Acclamati quasi come messia dal popolo indie più elitario e intransigente i Deerhunter arrivano al Dancity Festival di Foligno a meno di due mesi da “Monomania“, ultima fatica firmata Cox & soci. Un album solido e robusto che aggiorna il viaggio tenebroso ed esistenziale del leader ma che abbandona le venature psichedeliche e gli arrangiamenti fantasiosi di “Halcyon Digest“, che rimane il miglior album della band. I Deerhunter versione 2013 hanno aggiunto muscoli e giacche di pelle al loro sound che profuma di America e garage notturni, lasciando solo un vago ricordo delle sperimentazioni ambientali passate. Intendiamoci, “Monomania” è un capitolo importante per la band di Atlanta e, per conto di chi scrive, è una delle migliori uscite discografiche dell’anno. Ma quando si parla di Deerhunter le aspettative sono sempre alte e, giunti al quinto album della loro carriera, dare alle stampe un bel disco forse non basta più. Tanti si aspettavano il capolavoro che ancora non è arrivato.
“Sleepwalking” scalda la piazza con quella melodia bubblegum deliziosa e il ritornello liberatorio esaltato dai colori delle corde di Lockett Pundt. “Back To The Middle” sembra svegliare Frankie Broyles, prezioso per il ritmo ma soventemente assente dalle scene. Non si poga, non si canta, ma si assiste ipnotizzati e concentrati fino a quando Cox fa saltare in area la parrucca, “sorpresa, sorpresa!”. Il gran finale è tutto per “Monomania”, che metaforicamente è un sunto della poetica dei Deerhunter. Le chitarre volano in cielo, Cox attaccato al microfono grida “If you can’t send me an angel”, ma nessuno lo sente. Però entra tutto quello che deve entrare: in quegli occhi tristi, nell’incomunicabilità che arriva dal palco, nei teneri e zuccherosi ritornelli pop che spezzano le angolature nervose delle chitarre, c’è un universo simbolico che ha la forza di un pugno in faccia. E in questo delirio, che per tanti aspetti è generazionale, la “Monomania” di Cox si perde in una coda strumentale lunghissima, che diventa caos allo stato puro prima di eclissarsi in un innocuo rumore di fondo.
Finisce così, con il pubblico che già si è tuffato nei ritmi della notte e Cox solo sul palco a riannodare i fili e smontare gli strumenti. A pochi metri di distanza la festa è già iniziata e i ritmi ossessivi di Shackleton esplodono tra le nubi di Foligno.
(Luca Stefanucci)
L’impasto dei suoni è spesso confuso e imperfetto: non è un problema, visto e considerato che “Monomania” è un lavoro improntato principalmente al distanziamento dalla ricerca formale e degli abbellimenti del mixing in post-produzione. No, il vero problema, come segnalato più volte dallo stesso Bradford Cox, è che alla band è stato imposto di suonare a volumi inferiori ai loro standard (come molti di voi sapranno, il cortile del vicolo Bolognetti è situato in pieno centro, dove un’ordinanza comunale impone un livello massimo di decibel): una limitazione che pare non essere stata presa di buon occhio da Cox, che ironizza in continuazione sulla cosa, invitando gli spettatori (a dire il vero non molti e un po’ troppo freddi), ad avvicinarsi al palco per “bloccare il suono” ed evitare che i rumori della strada circostante disturbino l’esibizione. Forse solo per un capriccio del leader della band, che si vocifera fosse ubriaco sin dal primo pomeriggio, il concerto procede a corrente alternata, con i Deerhunter che spesso vanno avanti col pilota automatico, altre volte sprizzano scintille come in passato.
Il resto non presenta molte sorprese, a parte una lunga, soffocante, cover degli Stereolab, “Blue Milk”, che si trascina per oltre dieci minuti: “Monomania” è saccheggiato in lungo e in largo, dal pop di “Back To The Middle”, al funk allucinato di “T.H.M” sino allo scatenato noise della title track (in cui con molta probabilità le limitazioni dei decibel sono state infrante senza ritegno!) che chiude un’esibizione frustrante e bizzarra proprio sul più bello. Poco prima, alle 23, un ragazzo dello staff urla a Cox e compagni “ten more minutes!”, segno che i giochi avranno vita breve.
Un live di un’oretta striminzita per una band che avrebbe potuto, e dovuto, fare ben di più, e che invece si è limitata al compitino senza infamia né lode.
(Alex Poltronieri)
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