Per molti cultori dell'elettronica del Nord Italia, il
Robot è diventato una tradizione d'autunno. Nato nel 2008, il festival è cresciuto fino a diventare una delle realtà più solide e riconoscibili di Bologna, punto d'incontro per una legione di alchimisti del suono sintetico. Il mio percorso da frequentatore del Robot è iniziato nel 2014, con il folgorante set di
Actress e di Livity Sound a BolognaFiere, e da allora è proseguito tra
performance di
John Talabot,
Squarepusher,
The Bug e molti altri protagonisti.
Negli ultimi anni il progetto ha trovato dimora al DumBO, complesso industriale che ha ospitato esibizioni di altrettanto rilievo:
Donato Dozzy,
The Comet Is Coming,
Jeff Mills. Superfluo specificare che anche quest'anno mi sono diretto verso quella che è ormai a tutti gli effetti la Mecca dell'elettronica emiliana.
Giorno 10/11/2025Felicia AtkinsonNon era la prima volta che ascoltavo
Felicia Atkinson dal vivo. L'avevo già vista all'
Auditorium San Fedele di Milano (preceduta da uno sconvolgente
Thomas Ankersmit), in una
performance dai toni sommessi e contemplativi, suo marchio di fabbrica. Anche stavolta la formula non si è discostata molto da quell'occasione. All'Oratorio di San Filippo Neri, luogo di quiete e riverberi, il concerto si apre con un organo dalle progressioni meditative, intrecciato a sussurri,
spoken word e
field recording che evocano solitudine e intimità sospesa.
Dopo una ventina di minuti emerge una flebile distorsione di fondo: il panorama resta meditativo, plumbeo, attraversato da una nota di tormento interiore. È una musica fragile e cangiante, fatta di microvariazioni: sibili elettroacustici, accordi acustici sfumati, presenze naturali che affiorano come echi lontani. Sui tappeti d'organo si posa talvolta un pianoforte ovattato; gli archi manipolati portano brevi squarci di luce malinconica, ma presto tutto torna a sussurrare, tra fruscii e voci lontane.

È
ambient, ma anche qualcosa di più: una materia organica e mutevole, sempre in bilico tra presenza e dissolvenza. Gli strumenti campionati, quando non si distendono in lunghi droni, imitano il crepitio di legni o fuochi lontani, trasfigurati nel loro immaginario. La tensione cresce e si dissolve in onde minime, senza mai un vero punto d'arrivo. Un concerto coerente e delicato, capace non sempre di coinvolgere, ma senz'altro di avvolgere.
Alessandro CortiniTerminato l'evento di Atkinson, la serata si sposta al DumBO, ormai casa storica della rassegna. Uno spazio dai toni metallici e taglienti, che in passato aveva sofferto di un'acustica eccessivamente riverberante, ma quest'anno rivelatasi sorprendentemente equilibrata. Ed è qui che
Cortini dà prova di come la cura del suono possa diventare architettura. Il pubblico, già abbastanza numeroso nonostante l'orario, testimonia la solidità del suo nome: non semplici curiosi, ma ascoltatori consapevoli, attratti da un artista che nel panorama italiano ha costruito un linguaggio emotivo e tecnico insieme.
Fin dai primi minuti il suono è denso, tattile, dominato da bassi tellurici e progressioni sismiche che si espandono come onde di pressione. È una
progressive ambient costruita su bordoni e battimenti, dove la nostalgia si intreccia con il fremito meccanico del suono analogico. Alessandro Cortini dosa con precisione le variazioni: la materia sonora pulsa e si deforma lentamente, come un sistema in continuo assestamento. Dalla quiete iniziale emergono scosse sempre più decise, fino a saturare l'ambiente in un abbraccio quasi fisico.
La musica non esplode mai, ma scava. E lo fa con un'energia formidabile. È una verve interiore che cresce per accumulo, un flusso emotivo e tecnologico insieme, dove la sintesi diventa introspezione. La narrazione alterna fasi contemplative a momenti di densità, in cui la potenza dei bassi e la precisione dei dettagli trasformano il DumBO in una cassa armonica vivente. Un concerto calibrato al millimetro, che lascia dietro di sé un silenzio denso, quasi elettrico.
Katatonic Silentio b2b Cosimo DamianoL'alchimia di Katatonic Silentio e Cosimo Damiano si apre con fare trattenuto, come un motore che prende lentamente giri. Una versione fumosa di ciò che potrebbe essere una dark-ambient fognaria, ibridata con la dub techno dei
Basic Channel rallentati fino all'ipnosi. Non è nella spinta né nei
drop che i due trovano forza, ma in una stretta controllata, costruita su armoniche sospese e misticismi tecnocratici. Il
back to back si apre attorno ai 125 bpm, e la traiettoria si fa sempre più ritmica: una sequenza eterogenea, tra incantesimi
techno e turbolenze
tech house, frasi ad ampio respiro ed evidenti richiami alla scuola
clubbing anni Dieci, vero baricentro del lotto.
I due alternano con lucidità sezioni più percussive a zone d'ombra più ipnotiche e sub-orientate, curando l'equilibrio tra forza cinetica e astrazione. Il risultato è un
warm-up calibrato e progressivo, che scuote il pubblico senza mai forzarlo. Soprattutto nelle fasi iniziali, qualche leggerissima sbavatura nel
beatmatching si avverte, ma non compromette l'insieme: la selezione è coerente e precisa, tra techno,
dub e derivazioni industriali, come un omaggio al Dna del luogo che li ospita.

