Il prog, l’Italia, gli anni Novanta. Per l’ascoltatore medio sono tre universi che sembrano non potersi incrociare: da una parte un genere percepito come archeologia Seventies, dall’altra un decennio dominato da grunge, britpop e alternative rock; in mezzo, un Paese che dopo l’epopea degli anni Settanta pare aver archiviato per sempre ogni ambizione progressiva. E invece, proprio in quell’intersezione di tempo e geografia, tra scantinati, micro-etichette e studi di fortuna, qualcosa ricomincia a muoversi.
All’inizio degli anni Novanta il prog italiano è quasi scomparso dalle mappe. Le grandi sigle storiche sono silenziose o ridotte a ombre del passato, la scena appare frammentata e spesso tecnicamente acerba. Molte produzioni suonano amatoriali, le registrazioni sono precarie, l’ambizione supera di gran lunga i mezzi. Eppure, in questo sottobosco irregolare, emergono segnali incoraggianti: gli Eris Pluvia, per esempio, pur con tutti i limiti di un esordio ancora immaturo, dimostrano che è possibile ripartire dalla grande tradizione del sinfonismo italiano senza limitarsi a celebrarne il ricordo. Da lì in avanti il quadro cambia gradualmente. Nel cuore del decennio, il termine “progressive” ricomincia perfino a riaffacciarsi nella stampa musicale generalista. Il genere resta lontano dal grande mercato, ma esce dalla fase di pura sopravvivenza e torna a essere una scena riconoscibile, con nuove band, nuove etichette e una rete di appassionati sempre più solida.
Il motore di questo risveglio sono le etichette indipendenti. Mellow, formata nel 1991 da Mauro Moroni e Ciro Perrino, nasce dall’opera di recupero di nastri inediti e licenze dimenticate di gruppi italiani degli anni Sessanta e Settanta. Presto inizia a investire quella credibilità anche in nuove uscite, pubblicando anche dischi-chiave della nuova scena come “In limine” dei Finisterre e “Duty Free Area” (1996) dei D.F.A (1999). Black Widow, fondata a Genova nel 1990 da Massimo Gasperini e Pino Pintabona come negozio di dischi, inaugura la propria attività discografica nel 1993, affiancando ristampe, nuove produzioni e una vera rete dal vivo, contribuendo a dare un catalogo coerente all’area dark, heavy e progressiva.
Lizard, avviata nel 1996 da Loris Furlan come ramo collaterale della Pick Up Records e autonoma dal 1998, parte subito con titoli come Spirosfera e Aria Palea, incarnando la curiosità verso il prog più laterale, folk e sperimentale. Kaliphonia, infine, è la sigla milanese più strettamente associata a Raoul Caprio: recupera gruppi storici rimasti senza una vera storia discografica, come Consorzio Acqua Potabile e Zauber, e nel 1993 mette in circolo “Fafnir”, compilation-simbolo del nuovo prog italiano. Avrà inoltre il merito di scoprire i bolognesi Deus Ex Machina,destinati a imporsi come uno dei nomi più riconosciuti della rinascita progressiva degli anni Novanta, come dimostrano il successivo approdo alla statunitense Cuneiform Records e l’invito al ProgFest di Los Angeles del 1995, accanto a Landberk, White Willow, Spock’s Beard, Solaris e Ars Nova.
Non si tratta, però, di una semplice operazione nostalgia. Accanto al filone che recupera la grammatica del rock sinfonico classico, si sviluppano percorsi molto diversi fra loro: jazz-rock, folk mediterraneo, musica da camera, prog-metal, elettronica e perfino zeuhl. Il prog italiano degli anni Novanta non è un blocco monolitico, ma un arcipelago di esperienze accomunate non tanto da un’estetica condivisa, quanto dalla volontà di costruire una nuova identità per il progressive italiano.
La vera sorpresa, riletta oggi, è la varietà. Non esiste un solo prog italiano anni Novanta: c’è il sinfonismo di Eris Pluvia e Finisterre; l’avant-prog venato di jazz e latino dei Deus Ex Machina, o quello cameristico di Gatto Marte; la traiettoria prog-metal di Garden Wall ed Evil Wing; la fusion strutturata dei D.F.A.; il folk-prog mediterraneo di Aria Palea; la deriva zeuhl-rituale degli Universal Totem Orchestra, nata da un retroterra già legato ai Runaway Totem.
In quegli stessi anni tornano in attività anche nomi storici come Le Orme, protagonisti di un rientro che contribuisce a riaccendere l’attenzione mediatica sul genere. In questa selezione, tuttavia, la scelta è stata deliberata: lasciare fuori i grandi ritorni per concentrarsi su chi, senza il peso di una leggenda alle spalle, ha provato a rifondare il linguaggio progressivo in un contesto radicalmente mutato. Per lo stesso motivo sono rimasti fuori anche i Devil Doll, già attivi dalla fine degli anni Ottanta e protagonisti di un percorso artistico autonomo e solo marginalmente riconducibile alla rinascita del prog italiano degli anni Novanta.
I quindici dischi che seguono raccontano proprio questo: un decennio di ricostruzione silenziosa, in cui il prog italiano, dato per estinto, trova nuove forme, nuovi interpreti e una rinnovata dignità artistica.

