Journey -

Journey - La band che non ha mai smesso di crederci

Dalle sperimentazioni prog degli esordi alla conquista delle arene di tutto il mondo, la storia della band che ha attraversato mezzo secolo di rock americano tra trionfi commerciali, rivoluzioni sonore, tensioni interne e clamorose separazioni. Sfornando una serie di inni Aor, a partire da "Don't Stop Believin'"

di Mauro Vecchio

Devi concedere a te stesso il diritto di fallire, il diritto di fare qualcosa che inizialmente non sia perfetto. Solo allora inizi davvero a creare
(Steve Perry)

I Journey sono una macchina perfetta, ma con un cuore enorme. Non hanno mai inseguito le mode del momento; hanno costruito un muro di canzoni così solido che nessuna epoca è riuscita a scalfirlo
(Paul Stanley)

I Journey sono diventati la colonna sonora dei momenti di transizione. La loro musica ha la rara capacità di catturare quel preciso istante in cui la vulnerabilità giovanile incontra la determinazione più feroce
(Rolling Stone)

Herbie

Questa nuova storia sonica inizia il 5 febbraio dell’anno 1948 a Berkeley, in California, quando viene alla luce il piccolo Walter James Herbert II. Ancora un ragazzino, Walter James si trasferisce con la famiglia nella vicina cittadina di Orinda, nel cuore della Bay Area di San Francisco, dove inizia il suo primo ciclo scolastico alla Campolindo High School. All’alba della Summer of Love, a diciotto anni compiuti, Herbie è un hippie convinto, adora i Grateful Dead ed è fortemente determinato a lavorare in un business musicale in pieno fermento. Herbie è il soprannome che gli ha affibbiato il suo amico e partner Jim Nixon, con cui gestisce gli affari di una band locale di rock psichedelico, i Frumious Bandersnatch. È Nixon che durante una serata a Frisco lo introduce al noto impresario e promoter musicale Bill Graham, trasferitosi qualche anno prima nella costa Ovest degli Stati Uniti per stare più vicino alla sorella Rita. Alla fine del 1965 Graham ha ottenuto dall’imprenditore Charles Sullivan il permesso di utilizzare la sala da ballo del Fillmore Auditorium per un concerto di beneficenza, poi esteso con un contratto di affitto per più date e diversi artisti in cartellone.

Tra le figure più influenti della controcultura musicale americana, il manager di origini tedesche accoglie Herbie sotto la sua ala protettiva, insegnandogli praticamente ogni trucco del mestiere. Lo assume così tra i roadie dei Santana, insieme ai fratelli John e Jackie Villanueva. Dopo anni di strepitoso successo, culminato con l’incendiaria esibizione a Woodstock, i Santana implodono quando Carlos si avvicina alla musica jazz e “comanda” il grande rimpasto per registrare il capolavoro “Caravanserai”. Herbie decide così di seguire un nuovo progetto, una backup-band coi controfiocchi che avrebbe accompagnato in tour i più grandi artisti della zona, con il nome di Golden Gate Rhythm Section. Alla chitarra solista c’è Neal Joseph Schon, curiosamente nato nella base militare di Tinker Air Force in Oklahoma. Di origini italo-tedesche, Neal è il frutto dell’amore tra Matthew e Barbara Schon, da cui eredita una grande passione per la musica. Il padre è infatti arrangiatore e compositore, alle prese con il suo sax tenore in una big band di musica jazz. Spinge il figlio verso i primi rudimenti con diversi strumenti, soprattutto la chitarra che lo porta ad abbandonare precocemente il percorso scolastico. A soli diciassette anni viene arruolato nei Santana dopo aver detto di no ai Derek and the Dominos di Eric Clapton.

Mentre si diletta in un’altra band di latin-rock, gli Azteca, Schon partecipa alle sessioni di registrazione di “Santana III” e “Caravanserai”, quindi viene arruolato da Herbie su suggerimento del roadie John Villanueva. Herbert inserisce nella band anche il tastierista di Seattle Gregg Alan Rolie, tra i membri fondatori dei Santana e grande protagonista al Festival di Woodstock. Noto per aver interpretato a livello vocale grandi successi come “Black Magic Woman” e “Evil Ways”, Rolie lascia Carlos per evidenti divergenze artistiche sul futuro della band. Al basso c’è Ross Lamont Valory, nativo di San Francisco e ormai ex-membro di Frumious Bandersnatch e Steve Miller Band. Ross porta dentro anche il chitarrista ritmico George Tyndall Tickner, che completa la prima formazione della band con il batterista Charles Lempriere “Prairie” Prince Jr.

La prima apparizione in pubblico della Golden Gate Rhythm Section è in occasione di un concerto alle Hawaii, ma è subito chiara l’intenzione tra i diversi membri del gruppo di non accompagnare nessuno, di formare un vero e proprio collettivo di musica originale, ispirata fortemente dalle passioni e influenze jazz. C’è quindi bisogno di un nome, dal momento che quello attuale non può funzionare per un gruppo rock. Viene così organizzato un contest radiofonico alla ricerca dell’idea geniale, ma alla fine è il roadie Villanueva a suggerire Journey, che viene accettato da tutti rispecchiando un concetto di nuovo viaggio musicale da intraprendere il prima possibile.

Suonare della musica

Grazie ai contatti di Herbie, i Journey possono esordire dal vivo nella prestigiosa sala del Winterland Ballroom di San Francisco, durante la festa di Capodanno del 1973 davanti a ben diecimila spettatori. Il gruppo è di spalla ad Azteca, Santana e Herbie Hancock e propone una prima versione del suo fusion-jazz sperimentale, zeppo di lunghi assoli strumentali con diverse cover, tra cui “It’s All Too Much” dei Beatles.
Passata la sbornia nella notte di San Silvestro, la band prende un volo il primo gennaio 1974 in direzione Honolulu, Hawaii, per suonare davanti a una folla oceanica (oltre 100mila persone) nella suggestiva cornice del cratere vulcanico di Diamond Head, che ospita la nuova edizione dell’atteso Sunshine Festival, anche noto come Woodstock hawaiano. È l’ultima apparizione live con il batterista Prairie Prince, che decide di tornare con i suoi Tubes lasciando il gruppo con la sua prima grana da risolvere.
Rolie e soci iniziano così una lunga fase di audizioni per trovare il nuovo batterista, arrivando ad ascoltarne decine su decine prima di trovare l’uomo giusto per accomodarsi alle pelli. Il suo nome è Aynsley Thomas Dunbar, musicista prodigioso originario di Liverpool e attivo dagli inizi degli anni 60 con l’esplosione del sound Merseybeat.
Dal vate del blues inglese John Mayall al genio Frank Zappa, Dunbar è il tassello perfetto per completare il progetto Journey, che all’inizio vuole spingere a tavoletta su un mix di jazz, rock e progressive. La nuova line-up si presenta il 5 febbraio 1974 sul palco della Great American Music Hall di San Francisco, al cospetto dello stato maggiore della prestigiosa Columbia Records per assicurarsi un primo contratto discografico. Herbie Herbert è consapevole che i Journey non sono la classica band da demo spedito per posta, ma un gruppo che va gustato dal vivo per comprenderne il reale impatto. Viene così organizzato un vero e proprio showcase per quella che attualmente è la più potente etichetta al mondo, in cui Schon e soci decidono di investire i discografici con un muro di suono impressionante, proponendo brani sconfinati tra il rock latino dei Santana e la fusion dei Mahavishnu Orchestra.
La Columbia rimane impressionata dalla tecnica di Neal alla chitarra, così come dalla coppia Dunbar-Valory alla sezione ritmica, una delle più spregiudicate e potenti del periodo. I negoziati per il contratto iniziano di fatto subito dopo lo spettacolo, con Herbert che riesce a strappare un accordo totale per offrire al gruppo carta bianca in vista del debutto sul mercato.