Man mano che la spirale si stringe, arrivano le tinte più fredde: minimalismo glaciale, linee
Ebm e ritmiche via via più serrate, fino a un punto di fusione tra
groove spezzati e dissonanze atonali. Una
session che si muove con intelligenza quasi ingegneristica, alimentata da una trazione costante e da un'estetica del controllo che vibra fino all'ultimo istante, come un sistema in sovraccarico pronto a collassare. Forse il momento più compiuto e ipnotico dell'intera serata, in equilibrio tra visione e fisicità.
Acid ArabLa formula di Hervé Carvalho e Guido Minisky è la stessa che su disco:
sound design potente e sezioni ritmiche scolpite su voci mediorientali. Sul palco, il risultato è un rito muscolare e digitale, un deserto artificiale attraversato da onde di calore e da un entusiasmo collettivo che riempie la sala. Il pubblico è numeroso e inebriato, spinto da bassi nitidi e vibrazioni fisiche che fanno tremare il pavimento. Ma sotto la superficie dell'impatto si avverte un'evidente ripetizione: i
drop diventano prevedibili; l'espediente arabeggiante si ripete come formula più che come linguaggio. Manca una narrazione.
È un peccato, perché il
beat programming robusto avrebbe potuto reggere da solo la struttura. Invece resta intrappolato in una ricerca del
wow effect che finisce per togliere respiro. La loro è musica da fiumi d'alcol, una festa
kitsch in cui la componente ludica supera, di troppo, quella poetica. Una
performance che non manca di mestiere, ma che, alla lunga, lascia una sensazione di saturazione: un'euforia programmata, dove il gesto spettacolare prevale sull'invenzione.
Sama AbdulhadiL'apertura di Sama Abdulhadi sorprende subito: niente attesa, niente
build-up.
Sub pesanti e cavalcate oltre i 140 bpm impostano da subito un mantra vertiginoso. È una techno dura, compatta, guidata da un impulso motorio costante e da un piglio
hardgroove di scuola recente, fatto di colpi secchi, voci manipolate e lunghi corridoi ritmici.
Ai
drop alterna sequenze serrate e passaggi di respiro più ampio, come un circuito che si autoalimenta. La costruzione è rigorosa, a tratti statica eppure efficace: Sama tiene il
dancefloor sotto pressione continua, calibrando con abilità il passaggio da momenti più ipnotici a sezioni da pieno picco. Rispetto al
djing degli anni passati, più
mainstream e lineare, qui emerge una maggiore consapevolezza del linguaggio: le
texture sono più asciutte, la grana del suono più concreta.

Se ci sono dei limiti, questi stanno nella durata dei brani, spesso prolungati fino alla soglia della dimostrazione di forza, e in un finale forse un po' debole. Ma la tenuta complessiva ha del merito: una successione di
banger dominati da basse frequenze corpose e da un'energia che non concede tregua. Un lavoro coerente, teso e fisico, che chiude la prima giornata del Robot con una scarica di potenza, lasciando il pubblico esausto e appagato, come dopo un esercizio di resistenza collettiva.
Giorno 11/10/2025Lucy RailtonLa sala del concerto è la stessa di Felicia Atkinson: l'Oratorio di San Filippo Neri. Un luogo che conserva la sua sacralità, pur rimodellato da travi e inserti di legno dal taglio moderno. Ed è in questo connubio, voluto o meno (il legno serve forse solo a sostenere la struttura, senza reale scopo estetico), che la musica di queste autrici trova uno spazio ideale. L'inizio è ridotto all'essenziale: lunghe note isolate che lentamente si avvicinano, formando accordi di sottili variazioni microtonali. La proposta sembra quella di portare Giacinto Scelsi dentro un'emotività sommessa, dove la catarsi nasce dall'introspezione.
È musica classica contemporanea, ma anche drone: un monologo sonoro costruito sul solo violoncello di
Railton, con lo strumento che diventa l'unica sorgente di invocazione sensoriale. Le sequenze seguono un disegno preciso: una singola nota ripetuta, poi l'accordo, poi la sua lenta espansione: emotiva, sinistra o cerebrale, fino alla risoluzione in un nuovo nucleo armonico. Questo schema, ripetuto più volte, evolve in
pattern sempre più complessi, dove la materia si diluisce e si sovrappone.

