Mad Cool 2026

Espacio MadCool, Madrid (8-11/07/2026)


Il Mad Cool raggiunge la doppia cifra e lo fa mostrando ormai i tratti di un festival maturo. Partito quasi in sordina, anche a causa dell’enorme disparità in termini di prestigio e riconoscibilità rispetto al catalano Primavera Sound, nel corso degli anni ha saputo affermarsi, facendo tesoro degli errori del passato e costruendo progressivamente una propria identità. La crescita è passata anche attraverso un sostegno istituzionale sempre più evidente. Patrocinato dalla Comunità di Madrid e benedetto, in questa edizione, persino dalla visita del ministro della Cultura, il festival continua lungo quella che potremmo definire una strada di “decrescita felice”: meno biglietti messi in vendita, maggiore spazio destinato alle aree di ristoro e, addirittura, un numero inferiore di palchi. Quest’anno erano soltanto quattro.

A non decrescere, però, è la line-up, che continua a mantenersi ambiziosa e ricca di nomi importanti. La prima serata, la più breve dell’intera edizione in termini di durata, è stata dominata dalla monumentale presenza dei Foo Fighters. Monumentale per carisma, durata, impegno e partecipazione: una performance capace di catalizzare l’attenzione del pubblico e di imporsi inevitabilmente come il centro gravitazionale della giornata. Per oltre due ore e mezza, Dave Grohl ha governato la platea con un concerto debordante, senza tempi morti e senza economia di energie.

Questo non significa che gli altri ospiti siano stati da meno, anche se molti si sono dovuti misurare con formule concertistiche decisamente più brevi. Si trattava, del resto, di nomi illustri: i War On Drugs, apparsi forse un po’ imbolsiti ma ancora formidabili musicisti hanno proposto la loro abituale solidità strumentale e con le lunghe dilatazioni chitarristiche guidate da Adam Granduciel. I Wolf Alice hanno confermato la propria versatilità, muovendosi con naturalezza fra pop, punk e rock sperimentale, sostenute dalla voce potente di Ellie Rowsell. Più teatrali e immediatamente comunicative le The Last Dinner Party, capaci di trasformare il palco in una sorta di allegro rituale collettivo, fra armonizzazioni vocali, dinamismo e una presenza scenica già sorprendentemente sicura. Jehnny Beth ha invece offerto il set più fisico e feroce del pomeriggio: nonostante il caldo soffocante, si è spinta fino al crowdsurfing, accompagnando la consueta tensione post-punk con una rilettura particolarmente ruvida di “Army Of Me” di Björk. Moby, penalizzato dalla contemporaneità con i Foo Fighters, ha comunque costruito uno spettacolo dinamico e generoso, alternando elettronica, soul e pop con una band numerosa e un repertorio inevitabilmente concentrato sui suoi grandi classici.

La seconda giornata è stata decisamente più densa di concerti e di pubblico, fino a raggiungere il tutto esaurito con circa cinquantasettemila presenze. Una folla che ha inevitabilmente riempito gli stage di due pesi massimi del mainstream contemporaneo come Jennie delle BLACKPINK e Zara Larsson. Ai punti ha vinto forse la coreana, almeno per la precisione delle coreografie, i numerosi cambi di costume e l’impeccabilità del corpo di ballo. Uno spettacolo concepito come un vero blockbuster, magnetico e visivamente inattaccabile, anche se l’ampio ricorso alle basi vocali ha talvolta smorzatola sensazione del live. Zara Larsson ha risposto con un pop più sfacciato e divertente, mostrando un notevole controllo della voce nonostante il movimento continuo, ma il suo concerto è stato penalizzato dalla scelta di collocarlo su uno stage secondario incapace di contenere adeguatamente una platea tanto numerosa.

