Esistono band che dopo alcuni anni cambiano formula: i Russian Circles, invece, sono diventati un termine di misura, quella con cui si valuta quanto lontano può spingersi il post-metal strumentale, il rumore e la tensione, senza perdere il senso generale della forma del metal estremo. “Nine” (di nome e di fatto) è il nono album per il trio di Chicago. Arriva così, senza proclami e senza bisogno di reinventare la ruota. Sette brani, trentanove minuti e una certezza: questi tre musicisti sanno ancora esattamente come far tremare le fondamenta.
Mike Sullivan, Brian Cook e Dave Turncrantz sembrano suonare con una sorta di telepatia acquisita sul campo, dopo anni passati a trasformare il palco in una macchina d’assalto. Registrato all’Electrical Audio di Steve Albini e affidato ancora una volta alle mani di Kurt Ballou (Converge). “Nine” conserva quella dimensione secca, enorme e quasi fisica che è parte del retaggio della band. Ogni strumento ha il proprio spazio, ma quando tutto entra in collisione l’impatto è mostruoso.
“Borehole” apre il disco come un organismo che si muove sotto la terra: chitarre ansiolitiche, batteria martellante, riff che scavano lentamente fino all’esplosione. Poi arriva “Empath”, e qui i Russian Circles smettono semplicemente di essere pesanti per diventare feroci. Un ronzio elettronico apre la strada a uno dei riff più brutali del disco, mentre basso e batteria trasformano la canzone in una specie di rituale di guerra. “Eluvial” introduce invece una dimensione più sospesa, quasi fantascientifica, con synth e atmosfere che sembrano provenire da una città aliena vista attraverso la pioggia. La traccia cresce lentamente fino a diventare monumentale, dimostrando come il trio sappia ancora costruire crescendo senza cadere nella retorica post-rock. “E2” prosegue su coordinate elettroniche e industriali, mentre “Meridian” torna a quel linguaggio più familiare fatto di accumulo, attesa e detonazione. Qui il basso di Cook e la batteria di Turncrantz diventano quasi un unico animale.
“Arletta”, breve parentesi acustica, offre finalmente ossigeno prima che “Seventh Seal” spalanchi di nuovo l’inferno. Chitarre incandescenti, batteria primordiale, un breakdown gigantesco: il finale è una frustata che lascia il silenzio successivo stranamente pieno.
Siamo al cospetto di un album decisamente ispirato, atmosferico e pesantissimo, capace di riportare in superficie una rabbia che sembrava sopita. Ma raramente supera davvero la propria perfezione. Non ci sono momenti deboli, eppure manca quella scintilla imprevedibile, quel brano capace di spezzare il magnifico equilibrio e trasformarlo in qualcosa di memorabile.
Non serve conoscere tutta la discografia dei Russian Circles per capire la forza di “Nine”: il disco sta in piedi da solo. Ma lascia anche la sensazione di essere davanti a una band talmente padrona del proprio linguaggio da aver quasi smesso di rischiare. È un limite? Forse. Ma quando la macchina suona così bene, è difficile non lasciarsi travolgere.
03/09/2026