Le prime sessioni di registrazione iniziano a novembre nei Cbs Studios, con il produttore newyorkese Roy Halee, già al lavoro con mostri sacri come Bob Dylan e Simon & Garfunkel. Journey vede la luce nella primavera del 1975, entrando nella classifica di Billboard in una posizione più che modesta, fuori e non di poco dalla Top 100. A penalizzare il successo commerciale del disco è sicuramente l’approccio iper-strumentale del gruppo, che sfoga la sua voglia di sperimentare con un mix intellettuale di progressive, jazz e ritmi latini.
Schon parte subito forte con il fraseggio malinconico e intenso che apre “Of A Lifetime”, potenziata dalla voce calda e melliflua di Rolie e dai cambi di tempo della batteria di Dunbar. L’assolo centrale mette subito le cose in chiaro: i Journey sono una macchina del suono, capace di accelerare e rallentare con naturalezza estrema. La successiva “In The Morning Day” lascia spazio alle tastiere di Rolie per un gospel-soul che corre verso il boogie vorticoso, mentre la strumentale “Kohoutek” è introdotta da una spazialità pinkfloydiana che sfocia in un prog-jazz schizoide. È sicuramente uno dei brani più ostici di un disco manifesto, che nulla o quasi vuole concedere alle logiche più commerciali e radiofoniche della metà degli anni 70.
Non stupisce così che il singolo scelto dalla Columbia per lanciare l’album, “To Play Some Music”, passi completamente inosservato, pur mantenendo un approccio festaiolo nella sua verve latina. “Topaz” è un altro sfoggio di tecnica strumentale, una piccola maratona di oltre sei minuti di puro progressive, tra effetti atmosferici e derive hard-rock grazie alla chitarra vorticosa in wah-wah di Schon. “In My Lonely Feeling/ Conversations” vira verso un elegante soul–blues, mentre “Mystery Mountain” chiude un album sorprendente con un ritmo più aggressivo in chiave rock, con tanto di trionfale coda in levare tra la scatenata sezione ritmica e la chitarra incendiaria. Una dimostrazione di forza che gratifica gli sforzi di Herbert e l’udito lungo della Columbia Records.

Uno sguardo al futuro

Dopo la pubblicazione dell’album di debutto, i Journey avviano una intensissima attività dal vivo, portando il chitarrista ritmico George Tickner ad abbandonare il gruppo per dedicarsi completamente agli studi in medicina. La band decide di non rimpiazzarlo, lasciando così a Schon il compito di occuparsi totalmente delle parti alle chitarre.
Nell’estate del 1975 la band si riunisce nei Cbs Studios per registrare il suo secondo album, prodotto in collaborazione con Glen Kolotkin. Look Into The Future è aperto dal mix tra boogie e honky-tonk “On A Saturday Nite”, guidato dalle tastiere di Rolie. È il primo segnale di un graduale passaggio verso un più canonico formato canzone, in un disco che sostanzialmente prova a restare in bilico tra sperimentazione ed easy-listening. I Journey recuperano la ritmata cover beatlesiana di “It’s All Too Much”, già inserita nelle scalette dei primi live. Schon sfodera il riff aggressivo che apre “Anyway”, guidando la band in un altro numero tra prog e jazz, sulla falsariga del disco d’esordio.
La band tenta però un’evoluzione sonica, accelerando in chiave hard-rock sull’hendrixiana “She Makes Me (Feel Alright)” o prendendo in prestito linee prettamente lennoniane nell’oscura “You’re On Your Own”.
Chiaramente il tentativo della band è di guadagnare posizioni in classifica, anche se Look Into The Future riesce solo ad arrivare in posizione 100, leggero miglioramento rispetto al debut album. Eppure i Journey sfoderano un talento strumentale indiscutibile, pur non presentando sul mercato una proposta particolarmente innovativa. La title track, ad esempio, è una gemma di oltre otto minuti, una ballad fusion elegante e ipnotica, con gli strumenti a interagire in maniera praticamente perfetta.
Schon emerge come uno dei migliori chitarristi dell’intero decennio, tra l’intensità dell’hard-rock in stile Thin Lizzy di “Midnight Dreamer” – sontuosa la linea psych-jazz che spacca il brano a metà – e la cavalcata corale “I’m Gonna Leave You”, un mix tra le atmosfere latine dei Santana e la durezza dei Deep Purple.
Il disco è un’altra prova convincente del gruppo in studio, pur soffrendo forse di una leggera mancanza di direzione, oltre che di un certo grado di derivatismo.

Pubblicato il secondo atto della loro discografia, i Journey si esibiscono al Paramount Theatre di Seattle per un concerto di oltre due ore trasmesso anche sulle frequenze radiofoniche del rock americano. Tra una data e l’altra, la band cerca di piazzare il colpo in classifica chiudendosi nei His Master’s Wheels Studios di San Francisco nella primavera del 1976.
Completamente autoprodotto, Next continua con la formula ibrida di Look Into The Future, riuscendo a scalare leggermente le chart di Billboard fino alla posizione 85. Il connubio Rolie-Schon conferma il suo stato di grazia sulla ballad ipnotica in stile Elton John “Spaceman”, seguita dal nuovo numero fusion “People”, che spruzza di psichedelia beatlesiana l’ormai abituale prog-jazz. La sezione ritmica Dunbar-Valory tocca il suo apice con continui cambi di tempo, mentre le tastiere siderali guidano le più sperimentali “I Would Find You” e “Here We Go”.
Il disco è un continuo alternarsi tra gli azzardi ormai abituali della band e la necessità di semplificare il sound per trovare una direzione più commerciale, come ad esempio nel potente hard-blues “Hustler”. I Journey non vogliono però rinunciare alla loro identità sonica, mescolando i riff più duri con le divagazioni tastieristiche in salsa prog della title track. Come se la perizia tecnica dei vari componenti impedisse al sound di farsi troppo orecchiabile, pur volendo virare verso i lidi della musica più dura. In “Next”, infatti, la coda basata sul ritmo hard-rock viene dilatata in una imperiosa cavalcata strumentale con la batteria imponente di Dunbar e la chitarra funambolica di Schon. E infatti si passa subito al fantascientifico strumentale fusion “Nickel And Dime”, per poi chiudere in chiave hendrixiana con “Karma”, con l’ultimo straordinario assolo di Schon.
Pur presentando diversi brani più adatti al grande pubblico, Next si rivela un altro fiasco commerciale, portando i dirigenti della Columbia Records a perdere la pazienza con i Journey, ormai diventati una sorta di buco nero a livello finanziario. Per registrare i primi tre album e finanziare continui tour in tutta l’America, la Columbia ha già anticipato centinaia di migliaia di dollari. Con una stima di circa 100mila copie vendute a disco, la band non sta di fatto ripagando i suoi debiti. Walter Yetnikoff, boss della Columbia, è poi un uomo d’affari particolarmente aggressivo, incazzato nero per il successo clamoroso ottenuto nello stesso periodo da band emergenti come Foreigner e Boston, mentre i Journey hanno sfornato solo suite improbabili che nessuna radio avrebbe mai trasmesso. In aggiunta c’è il fattore live, ovvero Schon e soci sono riusciti a riempire club e teatri grazie alla straordinaria tecnica collettiva, ma non riusciranno mai a calcare i palchi di grandi stadi e palazzetti dove ovviamente i promoter fanno i grandi soldi. In altre parole, per la Columbia Records il progetto Journey è ufficialmente fallito.

