One year and one day, you left us alone, you’ve gone away
La volontà di elaborare un lutto è spesso una spinta a rifugiarsi nel porto sicuro della musica, compagna di una vita, per affrontare dolore e sofferenza. Non è una storia nuova: il precedente più noto è quello di Nick Cave con “Ghosteen”, in cui la perdita di un figlio diventa la forza motrice delle composizioni, un linguaggio attraverso cui dare forma all’assenza.
Il bassista Tim Brown, qui anche nelle vesti di produttore, ha vissuto la creazione di “In Spite of Everything” come una forma di sopravvivenza.
Si tratta del ritorno dei Boo Radleys a tre anni dall’ultima uscita, “Eight”. La band del Merseyside è sempre stata considerata una delle grandi sottovalutate dell’ondata britpop degli anni 90. Ha comunque conosciuto un momento di grande popolarità con il successo del singolo “Wake Up Boo!” e ha ottenuto ottimi riscontri di critica per l’album “Giant Steps”. Gli album successivi hanno confermato il loro talento, anche se il fuoco degli inizi si è progressivamente affievolito, fino alla separazione dal chitarrista e autore Martin Carr.
Ora arriva “In Spite of Everything”, pubblicato, per uno strano scherzo del destino, lo stesso giorno di “What Future”, il progetto solista di Martin Carr. Anche se il tema dell’elaborazione del lutto potrebbe far pensare a un’opera crepuscolare ripiegata su sé stessa, “In Spite Of Everything” si muove invece lungo un sentiero di speranza, in cui si alternano paesaggi emotivi diversi: la sofferenza è presente, ma viene vissuta come un passaggio verso una nuova consapevolezza.
L’ultimo lavoro dei Boo Radleys si presenta infatti con un ampio ventaglio di soluzioni sonore che richiamano gli anni 90, il periodo di massimo splendore della band, rischiando però di risultare poco attuale.
Si avvertono echi degli Stone Roses nelle melodie di “Affected / Rejected”, affiorano sapori caraibici in “Solarcide” e “King Budgie”, elementi synth-pop e una spruzzata di Xtc in “Do Better, Know Better”. “Bring Them Back Again” è un inno alla speranza sostenuto da un groove funk e da una chitarra ritmica in gran forma. Avvolta da synth spettrali e da un testo ripetuto ossessivamente, “Song For Natalie” rappresenta il momento emotivamente più esposto del disco, subito seguito dalla toccante confessione shoegaze della conclusiva “Wasn’t I Enough?”, guidata dal basso distorto di Tim Brown.
Altrove, invece, emerge qualche cedimento: la scrittura si appoggia troppo spesso su soluzioni immediate, come in “This Is the Place” o nelle ripetizioni di “Living Is Easy”, dove la vocazione pop rischia di trasformarsi in prevedibilità.
“In Spite Of Everything” conferma che i Boo Radleys sono una band matura ed esperta, capace di costruire arrangiamenti efficaci che valorizzano ogni brano, su cui la voce elegante di Simon “Sice” Rowbottom si muove con naturalezza. Ma è anche un lavoro che rinuncia quasi del tutto al rischio. Se qualcuno si aspettava un nuovo “Giant Steps”, bisogna constatare che la freschezza e la voglia di sorprendere non sembrano più rientrare tra le priorità della band britannica.
21/05/2026