Ci eravamo lasciati un anno fa raccontando della presunta “coachellizzazione” del Primavera Sound, sensazione figlia di una line up che poneva al centro della trattazione (con tanto di gigantografia modello cartoon posizionata all’ingresso del Parc del Forum) tre superstar del pop contemporaneo: Charli XCX, Sabrina Carpenter e Chappel Roan. Per l’edizione 2026 l’organizzazione del Festival catalano è tornata a rifocalizzarsi su proposte musicali più vicine al gusto del popolo tradizionale del Primavera Sound. La presenza di mostri sacri del calibro di Cure (con una scaletta decisamente festival oriented), Massive Attack (che poi non hanno suonato ma ne parleremo fra poco), Gorillaz (sempre più impregnati delle derive world di Damon Albarn), My Bloody Valentine (sì, hanno fatto anche 3-4 minuti di “Holocaust Section” e una “Wonder 2” iper psichedelica), Slowdive (penalizzati da acustica, palco e orario assolutamente inadatti) ha ricalibrato l’età media dei presenti e soddisfatto i frequentatori “storici”, ma senza nulla togliere ai più giovani, vista la presenza di una componente electro come al solito rilevante (sono almeno in sessantamila ad acclamare Skrillex, ma si distinguono anche Shakleton, Ninajirachi, Underground Resistance, il dj set conclusivo messo a segno da Peggy Gou) e super popstar come Addison Rae (il suo stage diving è diventato subito virale), PinkPantheress (che satura completamente il palco Cupra, come mai accaduto prima) e Jade (appuntatevi il nome, ha già vinto un Brit Award, ma siamo appena all’inizio…).

Lo slogan dell’edizione 2026 è “NO WAR”: le gigantesche scritte al neon che campeggiano in un paio di punti strategici sono fra gli elementi più fotografati, e gran parte degli artisti che di esibiscono nel corso della settimana non mancano di fare ampi riferimenti alle guerre che stanno devastando parte del pianeta. Una sensibilità verso il pacifismo sottolineata dalla presenza in cartellone di un progetto che sta facendo dell’attivismo la propria ragione d’essere, i Kneecap, così come di Sama’ Abdulhadi, dj palestinese che ha oramai acquisito fama internazionale, e persino di Arab Barghuthi, il figlio di Marwan, politico palestinese incarcerato in Israele dal 2002, dopo essere stato arrestato dall’IDF. Arab interviene sul palco prima del concerto dei Gorillaz per rappresentare la causa anti israelita, scelta che caratterizza l’edizione numero XXIV del Primavera Sound, che invita tutti a ballare, cantare, divertirsi, passeggiare in riva al mare, guardare i propri artisti preferiti, sorseggiare uno spritz, incontrare gli amici della community, ma anche fermarsi a riflettere sui troppi conflitti armati attualmente in corso.

Come di consueto il Festival si apre ufficialmente il lunedì, con tre giorni di eventi diffusi all’interno di location del centro città, e il mercoledì con il primo assaggio del Parc del Forum, opening day che vede protagonisti Yard Act e Wet Leg. La prima giornata “intera”, quella del giovedì, è purtroppo funestata dal forte maltempo, ampiamente previsto nei giorni precedenti, ma in grado di cogliere di sorpresa parte del pubblico e la stessa organizzazione del Primavera Sound, che avrebbe potuto rimodulare in anticipo gli orari delle performance previste, e invece dalle 22 in poi si trova costretta a cancellare la programmazione dell’arena principale (che conferma i due palchi maggiori affiancati), annullando i concerti di Massive Attack (prima spostati di due ore e mezzo, poi definitivamente cancellati, dopo comunicazioni non esattamente tempestive, diffuse spesso via social in un’area dove gli smartphone non hanno campo), Doja Cat, Bad Gyal, Mac De Marco e Alex G. Tutto il resto in qualche modo prosegue come da copione, ma il disagio è notevole, soprattutto per la carenza di avvisi chiari durante le due-tre ore di maggiore caos. La mattina successiva arriverà puntuale il comunicato del Primavera Sound che assicura il rimborso integrale a tutti i possessori del daily ticket del giovedì, giornata che comunque registra le ottime performance di Geese (per nulla messi in difficoltà dalla burrasca appena iniziata), Blood Orange (superbo, nella mia top 3 di questa edizione), Father John Misty (quanta eleganza ragazzi!), Oklou (la giovane francese conferma tutto quanto di buono si sta dicendo sul suo conto) e 2hollis (un portento, supportato da laser ed effetti scenici molto efficaci). Chiaramente si va avanti a pubblico ridotto, perché sono in molti a mollare intorno alla mezzanotte, completamente bagnati.