Evoluzione

Con i vertici della Columbia Records sul piede di guerra, Herbie trova l’ennesimo coniglio dal cilindro, convincendo Yetnikoff a dare una seconda chance alla band con la promessa di un sostanziale rinnovamento nel sound. Una delle maggiori perplessità della major americana è legata alla voce poco commerciale di Rolie, in generale alla necessità di introdurre un frontman carismatico e di presentarsi al pubblico alla pari di band come Foreigner e Boston. La scelta ricade sul cantante californiano Robert Fleischman, che ha già maturato esperienza sul palco con la band losangelina Shatterminx.
Con Fleischman a bordo, i Journey si fanno notare al grande pubblico aprendo numerose date di band come Black Sabbath, Judas Priest ed Emerson, Lake & Palmer nel corso del 1977. Robert partecipa al nuovo processo creativo della band, ma i rapporti con il resto del gruppo e soprattutto con Herbert si fanno subito tesi. Il carattere di Fleischman è piuttosto forte – ai limiti dell’arroganza – e non viene visto di buon occhio da Schon e Rolie, abituati a sudare sui palchi di mezza America. Il cantante si lamenta continuamente dei viaggi, degli hotel, comportandosi in sostanza come la classica primadonna. Oltretutto è legato al manager Barry Fey, che entra subito in contrasto con Herbie per il controllo sulla direzione creativa da intraprendere.
Così avviene l’impensabile: mentre Robert canta sul palco del Soldier Field di Chicago, davanti a 100mila persone, Herbie ha già in tasca la cassetta demo di un altro cantante, molto più pulito e dunque reputato decisamente migliore per evitare il tracollo definitivo dei Journey. Quel cantante risponde al nome di Stephen Ray Perry, nato a Henford, in California, da genitori di origini portoghesi. Figlio unico, Stephen si è appassionato fin da bambino alla musica, trascinato dal padre Raymond che gestiva la stazione radiofonica KNGS. Dopo aver ascoltato la voce di Sam Cooke durante un viaggio in auto con la madre, Stephen ha deciso di diventare un cantante, formando la sua prima band, Ice, dopo il trasferimento a Sacramento. Con gli Ice ha provato a registrare un primo disco agli studi Record Plant, ma il gruppo è finito presto nel dimenticatoio in mancanza di un manager capace di gestirlo seriamente.
Dopo il nuovo trasferimento a Thousand Oaks, Perry ha messo in piedi una band progressive-rock, i Pieces, con l’esperto bassista Tim Bogert, già al lavoro con Jeff Beck. Ma anche i Pieces non hanno funzionato, incapaci di assicurarsi un contratto discografico alla metà esatta degli anni 70. A seguire, un altro naufragio con gli Alien Project, che lo hanno portato quasi ad abbandonare definitivamente il mondo della musica dopo la tragica morte del bassista Richard Michaels in un incidente automobilistico. Ritiratosi a Lemoore, per cercare nuove sfide al di fuori della musica, Stephen viene convinto dalla madre a non mollare, a mandare la versione demo del suo brano “If You Need Me, Call Me” al manager dei Journey, convinto dal produttore Scott Mathews che lo reputa perfetto al posto del piantagrane Fleischman.
Qui c’è un altro colpo di teatro orchestrato da Herbie, che introduce di nascosto Perry nell’entourage della band, ufficialmente come roadie di origini portoghesi. Durante il soundcheck prima di una data a Long Beach, Stephen canta insieme al gruppo, che viene successivamente informato in via ufficiosa: sarà lui il frontman definitivo al posto di Robert, licenziato in tronco senza troppi patemi.

Il debutto dal vivo della nuova line-up dei Journey arriva alla fine di ottobre, prima dell’inizio delle nuove sessioni di registrazione tra gli studi His Master’s e Cherokee. Per il quarto album della band Herbie vuole un produttore con tutti i crismi, così assolda l’inglese Roy Thomas Baker, un re mida degli studi di produzione grazie al successo strepitoso dei Queen, culminato con “A Night At The Opera”. È chiaro che Schon e soci non possono più “cazzeggiare” con suite fusion iper-strumentali, devono ora fare sul serio per spaccare in classifica e restituire i debiti contratti con l’impaziente Columbia.
Il 20 gennaio del 1978 esce così Infinity, rivoluzione copernicana in nome del rock più mainstream. L’impatto del fan della prima ora con l’iniziale “Lights” è fortissimo, a partire dai primi vocalizzi R&B di Perry che guidano una imponente ballad soft-pop venata di blues grazie al sempre splendido assolo centrale di Schon. Le armonie corali introdotte da Baker, ovviamente grande esperto dopo il lavoro con Mercury e soci, trasformano completamente il sound dei Journey, ora lontano anni luce dal prog-jazz più sofisticato.
L’album è però clamoroso, perfettamente costruito da Baker, che installa un impianto di pop orchestrale sfruttando allo stesso tempo le capacità tecniche dei Journey, arricchendo il tutto con armonie corali spacca-classifiche. “Feeling That Way” è il ponte ideale tra Elton John e Queen, ma capace di mantenere l’identità della band al di là dell’ovvio accantonamento delle parti più sperimentali. Parliamo di un disco nato e cresciuto per salvare i Journey dall’ira funesta della Columbia, che si sfrega finalmente le mani al cospetto dell’hard-pop lynyrdskynyrdiano “Anytime”, orecchiabile cavalcata in tono boogie aperta dal coro a cappella.
Il riff di Schon diventa più aggressivo in “Lă Do Dā”, che introduce sonorità marziali e ricordi di vecchie cavalcate progressive, alternate con gli arpeggi morbidissimi della ballad zeppeliniana “Patiently”. Pur discostandosi in maniera traumatica dai primi tre album della band, Infinity è un’autentica gemma a chiudere idealmente i gloriosi anni 70, riprendendo l’hard-rock più melodico nel fortunato singolo “Wheel In The Sky”. La coppia formata dall’angelico Perry e dal funambolico Schon funziona a meraviglia sulla ballad melodica “Somethin’ To Hide”, mentre “Winds Of March” punta su toni elegiaci, quasi cameristici, prima di scatenarsi sulla coda dal sapore hard-prog grazie all’organo di Rolie. La band torna su atmosfere zeppeliniane nel breve intermezzo “Can Do”, prima di chiudere con l’elegante “Opened The Door”, guidata per mano dalla calda voce soul di Perry in un saliscendi imponente tra effetti astrali e la metafisica chitarra di Schon.

