Nel dicembre del 1992 l’Iraq era un paese sconfitto, isolato e allo stremo. La prima guerra del Golfo, iniziata nell’agosto del 1990 con l’invasione del Kuwait da parte del regime di Saddam Hussein e conclusa nel febbraio del 1991 con l’intervento della coalizione internazionale, aveva lasciato dietro di sé città devastate e una popolazione profondamente provata. A rendere ancora più drammatica la situazione furono le durissime sanzioni economiche imposte dalle Nazioni Unite: l’embargo isolò completamente il paese, provocando una gravissima crisi umanitaria. A mancare non erano soltanto generi di prima necessità e medicinali, ma anche libri, strumenti musicali e tutto ciò che alimenta la vita culturale di una nazione. Mentre la politica continuava a ragionare secondo le logiche della contrapposizione, Franco Battiato decise di compiere un gesto di segno opposto: usare la musica per costruire un ponte verso un popolo che stava pagando colpe non sue.
Un ponte per Baghdad
Così, il 4 dicembre 1992, il musicista siciliano salì sul palco del Teatro Nazionale di Baghdad per quello che sarebbe passato alla storia come il “Concerto di Baghdad”, un evento che si attirò molte critiche all’epoca e che oggi, invece, viene giustamente ricordato per quello che fu: un coraggioso gesto di pace. L’iniziativa nacque all’interno del progetto umanitario “Un ponte per Baghdad”, promosso a favore deli bambini iracheni, con la collaborazione dell’Unicef, della Croce Rossa irachena, dell’ambasciata irachena e di numerose realtà che lavorarono affinché quell’incontro potesse concretizzarsi nonostante l’embargo e le enormi difficoltà logistiche.
Il concerto venne trasmesso nel mondo arabo quasi in diretta e successivamente in Europa, fino alla messa in onda italiana nella notte di Natale, con l’obiettivo di raccogliere fondi destinati ai bambini iracheni.
L’invito era arrivato direttamente dall’ambasciata dell’Iraq. Battiato sapeva bene che accettarlo avrebbe suscitato polemiche: esibirsi in un paese guidato da Saddam Hussein significava esporsi all’accusa di legittimare il regime. Ma il cantautore fu chiarissimo nel distinguere il piano politico da quello umano: “Lo scopo della mia visita in Iraq era umanitario – spiegò – perché non trovo giusto che un popolo debba soffrire per colpe non sue; ma è anche vero che credo sia giusto dare a tutti una possibilità di redenzione, agli assassini di diventare santi”. E ribadì un principio che sintetizzava perfettamente il senso della sua scelta: non c’era “niente che impedisca a una persona di aiutare chi la pensa in un modo diverso”. In seguito Battiato ebbe modo comunque di precisare che se Saddam Hussein si fosse presentato in sala, si sarebbe trovato in grave imbarazzo, ma il dittatore non partecipò all’evento.
La sfida all’embargo
Anche lo stesso viaggio verso Baghdad fu una testimonianza di solidarietà. Enrico Maghenzani, produttore di Battiato dal 1985 al 1995, ha ricordato così quei giorni: “Partimmo in 85 dall’Italia infischiandocene dell’embargo, caricammo i medicinali come bagaglio di volo, sbarcammo ad Amman in Giordania e attraversammo il deserto in pullman e fummo costretti a dividerci in due alberghi, con conseguenti difficoltà di collegamento. Le prove con l’orchestra formata dai musicisti iracheni e dai Virtuosi italiani furono veramente emozionanti”.
Una volta arrivato nella capitale irachena, Battiato trovò musicisti privi degli strumenti necessari per il concerto e si rese conto che perfino i libri erano diventati un bene raro. Comprese subito quanto profondamente l’embargo stesse soffocando non solo l’economia, ma anche la cultura e la possibilità di guardare al futuro in quel paese. Così il concerto diventò anche un modo per richiamare l’attenzione del mondo sull’emergenza vissuta dalla popolazione civile e sulla necessità di alleggerire le restrizioni che colpivano soprattutto le fasce più deboli.
L’iniziativa produsse anche risultati concreti. Maghenzani ricorda infatti che “otto ragazzi con gravi patologie, grazie a questo concerto, riuscirono a raggiungere l’Italia per essere curati, ma furono come gocce in un oceano perché dopo poco scoppiò la seconda Guerra del Golfo”. E aggiunge: “Il concerto in Europa venne trasmesso nel mondo arabo quasi in diretta e poi in Europa, prima a Londra e poi in Italia nella notte di Natale. Noi facemmo anche un video i cui proventi andarono all’Unicef e alla Croce Rossa irachena per progetti a tutela dell’infanzia”.