Ogni nota è un respiro lunghissimo, sospeso: la costanza ritmica, pachidermica, contrasta con l'instabilità microtonale che ne increspa la superficie. È come se Scelsi, pur senza intenzioni cinematiche, avesse sonorizzato un film di
Ingmar Bergman, trasponendo la tensione psicologica in un linguaggio di vibrazioni e battimenti. Non tutte le soluzioni armoniche riescono a mantenere la stessa intensità, e in alcuni passaggi l'idea supera la suggestione. Ma è nel contesto dal vivo che la sua musica trova senso pieno: più viva, più inquieta, più umana che su disco.
PandalogiaTerminato l'Oratorio, la sera ci si sposta al DumBO per le ultime sessioni della rassegna bolognese. A Pandalogia,
alias di Elia Berardi, è spettata l'apertura sia del 10 che dell'11 ottobre, ma avendo dedicato il venerdì al poderoso
live di Cortini ho deciso di recuperarlo il giorno seguente. La descrizione sul sito del Robot incuriosisce: "Dal reggae e afro beat della sua infanzia fino ad arrivare ai club e ai festival post-pandemici". E in effetti è proprio ciò che emerge.
Il suo avvio è scandito da una cadenza che sfiora il reggaeton, ma filtrato attraverso un'estetica industriale e marchiato da
bassline dal retrogusto
dubstep. Il suo innesto suona tanto
cyber-solare quanto claustrofobico. Dopo la prima ora, più legata alle radici ritmiche del Sud America, il clima cambia: la cassa si fa più dritta, i fraseggi virano verso la
bass music, fino a sconfinare, in qualche occasione, in territori
tech house ed
electro. E a estetiche che si muovono tra climi così diversi, dal calore percussivo su base inorganica al
soundsystem music dalle tinte techno, va riconosciuto un valore.

Ne risulta un artista capace di attraversare molteplici forme della
dance culture, partendo da coordinate terrene e arrivando a mutazioni
deep dubstep che sfiorano il
grime. Il merito sta nella varietà stilistica e nella capacità di generare imprevisto: la maggior parte dei passaggi, anche quelli più inaspettati, funziona con efficacia e mantiene l'attenzione. In definitiva, Pandalogia convince: giovane e con una curiosità evidente per l'ibridazione, cosa che non fa mai male. La sorpresa c'è stata: non resta che attendere i prossimi passi.
JASSSApre le danze a 165 bpm e già si capisce che non concederà tregua a nessuno. Parte con un
halftime trascendentale e biomeccanico al contempo. Il
sound ricorda la
minimal drum and bass, ma privata di intermezzi e attraversata da un'energia bionica costante. Pochi attimi, comunque, perché il passaggio alla
psychedelic techno avvenga. È un flusso incessante, a tratti industriale e post-organico, che cede a contaminazioni di ogni sorta:
trance tanto quanto
acid tekno.Sorprende la varietà della selezione e la rapidità di transizione, come un maestro che raramente si concede un punto di quiete: la
producer non sta un attimo ferma, sempre pronta a far entrare il brano successivo. Si arriva perfino a influenze
footwork e
frame melodici, purché tutto traslato nei canoni di un movimento frenetico ormai pervenuto a 170 bpm e oltre. Quello di
JASSS è un territorio che esplora le molteplici declinazioni del ritmo accelerato, e lo fa con cognizione di causa.