Tra i primi frutti del nuovo rock progressivo italiano, l’esordio dei genovesi Eris Pluvia è uno dei lavori più poetici della scena. Atmosfere sospese e placidamente malinconiche, attraversate da un incombente senso di precarietà, e da scelte timbriche in controtendenza rispetto agli standard del settore. Arpeggi acustici, violino, flauti e sassofono costruiscono un equilibrio sonoro inedito, capace di sposare leggerezza e tensione, estrema rilassatezza e carica ritmico-melodica. Il clima piovigginoso del disco — evocato da più di un titolo — è ottenuto con tastiere avvolgenti ma mai invasive, lontane dai classici schemi prog e vicine piuttosto a soluzioni new age. La voce, poco definita e incerta nell’uso della lingua inglese, si fa però punto di forza nella caleidoscopica title track, la cui aura da incantesimo è paradossalmente rafforzata dalla fragilità dell’interpretazione. (Marco Sgrignoli)

Con una denominazione che si rifà all’”Orlando Furioso”, Il Castello di Atlante nasce a Vercelli nel 1974, e per sedici anni materiale nel cassetto. Poi, l’etichetta Vinyl Magic li coinvolge nella collana “New Prog ’90”, dedicata a riportare in vita il progressive italiano. Il loro debutto raccoglie brani composti interamente tra il 1975 e il 1979, mai incisi prima — e risulterà tra i più apprezzati dell’intera collana. Il suono ricorda la Locanda delle Fate e il primo Lp dei Pierrot Lunaire: trame delicate, luminose e malinconiche al tempo stesso, con un senso del meraviglioso che non scivola mai nel kitsch. Il violino è protagonista e porta in primo piano un’originale componente folk, mentre sintetizzatori e basso mostrano qualche aggiornamento rispetto al suono tipico degli anni Settanta — non un semplice scavo nel passato, ma un suono che vive in un tempo tutto suo. (Marco Sgrignoli)

Tra i dischi che hanno contribuito a definire il prog-metal italiano, l’esordio degli Evil Wings occupa un posto privilegiato. La lezione dei Dream Theater viene assimilata senza rinunciare alla tradizione del progressive classico: accanto a riff possenti e continui cambi di tempo trovano spazio il sinfonismo dei Genesis, il pomp-rock dei Kansas e un gusto melodico che distingue il gruppo da gran parte della produzione coeva. La lunga “Enigma”, insieme a brani come “Behind the Sky” e “Treasure Island”, mette in luce una scrittura sorprendentemente matura, sostenuta da un notevole virtuosismo ma sempre attenta alla costruzione delle atmosfere. Pur pubblicando altri lavori negli anni successivi, gli Evil Wings non riusciranno più a raggiungere l’equilibrio e l’ispirazione di questo esordio, che resta una delle pietre miliari del progressive metal italiano. (Francesco Inglima)

