Joji - Ballads 1

2018 (88rising)
alt-pop, alternative r&b, emo-rap, lo-fi hip-hop

I’ve been missing a long time
to know I had to move
I’ve been waiting my whole life
to know I wanted you
(“Wanted U", Joji)

Joji, pseudonimo dell’ex-youtuber, cantante e producer giapponese George Kusunoki Miller, è un nome che salta all'occhio soprattutto ai veterani del web: con quattro album all’attivo e una carriera decennale alle spalle, durante la sua "escursione sul web" Miller ha avuto ben più vite, un po’ come i gatti, ma una in particolare lo ha divorato come poche cose al mondo, quella appartenente all’immaginario caustico di Filthy Frank.

“He is anti-PC, anti-social and anti-couth" recita ancora oggi la descrizione del suo canale ufficiale, abbandonato poco dopo la pubblicazione dell'anti-best seller “Francis of The Filth” (Lulu, 2017): intorno alla prima metà degli anni Duemiladieci, Miller ha messo in mostra una comicità portata all'estremo e furbamente mescolata con il grottesco, la satira sociale, il nonsense e la demenzialità. Pur sfociando in innumerevoli episodi di pessimo gusto, nel tempo viene riconosciuto non solo come uno degli antesignani del “dank meme” (es. “Harlem Shake”), bensì come una delle personalità che più ha lasciato il segno nella piattaforma YouTube, mantenendo una longeva e stratificata fanbase alle proprie spalle.

Ai seguaci del canale non è estranea la sua passione per un certo tipo di musica. Il caso vuole che il suo primo canale “DizastaMusic2008” sia nato per promuovere le sue canzoni autoprodotte. Eppure, l’idea di iniziare a comporre pezzi più ingegnosi viene a galla durante un glorioso periodo di successo sulla piattaforma.

Tra il 2015 ed il 2017, sul suo profilo SoundCloud vengono pubblicati alcuni lavori ispirati alle influenze musicali dell’epoca: dal bedroom pop di “Thom”, il cui titolo fa riferimento al frontman dei Radiohead, all’alternative r&b di “You Suck Charlie”, passando poi al trip-hop frammentato di “World$tar Money” e al lo-fi hip hop di “Unsaved Info”, che sfrutta sapientemente un sample della “Gymnopédie No. 1” di Erik Satie. Poco prima di abbandonare il canale YouTube a causa di motivazioni varie - salute mentale, segnalazioni da parte del sito, svolta musicale - Miller passa direttamente all’etichetta discografica americana 88rising, per la quale firma il suo primo EP pubblicato sotto lo pseudonimo Joji, “In Tongues” (2017). In tutto ciò bisogna sottolineare quanto il canale YouTube sia servito per sperimentare un precoce approccio stilistico sempre in evoluzione, al di là della costante natura comica – vedi “Pink Season” (Pink Records, 2017).

Sempre per la 88Rising – con la quale Miller legherà – segue, verso fine ottobre 2018, l’uscita del suo debutto in studio, “Ballads 1”, anticipato dai due singoli “Yeah Right” e “Slow Dancing in The Dark”. Il disco viene accolto con pareri contrastanti, tra chi reputa l’approccio emo-cloud poco originale, e chi ne esalta genuinamente la varietà delle produzioni. Negli anni, tutta l’aura negativa che imperversava il concept è volata via da un’ipotetica finestra di pregiudizi, e gli ascoltatori hanno dato a Cesare quel che è di Cesare.

Dall'inquietante copertina in low-resolution, l'album parte in pompa magna col pezzo alt-r&b “Attention” che, pur nella sua radicale brevità, fa emergere all’ascolto le buone capacità produttive di Joji, già presentate in precedenza nel debutto scartato “Chloe Burbank Vol.1” (autoprodotto, 2016). Agrodolce nella sua sfuggevolezza, il brano annega piacevolmente in una vasca di distorsioni che rendono chiara l’idea concettuale del suo autore: smembrare una melodia autentica, ridurla in piccoli pezzi per poi riassemblarla egregiamente al pari di un puzzle o un lavoro di restauro; questo è quanto.

Prodotta da Patrick Wimberly, ex vocalist e tastierista del duo synth pop statunitense Chairlift, nel quale ha militato un'ancora sconosciuta Caroline Polachek, la hit alt-pop “Slow Dancing In The Dark” sposa attitudini future bass a fluttuanti ritmi chillstep: il rimorso, la competizione ed il rancore vengono ridossati a tal punto da permettere al pezzo di diventare uno tra i più memorabili dell’ex-youtuber. A dimostrazione di ciò è l’omonimo videoclip del brano, tratteggiato dalla fotografia bluastra. Quella che ne viene fuori è una convincente ballata per i millennials, fatta di insicurezze, disillusioni e speranze disintegrate. La trap soul di “Test Drive”, intanto, si adagia su un piano sofferto ed un beat figlio dei suoi tempi. Particolareggiata dai vocalismi perspicaci di Joji, vicini al falsetto, il pezzo scorre volentieri nella sua durata media, pur non direzionandosi a guizzi sperimentali.

L’alt-r&b autoprodotto di “Wanted U” dà luce ad una delle tracce più ambiziose e introspettive del musicista giapponese. Le coralità soffuse e a tratti letargiche del brano, alternate ad un gusto lo-fi a dir poco ricercato, rendono degne di nota le strutture melodiche minimali insite nella composizione. Quello di Joji è il racconto di un uomo (o un ragazzino fin troppo cresciuto) dal cuore spezzato, eterno amante del rimuginio e ben lontano dal prendere delle decisioni che potrebbero portare ad una svolta positiva nella sua vita. Di lì a poco succede il brano più breve del disco, “Can’t Get Over You”, una funktronica appetibile al grande pubblico, con Clams Casino alla produzione.

 

L’edonista e solitaria “Yeah Right” riflette le influenze di Frank Ocean, tra le maggiori ispirazioni del producer giapponese. Disorientante il post-rock della successiva “Why Am I Still in LA”, realizzata in collaborazione con i dj losangelini Shlohmo e D33J. Raffiche vagamente punk invadono la composizione a metà brano, sostenendola con un basso graffiante e chitarre eteree. Prodotto dal londinese Jam City e orientato su ritmiche decisamente più orecchiabili del solito, l’UK bass di “No Fun” si riveste di un umorismo depravato, fortemente vicino all'operato internettiano di Filthy Frank – d'altronde siamo di fronte allo stesso individuo.

Più sottotono gli esperimenti sparsi di fine disco, che siano il cloud disperato di “Come Thru”, l’emo rap di “R.I.P.”, in collaborazione con il trapper losangelino Trippie Redd, o i saluti finali di “I’ll See You in 40”, tra indie folk e alt-pop. Passa inosservato il pezzo nostalgico “XNXX”, il cui titolo può ricondurre la nostra mente ad uno scenario a luci rosse: invece ci si trova a che fare con una composizione circolare, un bozzetto non definito che suscita il ricordo di immagini sfumate, lontane ma non per questo meno importanti.

Pur nella sua imperfezione, "Ballads 1" definisce per bene l'immagine della star dell’alt-pop made in Internet.