Il muro di rumore e il boom-bap uniti in uno stretto abbraccio: ci si sente apparentemente a casa con l’ultimo Dälek, intitolato “Brilliance Of A Falling Moon”, ma è una mezza illusione. La formula è sostanzialmente rimasta quell’amalgama di industriale e ritmico, cacofonico e politico che li ha resi grandi tra i due millenni e che è probabilmente culminata nel capolavoro “Absence”, ormai ultraventenne, tuttavia alla prospettiva della catastrofe è stata sostituita una visione più dimessa, disperata e spettrale. Negli ultimi anni, i Dälek hanno pubblicato prima “Precipice” (2022), un album giocato su tempi lenti e atmosfere oniriche che riduceva di una tacca l’aggressività e quindi, più recentemente, “HAYWARDxDÄLEK” (2025), una collaborazione con Charles Hayward dove il contributo fondamentale del batterista dei This Heat comprime lo stile della band, che rimane spesso in secondo piano.
Il loro decimo album, calato nel contesto di un mondo marcio che sembra destinato ad autodistruggersi, si apre con “Better Than”, un assalto che fonde strati di rumore con un beatquadrato e ossessivo, su cui vengono rappate considerazioni amare sul presente:
Collectively, this species been losing consciousness
Personally, this whole world lost my confidence
And I ain’t even trying to sound ominous
No need to assert dominance
La dimensione del messaggio rimane centrale anche nella successiva “Knowledge/ Understanding/ Wisdom”, che dichiara “It’s always been a class war”, e nel loopassordante di “Normalized Tragedy”, che contiene versi avvelenati come:
Stay precise with the syllables
True to my principles
Won’t salute no war criminal, timbre stay visceral
L’intensità cala, definendo lugubri scenari senza vita, con la più atmosferica “Expressions Of Love”, dove il pessimismo si scioglie in echi e riverberi allucinati. Questa riduzione di potenza conduce l’album verso una versione più educata e lirica dell’industrial-hip-hop che da sempre hanno praticato in “Substance” e “I AM A MAN”, amare dichiarazioni di integrità e di coerenza che attingono alla cultura della lotta sociale.
La battaglia per un mondo più equo anima “For The People” (The struggle won’t stop/ Til we equal”) ma suona già scritto l’inevitabile esito. È un altro brano che unisce un semplice ritmo boom-bap con strati cacofonici, lo scheletro di un noise-rap. La conclusiva, angosciante e martellante, “By The Time We Arrive In El Salvador” attacca il Terrorism Confinement Center, una prigione la cui gestione appare quantomeno controversa:
I dunno who lied to you as a kid but words and ideas will most definitely hurt you
Policies contrived in diseased minds drunk on hatred
Now we facing unjust weighted scales
Free thought incarcerated
Current status got us frustrated
Nel contesto di un mondo pericolosamente violento e fascista, fatto di Donald Trump e nuovi dittatori, informazioni distorte e mercificazione dell’arte, i Dälek ritornano per commentare con asprezza l’ipocrisia di chi ci rappresenta e ribadire la loro posizione ostinatamente contro discriminazioni, guerra, derive autoritarie e banalizzazione del messaggio.
MC Dälek e Mike Mare usano un hip-hop intriso di rumore e distorsioni, suggestivamente fantasmatico, come mezzo per questo nuovo attacco al sistema, forse non abrasivo come i loro vertici e sicuramente incapace di sorprendere chi già li conosce da tempo ma ancora, purtroppo, necessario. L’unica opposizione al sistema possibile, sembrano dire, deve passare dalla constatazione che viviamo un periodo buio, dove la notte è rischiarata da una Luna drammaticamente calante.
08/05/2026