Nel 1992, sulle pagine della rivista britannica Melody Maker, Siouxsie Sioux ripercorse il proprio percorso artistico attraverso dodici dischi fondamentali. Ne emerse un background variegato che attingeva a mondi diversi: il glam-rock di Marc Bolan e David Bowie, il nichilismo urbano di Lou Reed e degli Stooges, il punk americano, la musica contemporanea di Philip Glass e persino le colonne sonore di Bernard Herrmann e le composizioni classiche di Prokofiev.
Il primo grande punto di riferimento per Susan Janet Ballion fu Marc Bolan e il brano “Jeepster”. Più ancora della musica, a colpirla fu la sua immagine ambigua e sfuggente. “L’immagine di Bolan e la sua sessualità ambigua ebbero un enorme impatto su di me”, ricordava. “Si vestiva quasi da drag queen, portava il trucco e aveva un lato apertamente femminile. Non avevo bisogno di modelli femminili. Mia sorella, che aveva dieci anni più di me, frequentava l’Art College ed era circondata da amici gay, quindi tutto questo mi sembrava perfettamente naturale. Ero un maschiaccio e detestavo l’idea del fidanzato. Ironia della sorte, però, ero davvero affascinata da Bolan e dalle sue sciarpe di piume”.
Poco dopo arrivò David Bowie. La sua apparizione a “Top Of The Pops” rappresentò uno shock culturale per una ragazza che non sopportava gruppi come Mud e Rubettes. “Difendevo Bowie e Bolan con aggressività quando qualcuno li prendeva in giro per i loro look effemminati”, raccontava. Ricordava anche un episodio curioso legato a Bolan: quando i Banshees eseguirono una versione di “20th Century Boy”, il leader dei T. Rex andò a vederli dal vivo e, apparentemente, non riconobbe nemmeno la propria canzone. Poco dopo li invitò a partecipare al suo programma televisivo, ma il progetto sfumò a causa del tragico incidente automobilistico che gli costò la vita.
L’incontro con Lou Reed e “Transformer” rappresentò un’altra tappa decisiva. “Non dimenticherò mai la prima volta che vidi quella copertina, con il trucco pesante sugli occhi, lo smalto nero e il rossetto”, spiegava. La colpiva anche l’ironia asciutta di canzoni come “Vicious”. Cresciuta nella periferia londinese, trovava soffocante l’ambiente che la circondava: ragazzi sempre pronti a fare a botte e ragazze che giudicavano continuamente gli altri. Per questo preferiva frequentare i club gay della capitale, che descriveva come un rifugio sicuro. “Avevo moltissime amiche lì, che per caso erano uomini”.
Tra le passioni glam figuravano anche i Roxy Music. Bryan Ferry la conquistava con il suo “sorriso sprezzante”, Brian Eno con i sintetizzatori e l’abbigliamento eccentrico, mentre Phil Manzanera le appariva come una sorta di personaggio fantascientifico uscito da “Doctor Who”. “Roxy Music e Bowie non erano i bersagli che volevamo eliminare nel 1976”, spiegava. “I veri nemici erano i supergruppi e quei dinosauri del rock privi di fascino, glitter, sesso o qualsiasi altra forma di vitalità”.
L’oscurità di John Cale occupava un posto altrettanto importante. La sua versione di “Heartbreak Hotel”, contenuta in “Slow Dazzle”, accompagnò un periodo difficile dell’adolescenza. “Mi dava i brividi”, raccontava. “Stavo diventando sempre più introversa, passavo il tempo chiusa in camera, arrabbiata con il mondo.” In quel periodo seguiva spesso la sorella, che lavorava come ballerina go-go, fino a ottenere un impiego in uno dei pub che frequentava. Quel brano così sinistro, insomma, sembrava dare voce al suo stato d’animo.
Se John Cale rappresentava il lato più inquieto della sua personalità, gli Stooges incarnavano la rabbia pura. “Iggy Pop era forse il più affascinante di tutti”, affermava. “Il suo narcisismo e il modo in cui portava tutto all’estremo si adattavano perfettamente alla mia aggressività e alla mia inquietudine. Sentivo di essere pronta a esplodere”. E l’omaggio si sarebbe consumato con la celebre cover di “The Passenger”, inclusa nell’album “Through The Looking Glass” di Siouxsie And The Banshees del 1987.