Avventurosa ma impegnativa di natura, la musica free improv — senza strutture predefinite e costruita nell’istante dell’esecuzione — tende spesso al caos o alla monotonia. Questo live è un’eccezione: le dinamiche sono sorprendentemente solide, e il merito va probabilmente ai due pesi massimi dell’avant-prog che ne costituiscono la spina dorsale ritmica, Chris Cutler (Henry Cow) e Charles Hayward (This Heat). A completare la formazione, il chitarrista Roberto Zorzi e i due padroni di casa: Luciano Margorani (chitarra, basso, loops) e Piero Chianura (sampler e sintetizzatore). Ritmi krautrock dal taglio jazzato si intrecciano a linee di chitarra sbilenche, mentre un’aria elusiva di stagnazione e putrefazione permea ogni passaggio. Il progetto milanese, attivo dal 1980, riserva sorprese a ogni traccia: da non perdere per chi frequenta il versante più esplorativo della musica progressiva. (Marco Sgrignoli)

Giunti al terzo album dopo due esordi già eccellenti, i Deus Ex Machina raggiungono qui la piena maturità artistica. Virtuosismo, jazz-rock, musica contemporanea, suggestioni cameristiche e improvvise accelerazioni convivono in un linguaggio del tutto personale, sostenuto da una band di livello tecnico impressionante. A renderli immediatamente riconoscibili contribuisce la vocalità teatrale di Alberto Piras, inevitabilmente accostata a quella di Demetrio Stratos, e la scelta, tanto insolita quanto coerente, di cantare interamente in latino, trasformando la voce in uno strumento espressivo più che narrativo. Non sarà un punto d’arrivo: i Deus Ex Machina continueranno infatti a pubblicare lavori di altissimo livello, confermandosi come una delle formazioni più longeve, coerenti e artisticamente rilevanti emerse dalla rinascita del progressive italiano (e non solo) negli anni Novanta. (Francesco Inglima)

Riff incisivi, tastiere protagoniste, continui cambi di tempo e improvvise aperture melodiche definiscono un progressive dal carattere decisamente heavy, dove la forza d’impatto convive con una composizione ricca di sfumature melodiche. King Crimson e Il Balletto di Bronzo sono i riferimenti più immediati, ma il quintetto ne rielabora il linguaggio con un’energia tutta anni Novanta e una personalità ben riconoscibile. La lunga “Memorie” introduce un album in costante movimento, dove le atmosfere più cupe si alternano a episodi lirici senza mai perdere intensità, mentre brani come “Regina del torrente” e “Dea delle rocce, signore del vento” confermano una scrittura ambiziosa e ricca di contrasti. Il flauto e il raro impiego del corno francese aggiungono colori timbrici inconsueti e una maggiore forza espressiva. (Francesco Inglima)

Dopo un esordio già notevole, ma fortemente penalizzato da una produzione amatoriale, i Finisterre confermano il proprio talento con un’opera più matura e rifinita, pur senza risolvere del tutto i limiti della registrazione. Il sinfonismo italiano resta il punto di partenza, ma viene arricchito da jazz, musica da camera, folk mediterraneo, elettronica e incursioni avant-prog, in un linguaggio ormai personale e lontano da ogni semplice operazione nostalgica. È anche il disco che consacra definitivamente Fabio Zuffanti, destinato a diventare negli anni successivi una delle figure centrali del progressive italiano, animando un numero impressionante di progetti e contribuendo in maniera decisiva alla vitalità della scena. Con tutti i pregi e i limiti che caratterizzeranno la sua produzione futura, emerge già qui quella curiosità inesauribile che farà di lui uno dei musicisti più rappresentativi del prog italiano contemporaneo. (Francesco Inglima)

