Ascoltare per la prima volta la voce bruciante di Grace Cummings è come una folgorazione. Con una formazione teatrale alle spalle, la cantautrice australiana di base a Melbourne, fin dallo scarno debutto Refuge Cove pubblicato nel 2019, ha saputo irrorare le proprie canzoni di una forte tensione drammatica dall’impatto emotivo immediato. Alla tesa teatralità e alla sempre formidabile performance canora, Cummings unisce una scrittura tersa, spesso venata di ironia, che scava nei simboli della cultura popolare. Personaggi celebri, animali, cowboy e freak sono infatti figure chimeriche che amplificano con suggestioni e allegorie i possibili significati delle sue liriche. Inoltre, la strumentazione essenziale – e principalmente acustica – adoperata per arrangiare le composizioni delle prime due raccolte ha contribuito a enfatizzarne la componente immaginifica. Ma proprio quando il suo cantautorato sembrava essersi saldamente ancorato alla forza trainante della sua voce, l’artista ha deciso di virare verso un folk-rock lussureggiante e dalle forti tinte psichedeliche. Fuori dal tempo, ma sempre perfettamente attuale, la musica di Cummings rilegge settant’anni di musica folk senza temere il confronto con il passato. Anzi, dal dialogo con il canone, finora, è sempre uscita arricchita ed è sempre stata in grado di affermare la visione estremamente originale della propria autrice nella maniera più autentica possibile.
Guardando verso il cielo
La traccia conclusiva di Refuge Cove, la ballata per pianoforte “In The Wind”, si chiude con uno sguardo addolorato, ma speranzoso, verso il cielo, verso un paradiso umano e profano. A questa dimensione celeste si riallaccia il secondo disco della cantautrice: “There’s no world we live in/ I’ve just discovered Heaven” recitano i primi versi di Storm Queen. Ma laddove il firmamento dell’esordio è avvolto da un mantello di oscurità impenetrabile, esso pare qui rischiarato da una luce bianchissima, quasi artificiale. L’aria è ora impalpabile e il circostante sembra potersi scorgere solamente nel suo dissolversi. E mentre la nostra realtà si svuota così di corporalità e fisicità, si ode lontano un canto, la melodia angelica di un’Ave Maria intonata nella stratosfera, distante, quindi, e irraggiungibile, ma a cui ci si sente inspiegabilmente tesi, come in una sorta di sacra devozione.
In Storm Queen le ambientazioni sono astratte, come se osservate in semitrasparenza. Ma c’è anche una sorta di filone della dissolvenza che attraversa i versi dei brani e che esplode nel canto sofferto di “Up In Flames”, il miglior pezzo dell’album. Quando un simbolo inossidabile della secolare cultura occidentale come Notre Dame prende inaspettatamente fuoco e rischia, in un attimo, di polverizzarsi in fiamme, fumo e cenere, ecco germinare la riflessione sulla finitezza umana, trasposta e trasfigurata in una relazione frantumatasi nell’allontanamento delle due persone che, quella relazione, l’avevano vissuta. Domina allora un senso di solitudine illuminato dai bagliori dell’alba e combattuto con una preghiera affidata al frusciare della brezza oceanica.
Anche i numi tutelari invocati tra le pieghe testuali del disco sono delle figure fantasmatiche. Townes Van Zandt si manifesta in una visione allucinata, tra i barriti di sassofono della title track, per guidare l’io lirico attraverso i suoi dolori, mentre in “Raglan” “Highway 61” ruota inossidabile sul piatto, facendo risuonare la voce di Dylan insieme a quella di Cummings. Proprio in “Raglan” compaiono nel crescendo strumentale anche le percussioni a testimoniare che, pur rimanendo fedele ali arrangiamenti essenziali dell’esordio, questo album prova ad aggiungere altri colori alla tavolozza musicale dell’australiana. Ciononostante, Storm Queen è, come già Refuge Cove, un lavoro principalmente suonato (e pensato) con chitarra acustica e pianoforte e registrato in un modo tale da farlo rimanere sospeso in un limbo atemporale.
“I’m invincible now!”
Aspirando a un ideale di completa libertà artistica, Cummings per registrare il suo terzo disco lascia temporaneamente la sua Melbourne per lo studio nel Topanga Canyon del produttore e musicista Jonathan Wilson. Se con Storm Queen, complici le restrizioni allora in vigore per la pandemia, l’artista ha fatto di un magnetico minimalismo il suo punto di forza, per Ramona decide di lasciar fiorire le undici nuove canzoni in un lussureggiante giardino sonoro. Fin dalla splendida ballata d’apertura, “Something Going ‘Round”, il lavoro che Cummings, Wilson, colleghi e colleghe hanno compiuto sulla cura degli arrangiamenti è davvero notevole. Il dinamismo dato da pianoforte, batteria e archi si dischiude lentamente in uno sfarzoso palco per la potente performance vocale della cantautrice, che non pone limiti al suo recitato altamente drammatico. E se la teatralità del canzoniere di Cummings è a questo punto una cifra stilistica ormai consolidata, l’immersione in questa nuova scenografia offre inedite possibilità espressive. Tra una ballad da Bond movie – “Work Today (And Tomorrow)” – e pezzi da live in un jazz club (“Everybody’s Somebody”), l’apparato orchestrale è infatti integrato perfettamente nell’ossatura armonica dei singoli brani.