Nel 1976, invece, Siouxsie ricorda di aver consumato letteralmente il primo album dei Ramones. Ricordava di passare le giornate alle fermate degli autobus canticchiando minacciosamente il ritornello di “Beat On The Brat”. Viveva a Bromley e Chislehurst, si sentiva isolata e senza soldi, ma compensava con un atteggiamento intimidatorio che le permetteva persino di ottenere tariffe ridotte sugli autobus senza che nessun controllore osasse contestarla.
Un’esperienza ancora più traumatica arrivò con la colonna sonora di “Psycho” composta da Bernard Herrmann. “Mi sconvolse completamente”, confessava. Anni dopo fece ascoltare quelle musiche a John McGeoch, che le disse: “È esattamente così che voglio far suonare la mia chitarra”. L’impatto del film di Alfred Hitchcock fu tale che per anni la cantante inglese conservò una paura quasi infantile delle docce, arrivando perfino a spaventare la madre brandendo un coltello da pane e imitando la celebre scena del film.
Tra le figure femminili che ammirava c’era Patti Smith. “Dopo Nico, fu la prima vera autrice del rock”, sosteneva. Non si riferiva soltanto alle canzoni, ma anche ad atteggiamento, immagine e presenza scenica. “Era i Nirvana della sua epoca”, affermava. A differenza di molti suoi eroi degli anni Settanta, spesso caratterizzati da una forte componente femminile, Patti possedeva tratti decisamente maschili. In quel periodo, raccontava, lavorava in un bar ma venne licenziata dopo che il proprietario vide sui tabloid una sua fotografia scattata durante un concerto dei Sex Pistols, dei quali era una nota groupie, all’interno del celebre Bromley Contingent.
Negli anni Ottanta, invece, Siouxsie scoprì Philip Glass, a dispetto di una diffidenza iniziale, suscitata da un’intervista in cui il compositore parlava del proprio lavoro in termini scientifici e razionali, un approccio che trovava distante dalla propria sensibilità. Col tempo, però, Susan iniziò ad apprezzare la ripetizione ossessiva delle sue composizioni, accostandola a esperienze apparentemente lontane come “Sister Ray” dei Velvet Underground, le musiche di Herrmann e le opere di John Cage. Tutti elementi che sarebbero diventati importanti anche per l’evoluzione dei Banshees.
Un’altra folgorazione arrivò nel 1980 durante un viaggio negli Stati Uniti. Guardando la versione integrale di “Caligola”, rimase colpita dai titoli di coda accompagnati dalla musica di Prokofiev tratta da “Romeo e Giulietta”. Non sapendo chi fosse l’autore, passò settimane a canticchiarla a chiunque incontrasse. “Mi affascinava la sua potenza”, spiegava. In quell’epoca apprezzava gruppi come Public Image Ltd., Wire, Joy Division e Gang Of Four, ma detestava le etichette che la critica continuava a inventare. “Punk, new wave, post-modern: erano tutte scatole in cui cercavano di rinchiuderti.” Tra le definizioni ricevute, la sua preferita restava una: “Un ragno sui trampoli”.
L’ultimo disco della lista era “Der Mussolini” dei DAF. “Right Said Fred erano ridicoli. I DAF erano quelli autentici”, dichiarava senza mezzi termini. Per Siouxsie il gruppo tedesco rappresentava l’embrione di ciò che sarebbe poi diventato l’industrial e la Electronic Body Music. Quelle sonorità le riportavano alla mente le notti trascorse nei club Heaven e Cha Cha’s, le prime esperienze con l’Lsd e una vita vissuta in una casa soprannominata “Crocodile Road”. “Fu un periodo felice, demoniaco e decadente”, concludeva. “Dio solo sa cosa pensavano i vicini”.
A margine dell’intervista a Melody Maker, Siouxsie aveva anche realizzato una compilation basata sui suoi principali riferimenti musicali: eccola qui sotto.