L'opera della tecnocrate spagnola si configura come un rituale per pulsazioni anfetaminiche, dove l'ipnosi tipica di
club e
rave si intreccia a un ventaglio di emozioni inumane: fino a farci apprezzare anche ciò che, in un altro contesto, forse avremmo tralasciato. Ne emerge un
excursus cangiante e polimorfico: una
cyber-tribe che non scende a compromessi e che, pur mantenendosi solida nel concetto di
loop, riesce a trasfigurarsi di continuo. Uno dei
set più incisivi e visionari delle due giornate, capace di tenere insieme furia, lucidità e controllo del flusso.
Ela MinusTorno al
main stage per il live di
Ela Minus, artista colombiana esplosa con "Dìa", uscito quest'anno e subito proiettato sotto i riflettori globali. La sua proposta si muove tra canti electropop e pulsazioni
tech house, di quella più figlia dell'ondata
electro-glitch dei primi
Duemila ma rigenerata con nuovi codici post-umani. Sul palco,
vocal e synth si inseguono come circuiti che collassano su se stessi, fino all'ingresso di un
subwoofer martellante che scuote l'intera struttura. Sarà merito dell'acustica del Robot, quest'anno sorprendentemente precisa, ma la sua
performance ha trovato un buon equilibrio tra melodia e
verve robotica.

A introduzioni eteree e luminose si contrappongono sviluppi a forte pulsazione, dove la voce diventa strumento di un mondo distopico. È un vero e proprio concerto: brani che nascono, esplodono e si dissolvono, separati da brevi momenti di silenzio. È forse qui che risiede il suo limite, o meglio, la sua fragilità contestuale. Inserita in una fascia notturna tesa e febbrile, la sua intensità ha spezzato per un momento il
continuum del
dancefloor. La sensazione finale è quella di un'artista che dal vivo sprigiona la capacità di far convivere carne e circuito. Ma, come ogni sistema complesso, ha bisogno del giusto
habitat per rivelarsi pienamente.
ApparatTra i nomi di spicco dell'edizione di quest'anno del Robot figura Sascha Ring,
alias Apparat, iconoclasta della forma elettronica e presenza cardinale della scena dai primi anni Duemila. Per l'occasione ha scelto la veste da dj, gesto non così frequente per lui, che predilige di norma
texture dal vivo più intime e cerebrali, intrecciate tra
laptop e stregonerie digitali. L'esperienza da
producer resta però evidente anche dietro i piatti: ogni transizione sembra ragionata più che impulsiva, come se la pista fosse un organismo da curare e non semplicemente da scuotere.
Rispetto ad altre
performance della serata (più istintive, come quella di JASSS), Apparat ha costruito un percorso meditato, un dialogo tra impulsi ritmici e malinconia sintetica. Ha alternato con equilibrio momenti tellurici e altri contemplativi, attraversati da arpeggi traslucidi e frammenti melodici che richiamano la sua eredità
mnml, quella più emotiva e cristallina. Questa dualità è stata forse la sua formula più riuscita: la capacità di restare luminoso pur muovendosi tra ombre, di preservare la spinta anche nei passaggi più introversi.
A tratti, la linea tra emozione e languore si è fatta sottile, e il passo verso lo stucchevole è parso vicino: forse colpa dei tempi che cambiano. Ma si percepisce un Apparat consapevole dei propri simboli, che trasforma la nostalgia in rito catartico. Non mancano echi ambient e derive cinematiche, figlie della sua recente attitudine da compositore di
colonne sonore. Ne risulta un dj abile nell'alternare movimento e introspezione, senza mai tradire quella lucida fragilità che resta la sua firma.
CrystallmessA chiudere l'edizione del Robot 2025 è la francese Crystallmess, sciamana della pista, attiva con una manciata di Ep ma più prolifica come dj e
performer. E in questo senso, l'esperienza sul campo si avverte: il suo è un martellamento di
loop mutanti che, a supervelocità, divorano territori acidi e industriali, tra ipnosi ancestrale e innesti
electro-Ebm. Campionamenti isterici e voci disarticolate si fondono in un
continuum convulso, pronipote di un'era
rave ormai trasfigurata in nuovi rituali ibridi, perduta in un magma di pulsazioni afose e oscurità berlinese.
Permeata di quel
savoir-faire metamorfico tipico della
deconstructed club, Christelle Oyiri costruisce una liturgia del corpo: febbrile, incandescente. Resta meno chiaro dove voglia condurre questa euforia che, pur restando cangiante tra momenti di impatto e passaggi più ipnotici, manifesta una certa monocromia emotiva, come se l'estasi stessa diventasse una gabbia. Da un'artista così eclettica ci si sarebbe potuti aspettare una chiusura altrettanto liberatoria: non solo esplosiva, ma capace di trasportare attraverso diversi stati percettivi, oltre il consueto paradigma del
closing set martellante e neo-tribale.
E tuttavia, anche con qualche lieve e perdonabile disallineamento, arrivato alla XVI edizione, il Robot si conferma un festival riuscito: un viaggio che, senza inseguire i soliti titani, ha saputo coniugare nuove leve e nomi consolidati.