Il meglio della serata, tuttavia, è arrivato probabilmente altrove. Lorde ha costruito un concerto bellissimo e sofferto, vitale ma attraversato da una costante fragilità. Anche la disposizione scenica contribuiva a renderlo volutamente destrutturato: i musicisti raccolti all’interno di un quadrante, lei spesso isolata in un’altra porzione del palco e due ballerini che talvolta la raggiungevano, mentre in altri momenti sviluppavano movimenti e azioni autonome. Ne risultava uno spettacolo inquieto e contemporaneo, nel quale i diversi elementi sembravano procedere separatamente per poi ricomporsi. Più che affidarsi a una scenografia monumentale, Lorde occupava lo spazio con il corpo, correndo, contorcendosi, sparendo e riapparendo, fino a raggiungere una piattaforma in mezzo al pubblico per il finale di “Ribs”. Il set ha alternato la tensione più spigolosa dei brani recenti alle esplosioni collettive di “Supercut”, “Team” e “Girl, So Confusing”, trovando un raro equilibrio fra spettacolo pop, confessione personale e vicinanza emotiva.

Da segnalare anche l’incontenibile freschezza di CMAT, arrivata sul palco con la voglia di trasformare il country-pop in una festa collettiva nonostante il caldo feroce. Charlie Puth ha invece proposto un concerto più classico e levigato, proponendo in forma quasi didascalica i suoi maggiori successi. Sul versante elettronico, Yung Prado ha offerto una valida alternativa alla concentrazione di grandi nomi sugli altri palchi, contribuendo a mantenere viva la programmazione fino a notte inoltrata.

A chiudere è stata Florence Welch, e più che un concerto il suo è sembrato ancora una volta un rito. Vestita di rosso e circondata da un immaginario gotico, floreale e quasi pagano, ha trasformato lo stage principale in un enorme sabba pop, alternando i nuovi brani di “Everybody Scream” agli inni che hanno costruito la sua fama. Il momento culminante è arrivato con “Dog Days Are Over”, quando ha chiesto al pubblico di abbassare i telefoni e partecipare realmente: un gesto forse ormai consueto, ma seguito da un’esplosione collettiva che ha ricordato quanto Florence + The Machine siano ancora una delle più imponenti macchine da concerto della loro generazione.

A fine serata i consueti problemi di mobilità del festival si sono riproposti. Nonostante il rafforzamento notturno di Metro, Cercanías e autobus verso il centro, la posizione del recinto continua a produrre lunghe camminate, code e un servizio di trasporti fortemente congestionato. I servizi straordinari hanno reso il deflusso più gestibile, ma non hanno eliminato la sensazione che uscire dal Mad Cool resti, ancora oggi, l’ultimo e meno desiderato spettacolo della giornata.

Dopo la parentesi decisamente pop del giovedì, la terza giornata ha riportato le chitarre al centro del Mad Cool, riunendo generazioni e sensibilità differenti: dal rock alternativo dei Pixies alla solidità da arena dei Kings Of Leon, passando per l’oscurità quasi rituale degli A Perfect Circle e per il gigantesco apparato spettacolare dei Twenty One Pilots. Una giornata meno affollata della precedente, ma comunque capace di richiamare più di cinquantamila persone.

La musica ha dovuto però condividere il protagonismo con un elemento difficilmente prevedibile al momento della costruzione del cartellone: il quarto di finale mondiale tra Spagna e Belgio. La decisione di trasmetterlo sui grandi schermi ha trasformato per qualche ora il recinto in un’enorme fan zone, creando una situazione piuttosto surreale durante il concerto dei Pixies, accompagnato dalle esplosioni improvvise di una parte del pubblico intenta a seguire la partita. La band di Black Francis, poco incline alle conversazioni e alle concessioni sceniche, ha reagito alla propria maniera: inanellando oltre venti brani con severa efficienza, da “Gouge Away” e “Debaser” fino a “Where Is My Mind?” e alla distorsione conclusiva di “Into the White”.

