I don’t remember a thing about Rolling Thunder
(Bob Dylan)
Girano strani volantini per le strade di Plymouth, Massachusetts. I caratteri sembrano quelli di un manifesto del Vecchio West, o forse di una locandina del Circo Barnum. E le foto in bianco e nero che campeggiano al centro potrebbero essere quelle di un gruppo di ricercati o quelle delle attrazioni di un freak show. “Rolling Thunder Revue”, recita il titolo. Sotto, quattro nomi: Bob Dylan, Joan Baez, Jack Elliott, Bob Neuwirth. “Plymouth Memorial Building, Thursday and Friday, Oct. 30 & Oct. 31, 8 P.M.”.
Plymouth: la città dei Padri Pellegrini, la città dello sbarco della Mayflower. Nell’ottobre del 1975, mentre l’America si prepara alle grandi celebrazioni per i duecento anni dalla Dichiarazione di Indipendenza, Bob Dylan ha scelto di partire proprio da lì per il suo tour più picaresco di sempre, la Rolling Thunder Revue. Ma nessuno ne sa ancora nulla. Una settimana prima, gli organizzatori hanno prenotato una piccola sala – meno di duemila posti – ufficialmente per un concerto di Joan Baez. Poi, però, hanno cominciato a circolare i volantini. E i biglietti sono andati subito a ruba.
“C’era una certa dose di umiltà e rispetto, unita a un pizzico di arroganza, nella scelta di questo posto per la prima data del tour”, scrive Larry “Ratso” Sloman in “On The Road With Bob Dyan”, la cronaca più irresistibile della Rolling Thunder Revue. “Per Dylan e la sua banda era il posto migliore per ricominciare da zero, per far partire la carovana”.
E un altro degli affiliati alla brigata, il drammaturgo Sam Shepard (reclutato da Dylan per collaborare al film da girare durante il tour, “Renaldo And Clara”), ci fa respirare il clima di quei giorni a Plymouth nel suo “Diario del Rolling Thunder”: “Il New England è infestato dalla mania del Bicentenario, come se cercasse disperatamente di riportare in vita il passato per assicurare a tutti che veniamo da qualche parte. La sensazione che almeno in passato ci sia stata una qualche forma o struttura e che il nostro attuale stato di follia possa essere sanato chissà come dai fantasmi. Vendono ovunque delle copie della storia. Cittadini in costume, bandiere che sventolano. Il presente viene inghiottito dal passato. In tutto ciò, anche il Rolling Thunder è alla ricerca di qualcosa. Sta cercando di stabilire dei legami. Di trovare qualche tipo di riferimento lungo la strada. Non è una delle tante tournée di musica, bensì un pellegrinaggio. Stiamo cercando noi stessi da qualche parte”.
Che non si tratti semplicemente di un concerto di Bob Dylan lo si intuisce già dal volantino: la Rolling Thunder Revue è un’avventura collettiva, un varietà corale. Oltre al padrone di casa non ci sono solo gli headliner Baez, Elliott e Neuwirth, ma anche gente come Mick Ronson (il leggendario chitarrista degli Spiders From Mars di David Bowie), Roger McGuinn, T-Bone Burnett e altri ancora, compresi quelli che si aggiungeranno lungo il percorso. Ognuno con il suo momento in primo piano sotto i riflettori, in una maratona di ben tre ore di spettacolo.