Nei successivi due giorni fortunatamente tutto fila liscio, e si riesce a mettere maggiormente a fuoco un cartellone che, come di consueto, è in grado di accontentare gusti e percorsi differenti. Dal versante più “duro”, praticato dagli intransigenti Agriculture, Kylesa, Knocked Loose e Osserp, alla romantica saudade proposta dalla portoghese Gisela Joao, dal pop ultra raffinato degli XX all’indie-rock di Sophs, NewDad e Water From Your Eyes, dall’energia made in England di Viagra Boys e Lambrini Girls ai ritmi urban delle acclamate Little Simz e Sudan Archives. Quest’anno c’è anche il ritorno dell’Auditori, confortevole struttura indoor che registra il tutto esaurito in più circostanze, a partire dallo spettacolo per soli voce e pianoforte di Cameron Winter, il cantante dei Geese, protagonista di tre set (due insieme alla band) nel giro di 24 ore. In paricolare il sabato è ricco di sorprendenti colpi di scena, a partire dal ritorno dei desiderati unexpected (i concerti annunciati all’ultimo momento): anzi tutto Olivia Rodrigo, che all’improvviso diventa una vera e propria headliner aggiunta, ma anche tutti gli artisti che animano la nottata del Pulse, la discoteca all’aperto del Primavera Sound, selezionati in persona da Skrillex, fra i quali spiccano i nomi di Arca, Four Tet e Blawan, resi noti soltanto a ridosso della serata. Inoltre una serie di ospitate non annunciate nobilitano l’ultima giornata dell’evento barcellonese: Robert Smith raggiunge sul palco Olivia Rodrigo, Little Simz i Gorillaz, Grian Chatten i Kneecap. Capitolo avvistamenti: non solo influencer, ma anche l’attrice Salma Hayek sotto palco per Cara Delevigne, Victoria dei Maneskin incrociata a passeggio fra Fakemink e Jade, Grian Chatten in area Vip a seguire il concerto dei Cure, Pep Guardiola a godersi dall’alto gli show della main arena, e persino il Primo Ministro spagnolo, Pedro Sanchez, a certificare l’interesse crescente suscitato dal Primavera Sound. Non solo esserci, ma viverlo profondamente, respirarlo a pieni polmoni.

Chiudo citando i due set che mi hanno più colpito. Anzi tutto Ethel Cain, che parte con la hit “American Teenager” per poi creare un’atmosfera incredibilmente intensa, che raggiunge l’apice durante l’esecuzione di “A House in Nebraska”, i sette minuti più emozionanti di questa edizione: per la prima volta il pubblico dei main stage (l’area simpaticamente denominata “Mordor”) segue in religioso silenzio, rapito, da brividi veri. Altrettanto intenso il set dei Big Thief, che suonano diversi inediti e mostrano una Arianne Lenker in grande forma, pronta a mostrare grande abilità non soltanto nell’esecuzione delle parti vocali, ma anche nella gestione della chitarra, con sugli scudi gli evergreen “Not” e “Vampire Empire”. La domenica è prevista la consueta coda del Brunch On The Beach, a tinte electro, poi è solo malinconia per il ritorno alla vita normale. Ma abbiamo già le date della prossima edizione, la numero XXV: non è affatto scontato per un Festival musicale raggiungere un traguardo simile, ancor più quando nel bel mezzo ci sono stati due anni di fermo causa pandemia. Sara una celebrazione, che troverà il proprio focus nelle giornate di Giovedì 3, Venerdi 4 e Sabato 5 Giugno. Meglio muoversi subito per fermare voli e hotel, prima che le tariffe arrivino alle stelle. Fra pochi giorni saranno in vendita gli early bird, i biglietti a prezzo contenuto da acquistare al buio, senza conoscere neppure un nome della prossima line up. Ma non c’è alcun rischio, il Primavera Sound è una garanzia, da un quarto di secolo. Scatta quindi il momento delle “predictions”, le mille congetture sui nomi che potrebbero essere in cartellone fra dodici mesi, a partire dai musicisti che hanno dischi in uscita nei prossimi mesi. L’esperienza Primavera Sound non conosce pause . . .



(Foto di Claudio Lancia)