica eppure efficace: Sama tiene il dancefloor sotto pressione continua, calibrando con abilità il passaggio da momenti più ipnotici a sezioni da pieno picco. Rispetto al djing degli anni passati, più mainstream e lineare, qui emerge una maggiore consapevolezza del linguaggio: le texture sono più asciutte, la grana del suono più concreta.

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Se ci sono dei limiti, questi stanno nella durata dei brani, spesso prolungati fino alla soglia della dimostrazione di forza, e in un finale forse un po' debole. Ma la tenuta complessiva ha del merito: una successione di banger dominati da basse frequenze corpose e da un'energia che non concede tregua. Un lavoro coerente, teso e fisico, che chiude la prima giornata del Robot con una scarica di potenza, lasciando il pubblico esausto e appagato, come dopo un esercizio di resistenza collettiva.

Giorno 11/10/2025

Lucy Railton

La sala del concerto è la stessa di Felicia Atkinson: l'Oratorio di San Filippo Neri. Un luogo che conserva la sua sacralità, pur rimodellato da travi e inserti di legno dal taglio moderno. Ed è in questo connubio, voluto o meno (il legno serve forse solo a sostenere la struttura, senza reale scopo estetico), che la musica di queste autrici trova uno spazio ideale. L'inizio è ridotto all'essenziale: lunghe note isolate che lentamente si avvicinano, formando accordi di sottili variazioni microtonali. La proposta sembra quella di portare Giacinto Scelsi dentro un'emotività sommessa, dove la catarsi nasce dall'introspezione.
È musica classica contemporanea, ma anche drone: un monologo sonoro costruito sul solo violoncello di Railton, con lo strumento che diventa l'unica sorgente di invocazione sensoriale. Le sequenze seguono un disegno preciso: una singola nota ripetuta, poi l'accordo, poi la sua lenta espansione: emotiva, sinistra o cerebrale, fino alla risoluzione in un nuovo nucleo armonico. Questo schema, ripetuto più volte, evolve in pattern sempre più complessi, dove la materia si diluisce e si sovrappone.

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Ogni nota è un respiro lunghissimo, sospeso: la costanza ritmica, pachidermica, contrasta con l'instabilità microtonale che ne increspa la superficie. È come se Scelsi, pur senza intenzioni cinematiche, avesse sonorizzato un film di Ingmar Bergman, trasponendo la tensione psicologica in un linguaggio di vibrazioni e battimenti. Non tutte le soluzioni armoniche riescono a mantenere la stessa intensità, e in alcuni passaggi l'idea supera la suggestione. Ma è nel contesto dal vivo che la sua musica trova senso pieno: più viva, più inquieta, più umana che su disco.

Pandalogia

Terminato l'Oratorio, la sera ci si sposta al DumBO per le ultime sessioni della rassegna bolognese. A Pandalogia, alias di Elia Berardi, è spettata l'apertura sia del 10 che dell'11 ottobre, ma avendo dedicato il venerdì al poderoso live di Cortini ho deciso di recuperarlo il giorno seguente. La descrizione sul sito del Robot incuriosisce: "Dal reggae e afro beat della sua infanzia fino ad arrivare ai club e ai festival post-pandemici". E in effetti è proprio ciò che emerge.
Il suo avvio è scandito da una cadenza che sfiora il reggaeton, ma filtrato attraverso un'estetica industriale e marchiato da bassline dal retrogusto dubstep. Il suo innesto suona tanto cyber-solare quanto claustrofobico. Dopo la prima ora, più legata alle radici ritmiche del Sud America, il clima cambia: la cassa si fa più dritta, i fraseggi virano verso la bass music, fino a sconfinare, in qualche occasione, in territori tech house ed electro. E a estetiche che si muovono tra climi così diversi, dal calore percussivo su base inorganica al soundsystem music dalle tinte techno, va riconosciuto un valore.

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Ne risulta un artista capace di attraversare molteplici forme della dance culture, partendo da coordinate terrene e arrivando a mutazioni deep dubstep che sfiorano il grime. Il merito sta nella varietà stilistica e nella capacità di generare imprevisto: la maggior parte dei passaggi, anche quelli più inaspettati, funziona con efficacia e mantiene l'attenzione. In definitiva, Pandalogia convince: giovane e con una curiosità evidente per l'ibridazione, cosa che non fa mai male. La sorpresa c'è stata: non resta che attendere i prossimi passi.

JASSS

Apre le danze a 165 bpm e già si capisce che non concederà tregua a nessuno. Parte con un halftime trascendentale e biomeccanico al contempo. Il sound ricorda la minimal drum and bass, ma privata di intermezzi e attraversata da un'energia bionica costante. Pochi attimi, comunque, perché il passaggio alla psychedelic techno avvenga. È un flusso incessante, a tratti industriale e post-organico, che cede a contaminazioni di ogni sorta: trance tanto quanto acid tekno.
Sorprende la varietà della selezione e la rapidità di transizione, come un maestro che raramente si concede un punto di quiete: la producer non sta un attimo ferma, sempre pronta a far entrare il brano successivo. Si arriva perfino a influenze footwork e frame melodici, purché tutto traslato nei canoni di un movimento frenetico ormai pervenuto a 170 bpm e oltre. Quello di JASSS è un territorio che esplora le molteplici declinazioni del ritmo accelerato, e lo fa con cognizione di causa.