Bye, Aynsley

Lo stravolgimento nel sound dei Journey porta i suoi frutti più squisitamente commerciali, dal momento che Infinity balza in ventunesima posizione nella classifica nazionale di Billboard. La band avvia il secondo tempo del tour del 1978, iniziato in apertura di Van Halen e Ronnie Montrose. Emerge però un problema non da poco, perché Aynsley Dunbar è in guerra aperta contro la nuova direzione melodica e commerciale imposta da Herbie Herbert per compiacere la Columbia. Il batterista inizia così a sabotare i tempi dei brani dal vivo, suonando di proposito o troppo veloce o troppo lento, per mettere in difficoltà Perry. La tensione arriva al culmine durante la fine della leg estiva del tour del 1978, quando Dunbar viene licenziato, alla fine di un concerto agli inizi di settembre all’Oakland Coliseum. Viene così assoldato in fretta e furia il nuovo batterista Steven Bruce Smith, ex-alunno del prestigioso Berklee College of Music e stimato sessionman in bilico tra la passione per il jazz e le sperimentazioni più rock.
La nuova formazione dei Journey entra nei Cherokee Studios alla fine dell’anno per lavorare subito al seguito di Infinity, ancora una volta con il produttore Roy Thomas Baker. Aperto dal breve e magniloquente strumentale “Majestic”, Evolution segna il definitivo passaggio della band verso i luccicanti lidi dell’arena-rock, pronto a esplodere in tutte le frequenze Fm del panorama mainstream. A partire dalla power-ballad “Too Late”, i Journey sfruttano abbondantemente le capacità vocali di Perry, combinate con la solita perizia strumentale, al servizio di brani di rock immediato come la bluesy “Lovin’, Touchin’, Squeezin’”, primo singolo di grande successo della band a entrare nella Top 20 negli States. L’irresistibile “na na na” cantato in coda al brano è l’ovvia dimostrazione della direzione tanto contestata da Dunbar, che dovrà portare i Journey a riempire tutti gli stadi del mondo all’alba degli anni 80.
La nuovo intro a cappella di “City Of The Angels” è l’inconfondibile tocco magico di Roy Thomas Baker, che confeziona un’altra ballata robusta, costruita su misura per la voce soulful di Perry. Altro cardine del gruppo diventa inevitabilmente il chitarrista Neal Schon, che ha già tutte le carte in regola per diventare un nuovo guitar-hero da stadio, come sul riff in pieno stile arena-rock di “When You’re Alone (It Ain’t Easy)”.
La ballad strappalacrime “Sweet And Simple” mostra chiaramente il nuovo corso della band, con un sound ancora più melodico e corale rispetto a quello di Infinity. Brani come “Lovin’ You Is Easy” incorporano elementi funky, con il contributo del batterista Greg Errico (Sly and the Family Stone), mentre il boogie-pop “Just The Same Way” offre nuovo spazio all’ormai accantonata voce di Gregg Rolie. Pur restando un disco ben confezionato, Evolution inizia a cedere qualcosa su brani come “Do You Recall”, troppo incentrati sulla voce di Perry per incontrare i gusti mainstream. Decisamente meglio quando parte la suadente atmosfera astrale di “Daydream”, in cui il canto è effettivamente al servizio di una struttura ammaliante tra lo psych-blues e gli arpeggi orientaleggianti. I Journey si avviano così sul ponte che attraverserà i due decenni, con le nuove sonorità hard’n’heavy di “Lady Luck”, pronte a sconvolgere gli stadi di tutto il pianeta.

L’Evolution Tour parte il 1 marzo 1979 e rappresenta un momento di svolta cruciale per i Journey. Grazie al successo dei singoli “Lovin’, Touchin’, Squeezin’” e “Just The Same Way”, il nuovo giro di concerti registra un incasso clamoroso, superando i 5 milioni di dollari. L’enorme flusso di entrate permette alla band di compiere un passo logistico pionieristico per la fine degli anni 70, una vera e propria flotta di camion e un sistema di illuminazione personalizzato. Invece di affittare l’attrezzatura locale, la band inizia così a viaggiare con una produzione monumentale standardizzata, gettando le basi per i titanici show da arena del decennio successivo. I Journey si esibiscono tra Stati Uniti ed Europa in compagnia di band come Thin Lizzy, Ac/Dc, Aerosmith e Ted Nugent, durante lo storico festival World Series of Rock al Cleveland Stadium davanti a oltre 70mila persone.
Per cavalcare l’onda del successo la Columbia pubblica la prima compilation In The Beginning, che ha però il compito di far scoprire ai nuovi fan il primo periodo sperimentale della band.

Alla fine dell’anno, terminato a settembre il tour di Evolution, i Journey tornano negli Automatt Studios di San Francisco per registrare un nuovo album, con il produttore inglese Geoff Workman, già nella squadra di Roy Thomas Baker come ingegnere del suono. Uscito all’alba del 1980, Departure inizia col botto, trascinato dall’irresistibile hard-pop “Any Way You Want It”, un brano catchy all’ennesima potenza, dichiaratamente ispirato al sound dei Thin Lizzy con cui i Journey hanno passato parte del tour americano. Il singolo scala le classifiche a stelle e strisce, portando il disco a spopolare sulle frequenze radio dell’intera nazione. Altro brano tormentone è il mellifluo blues-pop “Walks Like A Lady”, impreziosito dalle divagazioni strumentali di Schon e dai cori soul in tonalità notturna.
Dalle aperture melodiche di “Someday Soon” alle trame psichedeliche di “People And Places”, Departure è per certi versi un disco più stratificato di Evolution, una prova di maturità che rispecchia maggiormente l’abilità strumentale dei vari componenti della band. In “Precious Time” c’è spazio per l’armonica di Rolie in un power-blues in crescendo, mentre il riff di Schon guida l’hard-boogie “Where Were You” con tanto di tastiere barrelhouse. La stella polare resta un arena-rock da folle oceaniche, prima basato sull’intensità della chitarra (“I’m Cryin’”), poi su ritornelli spensierati in stile Kiss (“Line Of Fire”). I Journey lavorano di cesello su ballad da accendini accesi come “Stay Awhile”, per chiudere l’album sul groove zeppeliniano di “Homemade Love”.

Non smettere di crederci

Il successo commerciale di Departure trascina le vendite di biglietti per l’omonimo tour, l’ultimo con Gregg Rolie alle tastiere. L’ex-Santana è ormai stanco della vita on the road, vuole pensare alla famiglia e magari a qualche progetto da solista, decisamente meno impegnativo a livello professionale. Per evitare di lasciare i suoi compagni in una situazione critica, Rolie suggerisce di essere rimpiazzato da Jonathan Cain, entrato da poco nel gruppo inglese The Babys. In attesa di Cain, è Stevie “Keys” Roseman a suonare nei Fantasy Studio di Berkeley, California, dove con il produttore Kevin Elson la band lavora alla pubblicazione di un primo disco dal vivo.
Durante il tour di Departure, nell’ottobre 1980, i Journey si sono fermati per alcune sessioni di registrazione negli studi Cbs/Sony Shinanomachi di Tokyo, per lavorare alla colonna sonora del film fantasy nipponico “Yume, Yume No Ato”. Il risultato è il sorprendente Dream, After Dream, un gradito ritorno al progressive delle origini dopo la trasformazione sonica ordinata da Herbert.
Pubblicato nel dicembre 1980, l’album passa del tutto inosservato sul mercato discografico, ma restituisce all’ascoltatore tutto il talento strumentale di un gruppo molto al di sopra del sound da stadio che ne sta facendo la fortuna in tutto il mondo. Si parte con l’ouverture fantascientifica “Destiny”, arricchita da elementi orchestrali sul canto devastato di Perry prima di sfociare in un ritmo math schizoide.
Dalle atmosfere cameristiche di “Snow Theme” al viaggio siderale di “Sandcastles”, l’album è una parentesi spiazzante nel nuovo corso della band americana, un’opportunità per gli ascoltatori di testare l’inserimento di Perry in un contesto più sperimentale. Il cantante sembra perfettamente a suo agio, pur in un disco prevalentemente strumentale, confezionato dal talento di Schon come nell’intensa “When The Love Has Gone”. I Journey brillano sul finale corale di “Little Girl”, tra echi pinkfloydiani e il più canonico formato ballad da stadio che li ha appena lanciati nella stratosfera del rock mondiale.

