JOSHUA BURNSIDE - It’s Not Going To Be Okay

2026 (Nettwerk)
alt-folk

E’ un fine poeta e un abile narratore, Joshua Burnside, cantautore irlandese che con l’inquieto album “Teeth Of Time” ha smosso le acque del folk contemporaneo, alterando paesaggi elettro-acustici con aspre manipolazioni di drone-music, ibridazioni creative a base di banjo e violino, glitch e noise. “It’s Not Going To Be Okay” giunge a solo un anno di distanza da “Teeth Of TIme” e cambia le carte in regola, sposando un’estetica minimale che lascia alle parole e all’intensità delle composizioni una potenza viscerale che trasuda dolore. Dedicato all’amico e collega Dean Jendoubi , morto nel 2024 all’età di 35 anni, il nuovo album di Burnside è un diario in cui l’autore mette a nudo sentimenti tanto personali quanto universali.

Che queste dieci canzoni avessero un legame non è stato subito evidente, solo quando il musicista ha scritto la title track si è reso conto che dolore, sofferenza e morte erano temi ricorrenti nelle sue ultime composizioni, condividerle sul palco e dialogare con il proprio pubblico hanno dato la chiave di lettura definitiva del progetto.

 

Per quanto esplicite nella loro esternazione di profonda tristezza, le canzoni non indugiano nella malinconia: Joshua Burnside amplia il concetto di perdita e sofferenza concentrandosi su quell’attimo in cui il dolore debilita il corpo e lo rende pigro, ed è a volte amorevole la cornice melodica che fa da sfondo (“Moon High”). C’è perfino dell’ironia nell’apparentemente spensierata “Good Times Are Comin’”, una straniante digressione sonora e lirica dove l’autore gioca con i contrasti sia musicali (tanto oscura quanto stolta), che lirici (uno stato comatoso come rifugio dal dolore), ed è qui che la dichiarata passione per il gruppo dei Books è più evidente.

Aver scarnificato gli arrangiamenti è stata una scelta senz’altro interessante, ma la messa a nudo delle canzoni mette in luce discrepanze nell’ispirazione che potrebbe indurre molti a una frettolosa archiviazione (“The Last Armchair”). Il sagace umorismo noir di “Something Else” e l’intensità emotiva di “With You” sono piccole perle di un disco che potrebbe essere il “Nebraska” del musicista irlandese, un disco volutamente meno incisivo del precedente “Teeth Of Time” ma egualmente valido.

 

Ho volutamente lasciato per ultime le due canzoni più struggenti del disco, ovvero la graffiante title track, che testimonia la potenza tracimante di Joshua Burnside quando esce fuori dai confini del folk, e la straziante “Remake”, dove il dolore diventa a tal punto percepibile da togliere il respiro, gli accordi sono ridotti al minimo e le parole risuonano come un ultimo elogio funebre, prima della definitiva percezione dell’assenza, della sofferenza.

Beh, ho scritto il libro degli ospiti, o il libro dei morti, ti amo e l’ho lasciato così. Ehi, sto diventando piuttosto bravo in questo adesso, alcuni vecchi amici con cui non parlavi da dieci anni stavano chiacchierando, così ho portato la mia pinta fuori, dove alcuni ragazzi stavano facendo i pagliacci. E allora ho pensato a noi, a un vento fresco che ci soffiava tra i capelli , a guardare le navi mercantili passare, con il sole negli occhi e la schiena sull’erba, e ho pensato a qualcosa che hai detto una volta, vagando per i boschi fuori dalle nostre teste: È tutto solo un remake, niente di nuovo. forse la prossima volta interpreterai me. E io potrò interpretare te, e potrò interpretare te”.

(“Remake”)

26/05/2026

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