Tra le proposte più originali, gli Aria Palea sviluppano un linguaggio che intreccia folk salentino, rock progressivo britannico e teatralità mediterranea. Il flauto di Gianluca Milanese e le chitarre acustiche richiamano il primo Ian Anderson, ma la presenza del dialetto griko, le improvvise impennate elettriche e l’interpretazione visionaria di Gigi De Giorgi conferiscono al disco una personalità inconfondibile. Brani come “Scena dopo scena” e la lunga suite conclusiva “Zoicekardi’a (Il volo)” alternano momenti contemplativi, improvvisazioni jazzate e sfuriate rock, mantenendo sempre un forte legame con la tradizione popolare del Salento. Il successivo “Danze d’ansia” confermerà il valore della formazione, affinando ulteriormente la ricerca musicale, ma dopo appena due album gli Aria Palea scompariranno dalle scene, lasciando una delle discografie più brevi e affascinanti dell’intera rinascita progressiva italiana. (Francesco Inglima)

Dedicando il proprio nome al romanzo gotico di Antonio Fogazzaro, i genovesi Malombra dichiarano fin dall’inizio il loro immaginario. E questo secondo album, tra i manifesti del suono dark prog dell’etichetta Black Widow, ne è la traduzione musicale più compiuta. L’occult rock della band si nutre di hard sinfonico, tastiere dai riflessi goth, violino, flauto e taglienti chitarre frippiane; solo di rado sfiora il progressive metal, mentre l’ombra dei Goblin incombe sui passaggi più inquieti. Ma il vero punto di forza sta nella capacità di conciliare opposti: tradizione progressive e sensibilità moderna, italiano e inglese, oscurità e aperture di malinconica serenità. Il tutto sorretto da una scrittura melodicamente solida, tanto nelle linee vocali quanto negli intrecci strumentali, che trova il proprio culmine nelle due lunghe suite, la title track e “Oniria”. (Marco Sgrignoli)

Tra i grandi rimpianti del progressive italiano degli anni Novanta c’è senza dubbio l’unico album degli Aviolinee Utopia, formazione capace di fondere jazz-rock, rock progressivo e sensibilità canterburyana con una naturalezza sorprendente. La proposta sonora si regge sulla tensione costante tra i sassofoni di Christian Logli, le chitarre spigolose di Andrea Pergher, debitrici del Robert Fripp dell’era Discipline, e la vocalità istrionica e teatrale di Giuliano Lott. Lott si muove con disinvoltura tra declamazioni poetiche, accenni free-jazz e distorsioni vocali che richiamano Demetrio Stratos e Peter Hammill. Brani complessi come “Marsiglia” e la conclusiva “1 Cmq. Di Cielo” alternano caos controllato e improvvise, avvolgenti melodie acustiche ed archi, evidenziando uno spessore compositivo di assoluto rilievo. (Francesco Inglima)

Tra le esperienze più eccentriche della rinascita progressiva italiana, Gatto Marte ridefinisce il concetto stesso di prog eliminando quasi completamente la tradizionale strumentazione rock. Pianoforte, violino, violoncello, fagotto e percussioni danno vita a una musica sospesa tra camerismo novecentesco, jazz d’avanguardia, Rock In Opposition e suggestioni popolari dell’Europa orientale e del Mediterraneo. Più che una raccolta di brani, “Danae” si presenta come una sequenza di miniature sonore, ricche di ironia, malinconia e gusto narrativo, capaci di evocare immagini con un linguaggio quasi cinematografico. Non è un caso che il gruppo si dedicherà negli anni successivi alla sonorizzazione dal vivo di film muti, attività che diventerà uno dei tratti distintivi della sua carriera. Parallelamente, Gatto Marte continuerà a pubblicare nuovi lavori fino ai giorni nostri, mantenendo una coerenza artistica e un livello qualitativo importante. (Francesco Inglima)