Il concerto al Teatro Nazionale
Sul palco del Teatro Nazionale, Battiato, seduto su un tappeto tradizionale, fu accompagnato dall’Orchestra Sinfonica Nazionale d’Iraq e da I Virtuosi Italiani. Il maestro Giusto Pio diresse la maggior parte del programma, Antonio Ballista salì sul podio per “Gilgamesh” e “Schmerzen”, mentre Mohammad Othman diresse “Fogh in Nakhal”, tradizionale canto popolare iracheno che l’artista siciliano avrebbe poi inciso nel 1993 nell’album “Caffè de la Paix“.
Anche la scaletta fu costruita come un viaggio simbolico tra culture diverse. L’apertura con “L’ombra della luce”, cantata interamente in arabo, rappresentò il gesto più eloquente dell’intera serata. Battiato trasformò quella composizione in una preghiera rivolta direttamente al pubblico iracheno, scegliendo la sua lingua per esprimere vicinanza e speranza: “Ricordami come sono infelice/ Lontano dalle tue leggi/ Come non sprecare il tempo che mi rimane/ E non abbandonarmi mai/ Non mi abbandonare mai”. Un modo per chiedere che Dio non abbandonasse un popolo rimasto senza pane, senza case e senza futuro.
Dopo “Il re del mondo” e “Fisiognomica”, il concerto assunse toni sempre più intensi con “Prospettiva Nevski”, dove il freddo, la desolazione e la nostalgia sembravano riflettere perfettamente il paesaggio umano lasciato dalla guerra. “I treni di Tozeur” e “Mesopotamia” richiamavano invece geografie e civiltà del Mediterraneo e del Vicino Oriente, quasi a ricordare un patrimonio culturale comune che nessun conflitto avrebbe potuto cancellare. “E ti vengo a cercare” riportava al centro la dimensione spirituale, mentre il trio tratto da “Gilgamesh” evocava l’antichissima epopea mesopotamica, uno dei testi fondativi della civiltà nata proprio in quelle terre.
La seconda parte del concerto alternava Wagner, Brahms, Beethoven e “Plaisir d’amour”, dimostrando come la musica europea potesse dialogare naturalmente con quella mediorientale senza confini né contrapposizioni. “Come un cammello in una grondaia” preparava quindi il momento più intenso della serata: “L’oceano di silenzio”. In quel brano Battiato sembrò offrire una risposta al dolore che aveva respirato nei giorni trascorsi a Baghdad. Era una visione di speranza, la possibilità che una luce continuasse a esistere anche nel cuore delle tenebre: “Cosa avrei visto del mondo/ Senza questa luce che illumina/ I miei pensieri neri/ Quanta pace trova l’anima dentro”.
Il concerto si concluse con “Fogh in Nakhal”, antico canto della tradizione popolare irachena il cui titolo significa letteralmente “Sopra le palme”. È una canzone che racconta un amore lontano e irraggiungibile, profondamente radicata nella cultura del paese. Battiato la interpretò in arabo, chiudendo il cerchio aperto all’inizio della serata con “L’ombra della luce”. Era il modo più naturale per ribadire che la musica può diventare una lingua comune anche quando la politica divide.
Negli ultimi minuti dello spettacolo salì sul palco anche una bambina, Aida, che Battiato volle accanto a sé. La sua presenza trasformò il finale in un’immagine di straordinaria forza simbolica: il volto dell’infanzia irachena, la stessa che il concerto cercava di aiutare, diventava il vero centro della scena.
Dello storico show resterà testimonianza su un Dvd che lascia trasparire tutta l’emozione e la difficoltà di quell’impresa.
Pochi anni dopo il mondo avrebbe assistito a una nuova guerra in Iraq. Per questo, riguardando oggi quelle immagini, il “Concerto di Baghdad” appare ancora più straordinario. Non cambiò il corso della storia, ma dimostrò che era possibile sfidare la logica della guerra e della contrapposizione scegliendo quella della solidarietà e della pace. Per una sera, nel cuore di una città ferita, Franco Battiato riuscì davvero a costruire un ponte per Baghdad.

La scaletta del concerto