L’ultima fase della straordinaria trasformazione e crescita di Willow Smith, classe 2000 e – va detto, ovviamente – figlia di Will Smith e Jada Pinkett, è un ulteriore passo in avanti per quella che anno dopo anno si sta rivelando una delle artiste più sorprendenti della scena americana, per non dire mondiale. In particolare da Empathogen (2024) Willow ha iniziato ad immergersi sempre più in una commistione di funk, fusion, soul e jazz che prende dal passato e dal presente in una fiera esplorazione della tradizione black aggiornata ai tempi moderni.
È tutto dire, in un panorama nel quale molti colleghi e colleghe della sua età sono ancora fermi all’auto-tune o incedono con sempre maggior confusione nell’hyperpop. La Smith, invece, si ripensa vocalist d’altri tempi richiamandosi a tradizioni musicali eleganti e ricercate, con tanto spazio per le invenzioni vocali, per il talento strumentale e per la fusione di generi, virtualmente senza limiti. In più, vi è profondamente dedicata: già l’altro suo album pubblicato quest’anno, Petal Rock Black, segue la medesima direzione.
In The Thread, album che Willow stessa ha descritto come “devozionale”, l’artista va ancora oltre e si trasforma quasi in una nuova Esperanza Spalding – sia detto senza voler essere, giustappunto, “blasfemi” – e in effetti risulta chiaro già dal brano d’apertura, She’s My Religion, un jazz/gospel che rassicura su una direzione musicale che di album in album si rivela sempre più adulta e audace. Il brano è una confessione d’amore saffica e dall’impostazione (volutamente) sacrilega – un po’ come la Madonna di Like A Prayer – ed è accompagnata da una chitarra acustica elegante e discreta e da costruzioni vocali articolate.
The Thread, la title track, è più fantasiosa e ritmata, con accenni funk e un refrain incisivo e immediatamente memorabile, mentre Unconditional piacerà sicuramente agli amanti di un certo jazz prog, con tanta tecnica e tante invenzioni. Molto più accessibile e vivace Talk On The Hill, un jazz rock quasi da radio ma sempre di alto livello, che fa il paio con la successiva Hell To Pay, nella quale emerge una tendenza in bilico verso il neo-grunge che per tante artiste della Gen Z ha a un certo punto negli ultimi anni rappresentato un punto di riferimento – lei compresa, d’altronde, nell’album Coping Mechanism del 2022.
Particolarmente pregevole, nella traccia Crush On Eternity, la collaborazione con la talentuosa ed esordiente chitarrista Mei Semones (tra l’altro coetanea di Willow), che esplora varie direzioni chitarristiche in bilico tra folk e fusion e rievocando la più fantasiosa e imprevedibile Joni Mitchell degli anni ’70. L’intenzione di produrre una musica per musicofili (e per musicisti) risulta qui più che mai chiara e in netto contrasto, va sottolineato al costo di suonare retorici, con ogni logica da algoritmo e da social media.
The Thread dimostra nella sua interezza un’acclarata crescita personale e artistica da parte di Willow Smith, la quale – superato a questo punto lo stereotipo della “nepo baby” che fa musica solo perché è figlia di gente famosa – ammette di trovarsi finalmente a un punto in cui si sente soddisfatta della musica che fa. In una intervista al New York Times ha dichiarato: “Prima vagavo nel buio, adesso ho una candela”. Ed è straordinario come l’aver trovato una direzione in cui proseguire si traduca, per lei, nel fare musica sempre più strutturata e ambiziosa, non viceversa come spesso accade.
Non si dovrebbe avere quindi alcuna esitazione nel definire la collezione di dieci canzoni in The Thread come una raccolta di tracce di alto livello e spessore, con spunti e idee e invenzioni eccezionali e audaci che mai ci si aspetterebbe di trovare, nel 2026, al di fuori degli ambienti colti del jazz. Ma sono proprio questi gli ambienti nei quali Willow, accolta inizialmente come estranea, pare ormai trovarsi a suo agio e decisa a portare il suo contributo in maniera significativa e memorabile. The Thread, sicuramente tra i migliori dischi jazz dell’anno, certamente ci riesce.
29/07/2026