Nel gennaio 1981 viene pubblicato il primo disco dal vivo, Captured, dedicato al “compagno di strada” Bon Scott, tragicamente deceduto a 33 anni a causa di una pesante intossicazione da alcolici. Registrato in presa diretta sui palchi di Detroit, Montreal e Tokyo, l’album è una vibrante compilation con i brani più amati dal pubblico, con l’inclusione di un nuovo pezzo confezionato in studio, il boogie-pop “The Party’s Over (Hopelessly In Love)”, con il tastierista Stevie “Keys” Roseman. Di fatto è la sua unica apparizione come membro dei Journey, perché a prendere il posto di Rolie è Jonathan Cain, che entra con la band negli studi Fantasy nella primavera del 1981 per registrare il nuovo disco Escape con il produttore Mike Stone.
Anche noto con il nome stilizzato E5C4P3, il settimo disco dei Journey è quello del botto definitivo, capace di piazzare oltre dieci milioni di copie sul mercato americano con diversi singoli in heavy-rotation sulle frequenze radiofoniche degli States. “Don’t Stop Believin’” è l’inno che renderà i Journey immortali, una power-ballad in midtempo partorita dal consiglio ricevuto dal padre di un demoralizzato Caine, sul punto di lasciare per sempre il mondo della musica. E invece il singolo, guidato dal piano liturgico e dalla stupefacente performance vocale di Perry, trasforma i Journey in giganti del rock mondiale.
Dall’intensità strabordante dell’assolo di Schon sul finale di “Stone In Love” alla bellezza algida della love song “Who’s Crying Now”, Escape è l’album che segna la definitiva maturità della band americana, mettendo le ovvie esigenze mainstream al servizio del primigenio talento strumentale. Pur privi di due musicisti formidabili come Rolie e Dunbar, i Journey sanno sfruttare i propri punti di forza per produrre un vero classic album della musica popolare a stelle e strisce.
Il ritmo accelera sul riff del boogie-pop “Keep On Runnin’”, prima di tornare a un midtempo bluesy sulla ballad corale “Still They Ride”. Il disco entra così nello spirito degli adolescenti americani all’inizio degli anni 80, praticamente una colonna sonora che cavalca sentimenti di amore e ribellione sugli assoli da brividi della chitarra di Schon. Se la title track è una perfetta road-song per i presi bene, sul martellare delle tastiere di Cain e la vorticosa parte centrale, la ruggente “Lay It Down” vira verso l’hard-rock a tutto volume, sulle tonalità più alte e pruriginose della voce di Perry. Votato dai lettori della rivista Kerrang! miglior disco Aor di tutti i tempi, Escape è di fatto un concentrato di adrenalina – la vorticosa e martellante “Dead Or Alive” – e romanticismo corale, come nella ballad in bilico tra heavy e pop sinfonico “Mother, Father”. Il finale è da antologia, sulle note struggenti della power-ballad “Open Arms”, gigantesca prova vocale di Perry su un singolo che spacca le classifiche e darà il via a una sequenza impressionante di cover e interpretazioni da parte di migliaia di aspiranti vocalist di tutto il mondo.

Nuove frontiere

Il 12 giugno 1981 prende il via il mastodontico Escape Tour, che consacra i Journey come una delle stadium band più seguite del pianeta. Sono centinaia le date sold-out tra Stati Uniti, Europa e Giappone, mentre lo show di novembre all’Astrodome di Houston viene registrato per conto di Mtv, diventando subito uno dei concerti dal vivo più trasmessi nella storia del rock. Con la fondazione del fan club ufficiale, denominato Journey Force, la band si trasforma in un vero e proprio brand, una macchina da soldi lanciata a tavoletta verso lo stardom musicale.

Mentre continua il tour di Escape per tutto il 1982, escono gli inediti “Only Solutions” e “1990s Theme”, inseriti nella colonna sonora del film di Steven Lisberger “Tron”. È il preludio alle nuove sessioni di registrazione ai Fantasy Studios, che portano alla pubblicazione di Frontiers nel febbraio del 1983. Nonostante i sei dischi di platino e ben quattro singoli piazzati in heavy-rotation, il successore di Escape non riesce a bissare la sua intensa brillantezza, tradendo un certo conservatorismo con l’obiettivo preciso di mantenere la stessa formula del successo.
Aperto dal mix di synth-rock e Motown-sound di “Separate Ways (Worlds Apart)” – altro singolo che scala le classifiche americane cavalcando il livello di fama della band – il nuovo album propone la stessa miscela di Escape, con una maggiore insistenza sulle tastiere di Cain rispetto alla chitarra di Schon. I Journey insistono sul formato ballata romantica in “Send Her My Love”, mentre in brani più robusti e incalzanti come “Chain Reaction” appare evidente il nuovo corso verso un hard-rock sintetizzato.
Sempre in bilico tra Aor e pop, Perry e soci confermano di essere in un momento di forma magico nella gemma “After The Fall”, impreziosita dall’ottima chitarra di Schon sul fade-out. L’altro colpo da maestro è la power-ballad “Faithfully”, scritta da Cain su un fazzoletto durante il tour di Escape e registrata in poco più di un’ora confezionando una delle love-song più amate degli anni 80.
Dal riff acido di “Edge Of The Blade” all’epicità melodica di “Troubled Child”, Frontiers è il disco che porta i Journey verso i nuovi confini sonici del decennio appena iniziato, pur mantenendo l’impianto mainstream che li ha catapultati nello stardom internazionale. Sicuramente con meno coraggio nell’osare sonorità inedite, la band conferma però tutto il suo talento, dal boogie vanhaleniano “Back Talk” all’elegante vena progressive della title track.

Grazie all’hype creato dai nuovi brani in studio, il Frontiers Tour inizia in Giappone con un dispiegamento imponente di luci ed effetti fantascientifici, in linea con la copertina dell’album stesso. È uno dei tour di maggior successo dell’anno, con la partecipazione di Bryan Adams nel ruolo di supporter. La band viene seguita nella vita on the road dalla casa di produzione cinematografica NFL Films, per la realizzazione del documentario intitolato “Frontiers And Beyond”, incentrato sulla data al JFK Stadium di Philadelphia con quasi centomila persone impazzite tra il pubblico. Un successo talmente travolgente da scatenare un livello di pressione e saturazione psicologica insostenibile.
Alla fine del tour di Frontiers, la band decide a sorpresa di prendersi una pausa, diretta conseguenza di diversi fattori, a partire ovviamente dal logorio fisico e mentale – in particolare in Steve Perry – causato da oltre tre anni di tour mondiali quasi ininterrotti. Ma c’è anche dell’altro, in particolare lo stesso Perry ha più volte espresso la volontà di accelerare su un sound più patinato, tra pop e R&B. Dall’altro lato, Schon e Smith vogliono invece spingere verso un rock più tecnico e aggressivo, sulla falsariga di brani come “Back Talk”.

Steve Perry, ormai diventato lider maximo dei Journey, annuncia agli altri di voler testare la propria indipendenza artistica, pubblicando il suo primo disco da solista, “Street Talk”, nel corso del 1984. Un successo da oltre due milioni di copie vendute, trascinato dal singolo “Oh, Sherrie”. Neal Schon fonda allora il progetto Hagar Schon Aaronson Shriever (HSAS), insieme a Sammy Hagar, pubblicando l’album “Through The Fire” per dare sfogo alla sua anima più hard-rock. Il batterista Steve Smith si dedica maggiormente alla sua vera passione, il jazz fusion, fondando i Vital Information. Quando la stampa intervista Schon e gli chiede se i Journey abbiano ormai terminato il loro percorso, però, il chitarrista nega con fermezza, affermando che la pausa serve proprio per rafforzare il gruppo e tornare in grande stile nel prossimo futuro.
Dopo alcune telefonate tra Perry e Cain, i Journey si ritrovano nei soliti Fantasy Studios verso la fine del 1985, per mettersi al lavoro sul loro nuovo album in studio. La previsione di Schon si rivela però sbagliata, perché Perry prende il ruolo di produttore dell’album, scatenando un fiume inarrestabile di tensioni artistiche e personali. A farne le spese è l’intera sezione ritmica, con Valory e Smith invitati a lasciare la band per sempre. Perry assolda così temporaneamente alcuni musicisti per completare le registrazioni del disco: Randy Jackson e Bob Glaub al basso, Larrie Londin alla batteria.

