Sziget Festival

Isola di Obuda, Budapest (Ungheria)


Il primo impatto con lo Sziget festival è terribile. Gente che corre da tutte le parti, sentieri che non corrispondono a quelli della mappa; ma soprattutto bancarelle, caos e totale impossibilità di orientarsi. Dove sarà mai il main stage in questa baraonda? E gli altri palchi? Sull’isola di Obuda non c’è gerarchia che tenga; si mangia tanto, a tutte le ore, e si rincorrono le giostre come da bambini: la gente annega tra concerti, teatro e quant’altro. Eppure tutto è rigorosamente organizzato, i concerti iniziano in orario e salvo la defezione di Gomez e Coldcut (rimasti bloccati in Inghilterra), è filato tutto liscio.

Un po’ alla volta ci si riprende dallo shock; il festival è caotico, ma ci sono eventi che creano una gerarchia perversa tra le cose. Il concerto dei Radiohead, a metà della settimana, è stato uno di questi; vi si radunano intorno ricordi e sensazioni, davvero troppe in una settimana di fulmini e continue follie. Seguono una sfilata di esibizioni che si confondono nel cervello. Sotto un cielo plumbeo, che è rimasto tale per tutta la settimana, i Sons and Daughters scaldavano le membra con un rock’n roll sporco e tagliente; con Bob Dylan nel cuore e una bella dose di rabbia tra i denti: un bel risveglio, giusto prima dei Deus. Tra gli applausi Tom Barman è comparso come un dandy d’altri tempi; il bicchiere di rosso in mano e la fender a tracolla. Le danze sono durate giusto una cinquantina di minuti tesi e spigolosi; tra canzoni vecchie, estratte soprattutto da "Worst Case Scenario", e quelle nuove di "Pocket Revolution".

E’ press’a poco questo l’antipasto prima dei Radiohead, che smentiscono le recenti voci di crisi con quasi due ore di musica. Thom Yorke balla e gioca col pubblico mentre Johnny Greenwood si diverte e sbaglia che è un piacere l’attacco di "2+2="5"". I Radiohead non sono mai stati un gruppo da esecuzioni tecnicamente impeccabili, riescono però a creare un amalgama di suoni dall’impatto emotivo unico, che si insinua lentamente nel cuore di chi ascolta. Difficile scrollarsi di dosso le chitarre di una splendida "Fake Plastic Trees" o il falsetto che Thom imbastisce sulle note di "Nude", inedito che il gruppo propone già da qualche anno. La scaletta pesca molto da "Ok Computer" e propone almeno tre-quattro brani dagli altri dischi (escluso "Pablo Honey", come al solito).

Ma insieme ai grandi nomi non sono mancate le sorprese; lo Sziget ne ha in serbo parecchie per chi ha voglia di esplorare le sue tortuose strade. Chi scrive, ad esempio, si è imbattuto in una scena locale davvero notevole. A parte gli Heaven Street Seven, autori di una trascurabile british soup, è stato un piacere scoprire l'alternative-rock cantato in ungherese di un gruppo che ricorda i Noir Desir più spigolosi: i Kispàl és a borz. Pare che il cantante-bassista Andràs Lovasi sia uno dei più stimati scrittori nazionali; ovviamente non si capisce una parola di quel che dice, ma la voce roca e i suoni ispidi della sua lingua riescono lo stesso ad affascinare chi ascolta. Bel concerto, il loro, insieme a quello dei Kiscsillag: un progetto parallelo di Lovasi che propone in chiave più diretta il rock d’autore del gruppo principale.

Quest’ultimo show si è tenuto sul Wan2 stage, la stessa tenda che ha ospitato l’affollatissimo dj-set degli Orb. Ovvero un magma umido di pulsazioni ritmiche e nebulose sonore; un ambient subacqueo, accompagnato da luci violacee e immagini astratte, che per un’ora ha trasformato la tenda in una sauna psichedelica dove “ballare” era a dir poco arduo. Gli unici a muoversi, saltando da un pc all’altro, sono stati i soli Orb. L’avanguardia, soprattutto dopo mezzanotte, è il pane quotidiano del Wan2; e tra i tanti visti bisogna ricordare almeno i Màsfél, tra funk e jungle convulsiva, e Mouss et Hakim, membri dei ZEBDA che mischiano rock e hip-hop francese.

Poi, proprio l’ultimo giorno, arrivano loro. Scoglio duro e coriaceo che s’impone sugli altri ricordi: ladies and gentlemen, the fuckin’ Stooges! Questi arzilli sessantenni (tolto il più giovane Mike Watt, unico a non far parte della formazione storica) sputano sangue dagli strumenti proprio come quarant’anni fa: canzoni come "TV Eye", "I Wanna Be Your Dog" e "Fun House" sono bombe al napalm esplose sulle teste del pubblico. L’Iguana intanto imbastiva il suo show di provocazioni, con mezzo culaccio di fuori e contorsioni assortite. Durante l’invasione del palco, fomentata dal buon diavolo di un Iggy, la security è intervenuta e i roadie della band ci hanno messo un po’ a far capire che era tutto ok: che quello era un copione che andava rispettato e che nessuno si sarebbe fatto male.

Intanto i giorni passano, le strade e i percorsi diventano familiari mentre ci si affeziona in particolare a questo o a quel luogo. Allora diventa consuetudine trascorrere il primo pomeriggio nell’area dei giocolieri, sdraiati sul prato mentre gli artisti di strada si propongono a un pubblico che, qualche ora dopo, assisterà a un concerto (incendiario) dei Living Color. La mezzanotte invece è l’ora ideale per correre a sbirciare sotto alla Teather Tent, dove ci si stringe seduti a terra per assistere agli spettacoli delle più disparate compagnie europee. Chi era al Giant Street stage, invece, farà fatica a dimenticare quegli show pirotecnici che facevano scappare il pubblico in tutte le direzioni; che travolgevano con luci, visioni e sensazioni tattili fuori del comune.

Ma i concerti sono davvero tanti e tutti reclamano un posticino speciale nei ricordi. Non hanno deluso i Franz Ferdinand, che forse suonano sempre la stessa canzone, ma sanno far ballare e divertire. I Placebo, invece, hanno fatto un concerto tanto impeccabile quanto privo di trasporto ed emozioni. E poi i Therapy? che fanno cover di Britney Spears e dei Joy Division; i Ministry che fanno spavento, ma poi affascinano metallari e non; i Leningrad che con un punk-ska in lingua russa vincono la palma d’oro dei più belli e buffi…

E così è già l’ultima sera; la lista delle cose da fare è ancora colma, perché intanto il tempo è passato ed eri talmente immerso nel ritmo dell’isola da dimenticare di assaggiare un pezzettino di ogni cosa. Tra mille fragranze e bellezze, col suo labirinto di strade e storie, lo Sziget festival ti saluta con l’aria furbetta di chi sa di averti conquistato, e che probabilmente tornerai la prossima estate per averne un altro po’.

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