Se l’esordio aveva già imposto il gruppo tra le realtà più interessanti della scena, questo secondo capitolo alza ulteriormente l’asticella con un lavoro che amplia il loro linguaggio senza sacrificarne l’impatto. Jazz-rock, space-rock, sinfonismo e fusion convivono in composizioni complesse ma sempre scorrevoli, sostenute da un’intesa strumentale fuori dal comune e da una scrittura capace di coniugare virtuosismo, inventiva e senso della melodia.Composizioni come Escher e Ragno fondono l’eleganza melodica della scuola di Canterbury (National Health, Hatfield and the North) con l’energia esecutiva della fusion americana e scandinava. La partecipazione di Alberto Piras dei Deus Ex Machina in uno dei brani suggella idealmente il legame fra quelle che sono probabilmente le due formazioni più rappresentative del progressive italiano degli anni Novanta. E non sarà un punto d’arrivo: nel 2008 i D.F.A. torneranno con “4th”, per molti il vertice assoluto della loro discografia. (Francesco Inglima)

Progetto romano avviato nel 1991 dallo storico chitarrista del Banco Rodolfo Maltese e dal violinista Mario Pio Mancini, Indaco giunge al terzo album con una formula brillante ed evocativa: fusion mediterranea in cui elementi jazz, rock ed elettronici si intrecciano con il folklore di tradizioni a Nord e a Sud del Mare. Lo spirito progressivo emerge non soltanto negli stili incontrati, ma anche nella mutevolezza degli sviluppi e delle atmosfere, che non si limitano alle carezzevoli suggestioni world ma si avventurano su percorsi narrativi policromi e articolati (pur mantenendo un carattere prevalentemente strumentale). A impreziosire il disco, ospiti di rilievo: il bassista degli Agricantus Mario Rivera, Mario Pagani, Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo del Banco, e il celebre trombettista jazz Lester Bowie. Nel caso servisse, la prova che il prog anni 90 aveva molto più di un volto. (Marco Sgrignoli)

Rimasto a lungo confinato al circuito dei collezionisti, questo unico album dei torinesi Sacka è uno dei lavori che più meriterebbero una rivalutazione. Il quintetto recupera il linguaggio del progressive italiano classico con un approccio sorprendentemente filologico, ma evita il semplice esercizio di stile grazie a una scrittura vivace, ricca di cambi di tempo, aperture jazz-rock e passaggi sinfonici e influenze dei Jethro Tull. A differenza di molte produzioni retro-prog dell’epoca, l’album non si limita a replicare formule note, ma conserva un immediatezza e un’energia che lo rendono ancora oggi estremamente godibile. La registrazione analogica, realizzata in appena due giorni e volutamente priva di artifici digitali, restituisce un suono ruvido che finisce per diventare parte integrante del suo fascino. (Francesco Inglima)

Tra le esperienze più radicali dell’intera rinascita progressiva italiana, rappresentano uno dei rarissimi esempi di zeuhl sviluppati fuori dalla Francia. Nati da una costola dei Runaway Totem, trasformano quell’esperienza in un linguaggio più maturo e personale, in cui la matrice magmiana si fonde con scrittura cameristica, jazz-rock, musica contemporanea e atmosfere liturgiche. Le sei lunghe composizioni si sviluppano come vere e proprie suite, dominate dalla voce lirica di Ana Torres Fraile, capace di alternare registri operistici, cori rituali e aperture quasi gregoriane. Un’opera di grande ambizione che evita qualsiasi imitazione pedissequa dei Magma e costruisce un’identità autonoma. I lunghi intervalli fra un disco e l’altro non ne rallentano la crescita artistica: “The Magus” e “Mathematical Mother”, pubblicati oltre un decennio più tardi, confermeranno la band come una delle realtà più originali e coerenti del progressive italiano contemporaneo. (Francesco Inglima)