Dietro Matryoshka si cela Jacqueline Lawson, giovane producer di Seattle con le idee già chiare su nostalgia e intimismo applicati al dub contemporaneo. Il suo pantheon è riconoscibile: Burial, Space Afrika, la lezione Chain Reaction. Ma il modo in cui lo rielabora evita il semplice tributo. Come un sussurro post-ipnagogico battezzato tra linee sub scheggiate e ritmiche frantumate, Lawson dimostra già una voce precisa, capace di tenere insieme i capisaldi del genere e le più recenti curvature sadcore.
“Blasé Saint” è un tragitto notturno vicino alla poetica di Rod Modell: accordi ricamati su scrosci di pioggia e frammenti urbani, simili a sospiri evanescenti che ne mettono a fuoco il lato più introverso. Gli otto brani delineano una realtà iperconnessa e tecnologicamente satura, dalla quale Lawson sembra ricavare una personale forma di evasione. Un soundscape da quattro del mattino, attraversato tra solitudine e insonnia. Con “Ecstasy Shield” si sfiora il vertice, mentre la title-track funziona come un loop ipnotico che si dissolve lentamente in una nebbia dissociata.
Qui prende forma una nostalgia del presente, fatta di atmosfere bioniche e cullanti (“Jewelry Burns”), accordi stretchati e riverberi fumosi (“Parted By The Sea”), quasi fosse William Basinski filtrato attraverso il cloud rap strumentale (“Silk Sheets On Concrete”). L’unico limite sta in una naturale inclinazione alla discrezione, che in alcuni passaggi ne riduce il potere di sedimentazione. Ma “Blasé Saint” convince già al primo ascolto e guadagna con il tempo. Un debutto che non ha paura del silenzio, e sa quando lasciare che sia il buio a parlare.