Raised On Radio esce nell’autunno del 1986, ottenendo un buon successo commerciale – quarto nella classifica di Billboard – ma portando la critica a storcere il naso, in particolare per la mancanza di due elementi fondamentali come Valory e Smith. L’album è aperto dal soft-pop “Girl Can’t Help It”, a chiara dimostrazione del nuovo corso spinto da Perry che ha portato alla disgregazione della formazione più rodata della band. Il lavoro da rocker di Schon è più evidente nella robusta melodia di “Positive Touch”, con l’introduzione di un assolo di fiati che porta la band lontana dai lidi dell’arena-rock. Il gruppo sembra ormai sfaldato, preso tra due fuochi creativi, da una parte l’ossessione del cantante per brani tra R&B e pop commerciale (“Suzanne”) e tentativi di ripristinare un mainstream rock più corale e dedito al riff (“Be Good To Yourself”).
A parte alcuni esperimenti riusciti, come la funkeggiante “Once You Love Somebody” o la springsteeniana title track, Raised On Radio è un disco fiacco, perso tra il soft-pop romantico di “I’ll Be Alright Without You” e “The Eyes Of A Woman”.

La prova del fuoco

Il nuovo tour mondiale dopo la pubblicazione di Raised On Radio parte nell’estate del 1986, con Randy Jackson al basso e Mike Baird alla batteria. In parte registrata dal canale Mtv per un documentario sulla band, la nuova tornata di concerti fa registrare ancora numerosi sold-out, ma porta allo stremo Steve Perry che inizia ad avere alcuni problemi alle corde vocali. Herbie Herbert ha già prenotato altre date live, ma le tensioni interne al gruppo sono ormai incontrollabili, con lo stesso cantante che comunica ufficialmente le sue dimissioni. “Non posso più farlo – ammette Perry in una chiacchierata informale con Schon – Devo uscirne per un po’ di tempo. È finita, voglio fermarmi ora”.
Il progetto Journey termina così all’inizio del 1987, portando i dirigenti della Columbia a pubblicare un Greatest Hits alla fine del 1988, una delle compilation di maggior successo commerciale della storia, con 15 milioni di copie vendute e ben 750 settimane consecutive di presenza nella classifica di Billboard. Mentre Steve Perry si gode il suo meritato riposo dedicandosi alla vita privata, Schon e Cain formano i Bad English con il batterista Deen Castronovo, pubblicando due album alla fine degli anni 80. I tre si ritrovano fugacemente solo alla fine del 1991, in occasione dell’evento tributo a Bill Graham, leggendario impresario tragicamente deceduto in un incidente in elicottero.

Dopo la fine dei Bad English, Schon e Castronovo formano il gruppo glam-metal Hardline, per poi unirsi al cantante Paul Rodgers per il suo tour del 1993. Perry esce dall’anonimato con il secondo album da solista, “For The Love Of Strange Medicine”, pubblicato dalla Columbia nel 1994. La decisione di rientrare nei Journey arriva nel corso del 1995, ma a una sola condizione: Herbie Herbert dovrà essere allontanato, sostituito da Irving Azoff, già manager degli Eagles.
Per il disco del ritorno sulle scene musicali vengono richiamati Steve Smith e Ross Valory, al lavoro in studio con il produttore Kevin Shirley. Anticipato dalla ballata orchestrale “When You Love A Woman”, Trial By Fire è un disco che veleggia tra una nuova maturità compositiva e un passato che ormai non può più tornare in auge. Ci sono quindi brani come l’iniziale “Message Of Love” che mostrano superbi arrangiamenti tra voce e chitarra in un robusto e lirico uptempo rock. “One More”, ad esempio, produce una deliziosa sezione ritmica sul canto aggressivo di Perry, mentre “Can’t Tame The Lion” viaggia sui binari di Bryan Adams con un solido Aor spruzzato di cori psichedelici. La chitarra di Schon mostra di essere ancora in perfetta forma, tra riferimenti claptoniani nella vibrante “Castles Burning” e rimembranze di arena-rock in “I Can See It In Your Eyes”, aggiunta inizialmente per la sola edizione giapponese del disco.
Trial By Fire è però un lavoro a due facce, tanto convincente nei suoi momenti più ispirati, quanto poco incisivo nei momenti più lenti, ad eccezione della pop-ballad “If He Should Break Your Heart”. Brani come “Forever In Blue” e “Don’t Be Down On Me Baby” si trascinano in noiose marce melodiche tra R&B e arrangiamenti orchestrali.

In seguito all’ennesimo exploit commerciale, il management della band pianifica il nuovo tour mondiale, che viene però ostacolato da un grave infortunio subito da Perry durante un trekking alle Hawaii nell’agosto 1996. I controlli in ospedale mostrano un serio problema alle ossa, che dovrebbe portare il cantante ad operarsi all’anca. Steve decide così di declinare l’invito a partire in tour, rimettendo i Journey in stand-by per i successivi due anni. In particolare, sono Schon e Cain a spingere per continuare l’avventura, ma la decisione finale di Perry è di ritirarsi dallo showbiz e tornare nell’ombra della sua vita privata.
A Steve Smith non piace per nulla l’idea di continuare senza la voce storica dei Journey, tornando così al suo amore per il jazz, sostituito dalla vecchia conoscenza Deen Castronovo, già nei Bad English con lo stesso Schon. C’è però un problema non da poco: trovare un degno sostituto di Perry, profondamente radicato nei cuori di tutti i fan della band. Ecco perché vengono provati solo cantanti di alto profilo, come ad esempio Geoff Tate (Queensrÿche), ma alla fine la scelta ricade su Steve Augeri, già al lavoro con le band hard-rock Tall Stories e Tyketto. Dopo aver ottenuto il premio di Best Debut Male Vocalist all’edizione del 1992 dei New York Music Awards, Augeri debutta con i Journey sull’uptempo elettro-acustico “Remember Me”, incluso nella colonna sonora del blockbuster “Armageddon”. La nuova incarnazione del gruppo si esibisce prima in Giappone per testare la reazione dei fan, poi avvia il Vacation’s Over Tour negli Stati Uniti fino al 1999. “È come rinascere”, dichiara un entusiasta Schon alla stampa americana.

Ancora vivi

Nella primavera del 2000 i Journey entrano negli Avatar Studios, ancora con il produttore Kevin Shirley. Arrival viene inizialmente pubblicato per il solo mercato giapponese, lanciato su quello americano solo nell’aprile 2001. È di fatto il primo lavoro a mancare il disco d’oro dai tempi di Next, punito dai fan di vecchia data che ovviamente non hanno digerito la dipartita di Perry. Anche se lo stile vocale di Augeri non si discosta poi tanto da quello di Steve, Arrival viene parzialmente stroncato dalla critica, che accusa i Journey di aver praticamente smesso di osare per mantenere semplicemente in piedi il carrozzone.
L’album segna comunque il ritorno a sonorità più aggressive, dal riff hard-rock di “Higher Place” alla martellante “I Got A Reason”. Il problema principale sta però in una generale mancanza di idee, tra un pop melenso (“All The Way”) e insipide ballad per pianoforte (“Signs Of Life”). L’impegno vocale di Augeri è effettivamente encomiabile, ma il confronto con Perry non può che essere impietoso, così i Journey devono inevitabilmente aggrapparsi al talento di Schon, in brani power-pop affascinanti come “All The Things”.
Il resto del disco è incentrato su melodie strappalacrime come “Loved By You” e “With Your Love”, tra l’altro nemmeno troppo originali persino nei titoli. I Journey sembrano quindi trascinati dalla sola chitarra di Schon, come nell’atmosferica “Livin’ To Do”. Parlare di una band finita è forse ingeneroso, ma sicuramente Arrival è un lavoro che non sembra mostrare quella rinascita tanto sbandierata verso i media.

