Per alcuni artisti la prolificità diventa una condanna: prima o poi la macchina si inceppa, l’urgenza si trasforma in mestiere e le idee iniziano a somigliarsi, ma Ty Segall sembra invece aver trovato il modo di usare l’eccesso come carburante, regalandoci un nuovo assalto elettrico, incendiando coordinate già conquistate negli anni.
Dopo la parentesi più introspettiva e barocca di “Possession” (2025), Segall richiama la sua band (Ben Boye, Evan Burrows, Mikal Cronin ed Emmett Kelly) e torna a fare quello che gli riesce forse meglio: suonare come se l’amplificatore fosse una creatura viva da provocare fino al collasso. Il risultato è un disco compatto, feroce, registrato con un’energia collettiva che attraversa ogni traccia. Qui la chitarra non accompagna ma aggredisce.
“Chrome” è heavy senza diventare metal, psichedelico senza perdersi nel cosmo, punk senza bisogno di dimostrarlo. Dentro ci sono il garage rock, il proto-punk, l’eco di Hawkwind, certe asperità alla Black Flag, poi Blue Oyster Cult, Stooges e quella lezione eterna di Neil Young secondo cui un riff può essere tanto una melodia quanto una minaccia. Ma Segall non suona come qualcuno che guarda indietro: digerisce tutto e lo risputa con la faccia sporca di fuzz.
“Hospital” apre le danze con un loop sintetico quasi ipnotico, prima che le chitarre entrino come una porta sfondata. “Running To Nowhere” corre invece su un basso cavernoso e una batteria che sembra inseguire qualcosa che non vuole essere assolutamente raggiunto. “Glass” trasforma il palco in un moshpit immaginario, mentre “Black Paint” lavora sulla dinamica quiet/loud con una precisione quasi pop, prima di lasciare che il rumore si prenda tutto. E poi c’è “Everything You’ve Been”, dove la dolcezza melodica viene lentamente divorata dalla distorsione. È forse qui che si capisce il vero talento di Segall: sotto il caos c’è sempre una canzone. Anche quando tutto sembra sul punto di esplodere, la melodia resta lì, nemmeno troppo nascosta.
In poco più di mezz’ora, non c’è praticamente un momento morto: alcuni riff lasciano cicatrici immediate, altri sembrano dissolversi dentro il vortice, ma “Chrome” non vuole essere un album da contemplare, perché vuole essere attraversato a volume criminale. Un disco fisico, rumoroso, sporco e sorprendentemente vitale. Ty Segall ci ricorda che, finché qualcuno avrà ancora voglia di suonarlo così, il rock non morirà mai.
02/09/2026