La vittoria della Spagna ha prodotto un’ondata di entusiasmo che si è riversata direttamente sul concerto dei Kings of Leon. Nathan Followill si è presentato con la maglia della nazionale, ottenendo una delle ovazioni più fragorose della serata. Il gruppo di Nashville, tornato al festival dopo la cancellazione dell’anno precedente, ha offerto il consueto spettacolo solido, compatto e tecnicamente irreprensibile. Caleb Followill ha cantato con la sua inconfondibile voce ruvida, interagendo però pochissimo con il pubblico: un concerto elegante e sostanzioso, forse eccessivamente controllato nei passaggi più lenti, ma trascinante quando sono arrivati “Use Somebody” e “Sex on Fire”.

Uno dei vertici musicali della giornata è stato raggiunto dagli A Perfect Circle. Avvolto nella penombra e volutamente defilato rispetto al centro della scena, Maynard James Keenan ha guidato un’esibizione austera, precisa e quasi liturgica. Brani come “The Package”, “Weak And Powerless”, “The Outsider” e “Judith” hanno mostrato una band in condizioni tecniche impressionanti, capace di coniugare pesantezza, tensione e controllo assoluto del suono. Peccato che una parte consistente del concerto si sia sovrapposta proprio ai Kings of Leon: ancora una volta il festival ha costretto il pubblico a sacrificare una delle proposte principali, nonostante la riduzione dei palchi.

La chiusura è appartenuta a Halsey e ai Twenty One Pilots. Il primo ha proposto un set molto più orientato al rock di quanto suggerisca parte della sua produzione discografica. Distorsioni, rabbia e teatralità hanno attraversato canzoni come “Nightmare”, “Experiment On Me” e “Gasoline”, senza rinunciare ai momenti maggiormente riconoscibili di “Closer” e “Without Me”. Il gruppo di  Tyler Joseph e Josh Dun ha invece puntato su effetti stroboscopici, coriandoli e fuochi d’artificio con il frontman che si è concesso molto al pubblico raggiungendo la zona VIP durante “Ride”, coinvolgendo persino un addetto alla sicurezza nel ritornello. Il finale di “Trees”, con entrambi i musicisti sollevati sopra la folla tra, ha confermato la loro capacità di concepire il concerto come una forma di intrattenimento totale. In contemporanea, gli Interpol proponevano un’alternativa diametralmente opposta: immobilità, eleganza monocromatica e precisione post-punk. Paul Banks e compagni hanno affidato tutto all’intreccio delle chitarre e a un repertorio che continua a trovare i suoi momenti più intensi nei brani di “Turn On The Bright Lights” e “Antics. Obstacle 1”, “Evil” e “Slow Hands” hanno raccolto i cori di un pubblico meno numeroso ma fedele, offrendo una conclusione più sobria a chi non era interessato alla spettacolarità del duo dell’Ohio. Anche questo scontro frontale ha però confermato il paradosso organizzativo dell’edizione: meno palchi, ma decisamente troppe sovrapposizioni.

L’ultima giornata del Mad Cool è stata anche più tranquilla in termini di affluenza, ma probabilmente una delle più coerenti sul piano musicale. Dopo il pop contemporaneo e il rock da arena delle serate precedenti, il festival ha scelto di chiudere affidandosi soprattutto a musicisti di lunga esperienza: Nick Cave & The Bad Seeds, Pulp, David Byrne, The Black Crowes e Kasabian.

Ad aprire la giornata è stato Jalen Ngonda, che con la sua voce limpida e un soul modellato sugli anni Sessanta e Settanta ha portato nel recinto un’eleganza fuori dal tempo. Più tardi Matt Berninger ha costruito uno spazio molto diverso, intimo ma tutt’altro che distante. Il cantante non ha mai lasciato che la distanza del palco diventasse una barriera: ha cercato il pubblico con gesti, battute, mischiandosi fra la folla. Anche senza i The National alle spalle, la sua scrittura ha conservato tutta la propria profondità, acquistando però una dimensione più diretta, empatica quasi confidenziale.