Con il declino commerciale – il nuovo album non riesce nemmeno a superare lo scoglio delle prime 50 posizioni di Billboard – la Columbia Records, nel frattempo controllata dal colosso Sony, decide di abbandonare i Journey interrompendo il loro contratto discografico. C’è così una nuova pausa, che porta Schon a fondare il gruppo Planet Us, sempre con Castronovo, prima della fondazione dell’etichetta Journey Music e la conseguente pubblicazione di un Ep intitolato Red 13 alla fine del 2002. Il breve disco è un omaggio ai fan della prima era, un ritorno alla sperimentazione musicale perduta. La mini-suite “Intro: Red 13 / State Of Grace” si muove tra pieghe elettroniche e siderali, deflagrando su riff di psichedelia orientaleggiante. La voce di Augeri sembra decisamente più a suo agio con il nuovo formato sonico, non dovendo più ricalcare lo stile di Perry. In “The Time” si vira verso un solido hard-blues, mentre “Walkin’ Away From The Edge” – scartata dalle sessioni di Arrival e composta con il cantante dei Queensrÿche Geoff Tate – parte come una ballata lirica per poi evolversi tra assoli siderali in stile Pink Floyd.
I Journey tornano così ad esibirsi dal vivo in compagnia di band come Styx e REO Speedwagon, concedendosi anche appuntamenti particolari, come alcune date a bordo della nave da crociera Triumph in giro per i Caraibi. Dopo aver ottenuto la stella sulla famosa Hollywood Walk of Fame nel 2005, la band si riunisce negli studi Record Plant di Sausalito, California, per lavorare all’uscita di Generations, pubblicato dall’etichetta Sanctuary a ottobre. L’album segna una svolta nell’approccio al lavoro vocale, che per la prima volta viene suddiviso tra i vari componenti a causa di alcuni problemi accusati nell’ultimo periodo da Augeri. Si parte con il riff ruggente di “The Place In Your Heart”, con l’interpretazione di Augeri finalmente lontana dal classico stile di Perry e decisamente più personale, ad esempio nell’elegante ballad orchestrale “Butterfly (She Flies Alone)”.
Non certamente imperdibile, l’album è almeno un salto in avanti della band verso nuovi scenari compositivi, forse dovuto all’addio alla Columbia e alle sue più stringenti esigenze commerciali. “Believe” è un intenso power-pop in odore di wall of sound, mentre “Out Of Harms Way” e “In Self-Defense” sgasano su arrangiamenti più hard. Non si potrà parlare certamente di un gruppo tornato a nuova vita artistica, ma Generations si fa ascoltare con un interesse sicuramente maggiore rispetto ad Arrival. “Better Together” torna ai vecchi fasti dell’arena-rock, mentre “Gone Crazy” si lancia in un gradevole blues’n’roll a tutta birra. In chiusura, “Beyond The Clouds” è un’altra preziosa performance di Augeri sul classico formato power-ballad.

Ripartiti in tour per celebrare il trentennale dalla fondazione, i Journey regalano ai fan spettacoli interminabili di oltre tre ore, tra vecchi classici e nuove canzoni. Nel 2006 seguono diversi appuntamenti in Europa e poi ancora Stati Uniti in compagnia dei Def Leppard, ma i nuovi concerti vengono funestati dall’ira degli spettatori che notano l’utilizzo di basi vocali pre-registrate per coprire i crescenti problemi di Augeri. Affetto da attrito vocale, il cantante americano viene preso di mira dall’ex-manager Herbie Herbert, costretto per motivi strettamente legali a mentire sulle sue reali condizioni e sul conseguente utilizzo di tracce registrate. La band è però costretta dopo pochi mesi ad annunciare che Augeri farà un passo indietro e lascerà i Journey dopo il concerto di Raleigh a luglio. Il tour mondiale continua con Jeff Scott Soto, cantante della band hard-rock svedese Talisman, arruolato ufficialmente nella line-up alla fine del 2006. L’esperienza con Soto dura circa un anno, fino al giugno 2007 quando Schon lo ringrazia pubblicamente per il contributo offerto alla causa, annunciando una non meglio precisata “prossima mossa”.

Cambiamenti per il meglio

Dopo la separazione con Soto, i Journey sono punto e a capo, senza un cantante in grado di reggere la pressione in un gruppo di caratura internazionale. Schon inizia a spulciare tra decine di video sulla piattaforma di video sharing YouTube, soffermandosi in particolare su Jeremey Hunsicker, vocalist della tribute band Frontiers. Hunsicker completa il primo ciclo di audizioni, soffermandosi con la band per scrivere addirittura nuovo materiale, ma viene subito allontanato a causa di tensioni creative e personali con lo stesso Schon. Viene così contattato un altro cantante amatoriale, il filippino Arnel Pineda che milita in un’altra cover band, The Zoo. Anche Pineda passa con voti brillanti il ciclo di audizioni, annunciato come nuovo cantante dei Journey nel dicembre 2007. Più di un fan storce il naso, riempiendo le bacheche online della band di commenti razzisti per l’introduzione di un membro straniero. Sarà Cain a difenderlo a mezzo stampa, parlando di una band mondiale che non può certo fermarsi al concetto di unico colore.

Dopo l’utilizzo di “Don’t Stop Believin’” sul magistrale finale della serie tv “The Sopranos”, i Journey vivono un nuovo boost di popolarità, mentre si trasferiscono ancora negli studi californiani per lavorare al nuovo disco. Revelation esce nel giugno 2008, anticipato dal singolo hard-pop “Never Walk Away”, unica traccia scritta durante la breve parentesi di Hunsicker. Dalla nuova ballad “Like A Sunshower” al ritmo boogie di “Change For The Better”, la voce di Pineda è squillante e precisa al punto giusto, ma l’effetto complessivo è quello di un’ottima tribute band alle prese con il sound dei Journey. “Wildest Dream” picchia martellante verso i soliti lidi dell’arena-rock, mentre “After All These Years” torna alla melodia più romantica nello stile di Bryan Adams.
I Journey riprendono il lirismo aggressivo in “Where Did I Lose Your Love”, cercando di ammodernare il sound spingendosi verso i territori solcati dai Linkin Park in brani come “What It Takes To Win”. Alla fine resta innegabile sempre il talento strumentale di Schon in “The Journey (Revelation)”, ma Revelation è un disco pericolosamente ai confini della noia.

A sorpresa, il nuovo album ottiene ottimi risultati in classifica, vendendo quasi duecentomila copie in nemmeno due settimane e restando stabilmente nei primi venti posti di Billboard per quasi due mesi. L’esordio di Pineda dal vivo è nel febbraio 2008, davanti a ventimila persone in Cile, per l’avvio del “Revelation Tour”, che si estenderà fino al termine dell’anno successivo con un incasso di oltre 30 milioni di dollari. Mentre la vecchia hit “Don’t Stop Believin’” continua a macinare ascolti su nuove piattaforme come iTunes, i Journey tornano in studio con il produttore Kevin Shirley, che però abbandona la band verso la fine delle sessioni ai Fantasy Studios di Berkeley. Sono Schon e Cain a terminare il lavoro per la pubblicazione di Eclipse – stilizzato ECL1P53 – nel maggio 2011, un disco che vede il radicale abbandono della classica formula pop + ballad per abbracciare un sound più duro e roccioso. È infatti Schon che decide di fregarsene del formato radio-friendly, per costruire brani più spinti sulla sua chitarra, entrando in conflitto con Shirley che ricorda a tutti il successo clamoroso di Revelation.
Si parte con l’anthemica “City Of Hope”, basata principalmente sul riff ipnotico di Schon e sull’ottima interpretazione vocale di Pineda, che in definitiva è riuscito a portare i Journey finalmente nell’era post-Perry. In brani come “Edge Of The Moment” si osano arrangiamenti metal, mentre “Chain Of Love” inizia con tonalità ambient per poi virare su un hard-rock lirico.
Disprezzato da gran parte della critica, Eclipse prova a fondere l’anima strumentale dei Journey con l’arena-rock più ruggente, in brani come “Anything Is Possible” o “Resonate”. Viene così fuori un disco sicuramente più interessante a livello di approccio, comunque perso in bilico tra vecchie tentazioni e nuove direzioni soniche. Sarà infatti lo stesso Cain a criticare a posteriori la scelta di pubblicare un album del genere, puntando il dito contro l’urgenza a tutti i costi di risultare più heavy. Sicuramente la voce di Pineda permette a Schon di spingere il pedale dell’acceleratore sui suoi virtuosismi (“Human Feel” e “Ritual”), ma effettivamente resta forse il dubbio sottolineato da Cain. Il disco contiene brani affascinanti come la psichedelica “She’s A Mystery” o il vorticoso strumentale blues “Venus”, mentre certi numeri come “To Whom It May Concern” sono come sospesi in bilico, tra il ripristino del pop da stadio e una quasi disperata voglia di emergere ancora una volta sulla scena del rock mondiale.

