Non servono grandi capacità analitiche per capire se un concerto ha funzionato. Basta guardare le facce, sentire l’aria. Quella dei presenti al Monk durante il live dei King Hannah era la faccia soddisfatta di chi si porta a casa una serata piena, vibrazioni positive ben ricambiate da chi stava sul palco. E il bello è che questa reciprocità, fatta di sorrisi, applausi, dichiarazioni d’amore per l’Italia e chitarre che si infiammano, sembra tutt’altro che studiata.
Hannah Merrick si presenta come sempre: abito rosso sgargiante da flamenco (lo stesso del video di "Big Swimmer"), voce ipnotica, presenza scenica fatta di goffaggini adorabili e momenti involontariamente comici. Si impiglia nel cavo del microfono, si dimentica di staccarlo prima di uscire, lotta pubblicamente con lo spinotto chiedendo al pubblico di "fare un po’ di rumore per coprire l’imbarazzo". Ma poi, quando si parte con la musica, ogni gesto trova il suo posto. Merrick diventa magnetica, e le sue fragilità diventano parte integrante dello show, anzi, della sua autenticità. Non si atteggia a rockstar: lo è, nel senso più inventivo e vero del termine.
Come nell’ultima tappa romana, anche stavolta il set è stato in larga parte dedicato a "Big Swimmer", secondo album della band uscito lo scorso anno. Brani che, pur noti, dal vivo cambiano pelle: diventano più fisici, ruvidi, viscerali. L’introduttiva "Somewhere Near El Paso" apre il concerto con un crescendo cupo e trattenuto, fatto di riverberi inquieti e linee chitarristiche che ricordano certi momenti degli Slint, mentre "Milk Boy" prosegue in chiave post-rock pura, con una progressione liquida e dilatata. Poi arrivano gli assoli infiniti di "Suddenly In Your Hands", che deflagrano con una precisione rumorosa quanto evocativa, senza mai spezzare la tensione interna. È musica che si apre per accumulo, non per esplosione: ogni passaggio è un innesto, una spinta verso il bordo.
C’è spazio anche per un breve omaggio a Bill Callahan — di cui, raccontano, hanno visto il concerto pochi giorni prima nella suggestiva cornice del Teatro Romano di Ostia Antica. Ma rispetto all’ultima esibizione al Monk, il live di questa sera prende una direzione diversa, lentamente spostandosi su territori meno abrasivi, più morbidi e obliqui. Il cambiamento si intuisce già nel blues sghembo di "The Mattress", per poi farsi più evidente in "Davey Says", cavalcata melodica che il pubblico accoglie con entusiasmo.
L’ultimo arivato ”Leftovers” si apre in forma di spoken word per poi evolvere in un’esplosione di chitarre spigolose, lasciando infine il posto all’inossidabile "Crème Brûlée", sempre efficace nel suo climax sonoro.
Il momento più inatteso arriva però durante i bis: le distorsioni si placano, le atmosfere cambiano del tutto. Hannah Merrick si ritrova da sola a sostenere "Big Swimmers" senza Sharon Van Etten, ma la sua interpretazione intensa non fa rimpiangere l’ospite. Subito dopo, la sorpresa: una canzone ancora senza nome, proposta in anteprima. È una ballata dal gusto retrò, costruita intorno alla voce estesa di Hannah, che qui si prende tutta la scena con eleganza e misura. Il finale è un omaggio dichiarato a Gillian Welch, con una cover di "Look At Miss Ohio" eseguita in punta di dita, intima e sospesa.
A rendere ancora più solida la serata è stata anche l’apertura affidata ai Panta, band romana sempre più a proprio agio sui palchi importanti. Performance compatta, ben suonata, con il bassista Davide Panetta, in particolare, che ha tenuto il motore acceso con giri instancabili e precisi.
Alla fine del concerto, i King Hannah si sono intrattenuti con il pubblico con grande disponibilità, firmando vinili, scambiando battute e lasciando l’impressione di essere davvero contenti di essere lì. E, francamente, non si poteva chiedere di meglio.
Somewhere Near El Paso
Milk Boy (I Love You)
Go-Kart Kid (Hell No!)
The Mattress
Suddenly, Your Hand
New York, Let's Do Nothing
Davey Says
Leftovers
Crème brûlée
Encore:
Big Swimmer
New Song
Look at Miss Ohio (cover)