The Black Crowes hanno rappresentato il lato più tradizionale e muscolare della serata. Chris e Rich Robinson hanno riproposto il loro rock venato di blues e southern soul senza particolari concessioni alla modernità, ma con il mestiere e l’autorevolezza di chi conosce perfettamente il proprio linguaggio. Più immediati i Kasabian, guidati da un Serge Pizzorno pienamente a proprio agio nel ruolo di frontman: “Club Foot”, “Underdog”, “L.S.F.” e “Fire” hanno trasformato il concerto in una sequenza di cori e accelerazioni, offrendo uno dei momenti più festosi della giornata.

David Byrne ha invece dimostrato ancora una volta di considerare il concerto come una costruzione visiva, prima ancora che come una semplice successione di canzoni. Musicisti e ballerini, vestiti completamente di arancione, si sono mossi sul palco all’interno di una coreografia geometrica e continuamente cangiante, mentre il repertorio solista si intrecciava con i classici dei Talking Heads. Quando è arrivata “Psycho Killer”, il pubblico ha riconosciuto subito il colpo, ma Byrne ha evitato l’effetto-jukebox: il brano è entrato nello spettacolo con la stessa scioltezza del resto della scaletta, ancora nervoso, storto e sorprendentemente attuale.

Il centro emotivo della serata è stato senza dubbio Nick Cave. Da un certo punto di vista è stato il consueto spettacolo: l’attacco ormai rituale di “Get Ready For Love”, l’abito scuro elegantissimo, le corse avanti e indietro sul palco, le mani tese verso le prime file e quel bisogno quasi fisico di cercare il pubblico. Stavolta, però, il contatto è sembrato a tratti più automatico che realmente costruito, accompagnato da ripetuti «fucking Spain» che tradivano una certa povertà nell’interazione.

La scaletta ha riservato invece scelte meno prevedibili: pochi brani dall’ultimo album, ma naturalmente “Wild God“; l’assenza di alcuni cavalli di battaglia e soprattutto un lunghissimo “Hollywood“, ormai diventato a tutti gli effetti un classico del repertorio dal vivo. Sostenuto da Bad Seeds come sempre impeccabili, Cave ha continuato a trasformare le proprie canzoni in una sorta di teatro religioso e profano, nel quale violenza, desiderio, dolore e redenzione sembrano appartenere alla stessa storia. Il finale affidato a “Into My Arms” ha riportato tutto a una dimensione più nuda e raccolta. Non il suo concerto più sorprendente, forse, ma Nick Cave resta una presenza magnifica. Intenso, oscuro, capace di tenere insieme il sacro e il profano con una forza scenica che continua a non avere veri equivalenti.

La chiusura simbolica è spettata ai Pulp, tornati a esibirsi a Madrid a quasi trent’anni dalla loro prima volta nella capitale iberica. Jarvis Cocker, impeccabile e scomposto, ironico e insinuante: sul palco gli è bastato ritrovare il proprio repertorio di desideri, scarti di classe e piccole umiliazioni quotidiane perché tutto tornasse immediatamente riconoscibile. “Babies”, “Do You Remember the First Time?” e “Disco 2000” hanno preparato il terreno per l’inevitabile “Common People”, cantata come un inno collettivo da una platea nella quale passato e presente finivano per confondersi.

Con l’ultima nota di “Common People”, il Mad Cool è davvero finito. Il pubblico ha cominciato a riversarsi verso metropolitana, navette, taxi e lunghi tragitti a piedi, mentre i palchi si spegnevano e il recinto tornava rapidamente a essere uno spazio da attraversare. Restavano bicchieri abbandonati, cori improvvisati, gruppi impegnati a non perdersi e corpi provati da quattro giorni di caldo, code e concerti. La decima edizione si è chiusa con un bilancio tutto sommato positivo:  più matura nella gestione degli spazi, ancora perfettibile nei trasporti e nella distribuzione degli orari, ma ormai pienamente consapevole del proprio peso.