Dopo aver raggiunto la tredicesima posizione nella classifica degli album più venduti su Billboard, i Journey si imbarcano in un nuovo tour mondiale con Foreigner e Styx. Nel 2015 sorge un grosso problema con Deen Castronovo, arrestato dalla polizia americana dopo un furioso alterco in famiglia. Il batterista viene così licenziato, sostituito dall’esperto Omar Hakim per il tour in partenza nello stesso anno. Il 2016 vede invece il ritorno atteso dello storico Steve Smith, a riunire la line-up degli anni 80 ad eccezione ovviamente di Perry. È il preludio alla nomina nella prestigiosa Rock and Roll Hall of Fame, che apre all’ennesimo tour – con i Def Leppard – nel quale la band raccoglie oltre 30 milioni di dollari in appena 17 date. Dai concerti del 2017 alla Nippon Budokan di Tokyo viene prodotto Escape & Frontiers Live In Japan, un doppio e mastodontico disco dal vivo per oltre due ore di musica.

Correre insieme?

Nel marzo 2020, all’alba degli sconvolgimenti pandemici, un annuncio bomba scuote le fondamenta della band americana. Schon e Cain licenziano la storica sezione ritmica composta da Valory e Smith, accusati di aver tentato un vero e proprio golpe, cospirando nell’ombra per assumere il controllo della Nightmare Productions, erroneamente considerata la reale detentrice di tutti i diritti sul brand Journey. I due vengono così denunciati per aver provato a tenere in ostaggio uno dei nomi più fruttuosi del panorama rock mondiale, in modo da garantirsi a vita la maggior parte dei proventi. Schon e Cain vogliono così un risarcimento da 10 milioni di dollari, mentre Valory e Smith sono sostenuti in aula da Steve Perry e l’ex-manager Herbie Herbert. Si scopre così che lo stesso Perry è stato regolarmente pagato anche dopo la sua uscita dal gruppo, facendo così surriscaldare ulteriormente il clima interno. Valory, in particolare, presenta una controdenuncia nei confronti di Schon e Cain, che avrebbero irregolarmente usato la Elmo Partners per dividersi i guadagni e soprattutto il controllo sul marchio, non considerando il fatto che la Elmo fosse solo una società di licensing, tra l’altro operativa solo tra il 1985 e il 1994.
Dopo gli stracci, la disputa si risolve in un patteggiamento amichevole, ma Schon e Cain decidono comunque di sostituire Valory con Randy Jackson – cavallo di ritorno – e Smith con il nuovo Narada Michael Walden, già nel gruppo di Jeff Beck.

A giugno, in pieno lockdown causato dal Covid-19, Schon annuncia l’uscita di un nuovo disco, anticipato dalla power-ballad “The Way We Used To Be” nel giugno 2021. È il preludio alla pubblicazione di Freedom nel giugno 2022, prodotto dalla stessa band e registrato tra la California, Nashville e Miami.
Aperto dal lirismo pop di “Together We Run”, il disco è il più lungo mai concepito dalla band, oltre 70 minuti di musica che spaziano dal fortissimo sapore eighties di “Don’t Give Up On Us” all’intensità chitarristica di Schon nell’ipnotica “Still Believe In Love”.
I Journey mantengono l’approccio ibrido già manifestato in Eclipse, in bilico tra l’arena-rock à-la Bryan Adams (“You Got The Best Of Me”) e le ormai solite ballate strappalacrime (“Live To Love Again”). Il riff hard-boogie di “Come Away With Me” smuove le acque, così come “Let It Rain” spinge sul wah-wah di Schon per un midtempo bluesy. La band americana sfodera il ritmo martellante in chiave metal di “Holdin’ On”, seguito dal più canonico hard-rock di “All Day And All Night”. I punti deboli sono in certi manierismi pop (“Don’t Go”), ma brani corali come “Life Rolls On” riescono ancora a emozionare l’ascoltatore, concedendo ai Journey il diritto di essere ancora meritatamente sulla cresta dell’onda.

Nella primavera del 2022 Cain conferma alla stampa che Jackson e Walden non faranno più parte del gruppo, soprattutto dopo un lieve attacco cardiaco subito dal batterista in seguito a una data in Pennsylvania. Il 2023 è l’anno del cinquantesimo anniversario dei Journey, con Schon a ipotizzare un ritorno dal vivo di Perry e Rolie. Il tastierista in effetti fa una breve apparizione durante una data ad Austin, ma i fan restano delusi, dal momento che lo stesso Perry denuncia i suoi ex-compagni per questioni legate ancora una volta al marchio Journey. All’orizzonte c’è un nuovo periodo di turbolenze legali, con Schon che accusa Cain di aver usato “Don’t Stop Believin’” per la campagna presidenziale di Donald Trump, mentre Cain punta il dito contro il chitarrista per un presunto abuso di carte di credito comuni. Gli strascichi in tribunale portano all’allontanamento di Cain nell’autunno 2025, di fatto mettendo la parola fine a quello che rimaneva della line-up classica del gruppo. Viene così annunciato “The Final Frontier Tour”, praticamente un tour d’addio alle scene che inizia a inizio 2026. Nelle parole di Schon: “Presenteremo lo spettacolo come una serata con i Journey: due set completi con un intervallo e senza gruppo di supporto. Sarà tutto all’insegna dei Journey. Recupereremo brani che non suoniamo da decenni, oltre ai grandi inni che tutti amano. Al momento non posso fare previsioni sulla fine della band. Sono piuttosto pronto a voltare pagina. Tanto per cominciare, in giro ci sono moltissime tribute band che replicano esattamente i nostri spettacoli. Ecco perché sono davvero felice di cambiare rotta e inserire elementi a sorpresa che il pubblico non si aspetta: ci sono troppe tribute band che propongono lo stesso identico show che facciamo noi”.

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Discografia

Journey (Columbia, 1975) 7,5
Look Into The Future (Columbia, 1976) 7
Next (Columbia, 1977) 7,5
Infinity (Columbia, 1978) 8
Evolution (Columbia, 1979) 7
In The Beginning (Columbia, 1979)
Departure (Columbia, 1980) 7
Dream, After Dream (Columbia, 1980) 6,5
Captured (Columbia, 1981) 7
Escape (Columbia, 1981) 8,5
Frontiers (Columbia, 1983) 7
Raised On Radio (Columbia, 1986) 5
Trail By Fire (Columbia, 1996) 6
Arrival (Columbia, 2001) 5
Red 13 Ep (Journey Music, 2002) 7
Generations (Sanctuary, 2005) 6
Revelation (Nomota Llc, 2008) 5
Eclipse (Nomota Llc, 2011) 6
Escape & Frontiers Live In Japan (Universal Music, 2019)
Freedom (BMG, 2022) 6,5
Live In Concert At Lollapalooza (live, New Frontiers, 2022)
Pietra miliare
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