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L'opera della tecnocrate spagnola si configura come un rituale per pulsazioni anfetaminiche, dove l'ipnosi tipica di club e rave si intreccia a un ventaglio di emozioni inumane: fino a farci apprezzare anche ciò che, in un altro contesto, forse avremmo tralasciato. Ne emerge un excursus cangiante e polimorfico: una cyber-tribe che non scende a compromessi e che, pur mantenendosi solida nel concetto di loop, riesce a trasfigurarsi di continuo. Uno dei set più incisivi e visionari delle due giornate, capace di tenere insieme furia, lucidità e controllo del flusso.

Ela Minus

Torno al main stage per il live di Ela Minus, artista colombiana esplosa con "Dìa", uscito quest'anno e subito proiettato sotto i riflettori globali. La sua proposta si muove tra canti electropop e pulsazioni tech house, di quella più figlia dell'ondata electro-glitch dei primi Duemila ma rigenerata con nuovi codici post-umani. Sul palco, vocal e synth si inseguono come circuiti che collassano su se stessi, fino all'ingresso di un subwoofer martellante che scuote l'intera struttura. Sarà merito dell'acustica del Robot, quest'anno sorprendentemente precisa, ma la sua performance ha trovato un buon equilibrio tra melodia e verve robotica.

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A introduzioni eteree e luminose si contrappongono sviluppi a forte pulsazione, dove la voce diventa strumento di un mondo distopico. È un vero e proprio concerto: brani che nascono, esplodono e si dissolvono, separati da brevi momenti di silenzio. È forse qui che risiede il suo limite, o meglio, la sua fragilità contestuale. Inserita in una fascia notturna tesa e febbrile, la sua intensità ha spezzato per un momento il continuum del dancefloor. La sensazione finale è quella di un'artista che dal vivo sprigiona la capacità di far convivere carne e circuito. Ma, come ogni sistema complesso, ha bisogno del giusto habitat per rivelarsi pienamente.

Apparat

Tra i nomi di spicco dell'edizione di quest'anno del Robot figura Sascha Ring, alias Apparat, iconoclasta della forma elettronica e presenza cardinale della scena dai primi anni Duemila. Per l'occasione ha scelto la veste da dj, gesto non così frequente per lui, che predilige di norma texture dal vivo più intime e cerebrali, intrecciate tra laptop e stregonerie digitali. L'esperienza da producer resta però evidente anche dietro i piatti: ogni transizione sembra ragionata più che impulsiva, come se la pista fosse un organismo da curare e non semplicemente da scuotere.

Rispetto ad altre performance della serata (più istintive, come quella di JASSS), Apparat ha costruito un percorso meditato, un dialogo tra impulsi ritmici e malinconia sintetica. Ha alternato con equilibrio momenti tellurici e altri contemplativi, attraversati da arpeggi traslucidi e frammenti melodici che richiamano la sua eredità mnml, quella più emotiva e cristallina. Questa dualità è stata forse la sua formula più riuscita: la capacità di restare luminoso pur muovendosi tra ombre, di preservare la spinta anche nei passaggi più introversi.

A tratti, la linea tra emozione e languore si è fatta sottile, e il passo verso lo stucchevole è parso vicino: forse colpa dei tempi che cambiano. Ma si percepisce un Apparat consapevole dei propri simboli, che trasforma la nostalgia in rito catartico. Non mancano echi ambient e derive cinematiche, figlie della sua recente attitudine da compositore di colonne sonore. Ne risulta un dj abile nell'alternare movimento e introspezione, senza mai tradire quella lucida fragilità che resta la sua firma.

Crystallmess

A chiudere l'edizione del Robot 2025 è la francese Crystallmess, sciamana della pista, attiva con una manciata di Ep ma più prolifica come dj e performer. E in questo senso, l'esperienza sul campo si avverte: il suo è un martellamento di loop mutanti che, a supervelocità, divorano territori acidi e industriali, tra ipnosi ancestrale e innesti electro-Ebm. Campionamenti isterici e voci disarticolate si fondono in un continuum convulso, pronipote di un'era rave ormai trasfigurata in nuovi rituali ibridi, perduta in un magma di pulsazioni afose e oscurità berlinese.

Permeata di quel savoir-faire metamorfico tipico della deconstructed club, Christelle Oyiri costruisce una liturgia del corpo: febbrile, incandescente. Resta meno chiaro dove voglia condurre questa euforia che, pur restando cangiante tra momenti di impatto e passaggi più ipnotici, manifesta una certa monocromia emotiva, come se l'estasi stessa diventasse una gabbia. Da un'artista così eclettica ci si sarebbe potuti aspettare una chiusura altrettanto liberatoria: non solo esplosiva, ma capace di trasportare attraverso diversi stati percettivi, oltre il consueto paradigma del closing set martellante e neo-tribale.
E tuttavia, anche con qualche lieve e perdonabile disallineamento, arrivato alla XVI edizione, il Robot si conferma un festival riuscito: un viaggio che, senza inseguire i soliti titani, ha saputo coniugare nuove leve e nomi consolidati.

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