In “On And On” sono invece le percussioni a trainare il brano in una lenta ed epica cavalcata che sembra anticipare quella del cowboy protagonista di “Common Man”. Immersa in un paesaggio vergine, privo di segni antropici, questa figura sfocata assume su di sé non solo la simbologia di una fantomatica libertà illimitata, ma diviene anche la marca di una nuova consapevolezza. Con una chitarra imbracciata o un pianoforte accanto al quale sedersi, Grace sa di essere invincibile, ancor più della pistola del biondo senza nome dei film di Sergio Leone.
I am a Cowboy
I ride and I ride
My idea of heaven and a pistol by my side
I can’t stand
To be the common man
Green and blue
Have turned into gold
The sunlight and the moon
My mother and my home
I’m invincible now!
Proprio questa consapevolezza si cela dietro il quarto album. Infatti, in Bloodhorse! la cantautrice non s’è posta alcun limite e, nuovamente insieme Jonathan Wilson, ha deciso di fare senza remore proprio quello che le pareva. Fregarsene bellamente della futura ricezione di critica e pubblico è chiaramente una scelta audace per una musicista che, pur avendo una solida e fedele fanbase, non vive ancora esclusivamente grazie alla sua attività artistica, ma lavora anche come disability care worker. Eccola, quindi, tornare al Topanga Canyon, dove l’alchimia creativa con Wilson sembra continuare a dare i suoi frutti: tra rivi lisergici, folk-rock e l’utilizzo cinematografico degli archi, Cummings architetta arrangiamenti sempre più sofisticati per le sue canzoni. Ma non si tratta solo di maggior stratificazione, ma anche di un sound che si amplia e si irrobustisce. E non sarà dunque un caso che la raccolta si apre con una composizione psych-rock dove l’epica grandeur è infiammata da un caleidoscopio di visioni allucinate legate all’assunzione di morfina.
Bloodhorse! è un disco che non teme di avventurarsi in anfratti tetri e misteriosi o finanche in territori grotteschi. “FAKE” gratta senza fine nella sporcizia, nel discomfort, nel trauma fino a sciogliere archi e percussioni in un drone di quasi due minuti, il quale, a sua volta, si dissolve nella marcia piano-rock della title track. E sebbene la dimensione teatrale e l’incredibile performance vocale (“My God” è stata registrata nonostante Cummings avesse la polmonite) siano sempre presenti, sono i momenti weird a esaltare l’aura allucinata e surreale che aleggia sulla raccolta.
La title track è infatti accompagnata in coda da una seconda take, un interludio satirico generato con l’AI, che sbeffeggia il male gaze all’interno del country pop machista. Un genuino WTF moment che, sì, era certamente del tutto innecessario, ma che stride con il contesto in una maniera paradossalmente naturale e che peraltro corrode mediante una palinodia la figura mitizzata del cowboy di cui Cummings si era impadronita per farne il centro simbolico del suo precedente album. Questa prospettiva divertita emerge anche in “John Lennon”, dove alla triste costatazione dell’inefficacia dell’anelito pacifista di “Happy Xmas (War Is Over)” sussegue una frecciatina – peraltro cantata con aplomb invidiabile – agli eterni e instancabili rivali dei Beatles: “John, the war still isn’t over/ Even though we want it gone/ But we’ve still got The Rolling Stones/ They’re just in need of a rolling rhythm”.
Indipendentemente da questa vena umoristica in stato di grazia, la cantautrice australiana si diverte nel fare musica e lo si sente eccome. Infatti, tra ballate, rimandi al rock psichedelico degli anni Sessanta e forse la miglior canzone del suo repertorio (“My God”), in Bloodhorse! ci ha ficcato pure una nuova, perfetta canzone da Bond movie (“My Island and Me”). Poco importa se la protagonista al posto del Vodka Martini si beve il Jack Daniel’s: Grace Cummings con voce e musica sembra essere davvero infallibile.
| Refuge Cove (Flightless, 2019) | ||
| Storm Queen (ATO, 2022) | ||
| Ramona (ATO, 2024) | ||
| Bloodhorse! (ATO, 2026) |