Un meraviglioso carrozzone itinerante che si affida al passaparola e alle piccole sale, all’opposto del mastodontico tour negli stadi al fianco della Band dell’anno precedente. “Un medicine show dei vecchi tempi, un’estensione musicale della commedia dell'arte”, per usare le parole di Sloman. E proprio come nella commedia dell’arte, nel corso del tour (ma solo a partire dal concerto del 2 novembre all’Università di Lowell, sempre nel Massachusetts) Dylan si presenta in scena con il volto dipinto di bianco e un cappello piumato: “Non c’erano abbastanza maschere in quel tour”, chioserà poi, con il più sardonico dei suoi sorrisi, nell’imperdibile documentario dedicato da Martin Scorsese alla Rolling Thunder Revue nel 2019. “Avremmo dovuto avere maschere per tutti”. Non è un caso, quindi, che la notte di Halloween del 1975, in occasione della seconda data del tour a Plymouth, Dylan indossi una maschera trasparente con le fattezze nientemeno che di Richard Nixon, come immortalato nella sequenza iniziale di “Renaldo And Clara”…
In quell’avventura, realtà e finzione si mescolano in parti più o meno uguali, proprio come nel racconto che ne farà Scorsese (una delle sue invenzioni migliori: Sharon Stone che finge di essere stata una groupie…). Stando alle parole di Dylan, all’inizio il tour avrebbe dovuto chiamarsi Montezuma Revue. Ma poi, una sera, avrebbe sentito rimbombare un tuono nel cielo: “Boom! È lì che ho pensato al nome”. Solo più tardi avrebbe saputo che Rolling Thunder, per i nativi americani, significa “colui che dice la verità”… Di certo, Rolling Thunder era il nome di un capo indiano, uno dei tanti personaggi che Dylan e soci andranno a incontrare lungo la strada. Ma era anche quello di un’operazione militare americana durante la guerra del Vietnam: e la backing band della Revue verrà battezzata Guam, come l’isola dove si trovava la base statunitense da cui partivano gli aerei destinati a bombardare il Vietnam…
“Ecco un altro vecchio amico!”, annuncia il maestro di cerimonie Neuwirth sul palco, e un boato accoglie Dylan mentre intona una “When I Paint My Masterpiece” ancora un po’ esitante, affiancato al microfono proprio dal complice Neuwirth. “It Ain’t Me, Babe”, con i ricami di pedal steel di David Mansfield, acquista progressivamente sicurezza sullo slancio del chorus, ma è con una fiammeggiante “A Hard Rain’s A-Gonna Fall” che Dylan e i Guam conquistano definitivamente la platea, tra le frastagliature glam-rock della chitarra di Mick Ronson e il basso plastico e flessuoso di Rob Stoner.
Poi, avvolta dall’aura di mistero di una figura dei tarocchi, entra in scena Scarlet Rivera, la vestale del violino elettrico dai lunghi capelli corvini. Dylan ha già registrato con lei un nuovo disco, “Desire”, che però vedrà la luce solo all’inizio del 1976. A Plymouth presenta per la prima volta al pubblico ben sei di quelle canzoni, dalle atmosfere tex-mex di “Romance In Durango” a quelle esoteriche di “Isis” (destinata a diventare il momento più sciamanico dei concerti del 1975), fino ad arrivare all’elegia gitana di “One More Cup Of Coffee (Valley Below)” e alla mistica amorosa di “Oh Sister” e “Sara”. “Non ho mai sentito Dylan cantare in maniera così potente”, affermerà il poeta Allen Ginsberg, cantore ufficiale della comitiva. “Sembra un imperatore del suono”. E ovviamente, tra quei nuovi brani, un posto centrale spetta a “Hurricane”, il torrenziale atto di accusa contro la condanna del pugile Rubin “Hurricane” Carter: di lì a poco uscirà come singolo e diventerà il cuore della battaglia per la revisione del processo a cui il tour verrà dedicato.
Quando il sipario si solleva lentamente per la seconda parte del set, ad accogliere il pubblico è un intreccio di voci sorprendente e familiare al tempo stesso: Bob Dylan e Joan Baez in duetto, proprio come in quegli anni Sessanta che sembrano già così lontani. “The Times They Are A-Changin’” suona un po’ nostalgica, ma subito la rilettura di “Never Let Me Go” di Johnny Ace trova la chiave per offrire un morbido romanticismo. Per l’unica volta in tutto il tour, i due cantano insieme una solenne “The Lonesome Death Of Hattie Carroll”, e l’ovazione è assicurata. “Il ragazzo ha talento”, scherza Joan prima di lanciarsi nel suo set personale con “Diamonds And Rust”, ispirata proprio al suo tormentato rapporto con Bob.
Al momento del ritorno in scena, Dylan è solo con la sua chitarra, pronto a incantare con una magnetica “Mr. Tambourine Man”. Da lì in avanti, la band riprende la ribalta per condurre lo spettacolo fino al gran finale: tutti insieme appassionatamente (Allen Ginsberg compreso) per l’inno alternativo d’America per eccellenza, “This Land Is Your Land” di Woody Guthrie. “Alle undici e mezza, a tre ore dall'inizio dello spettacolo, Dylan scende dal palco seguito dalla band”, annota il testimone oculare Sloman. “Ma il pubblico non ne vuole sapere di fermarsi, e riversa ondate di applausi e urla nella splendida sala. L’ovazione va avanti senza sosta per almeno otto minuti: un’incredibile dimostrazione di calore e affetto. Poi, lentamente, i pellegrini cominciano a sfollare in piccoli gruppi. Erano arrivati in cerca di un nuovo mondo in musica e sembrava chiaro che l’avevano trovato”.
"Ma non suonavi la chitarra?"
"No, è quell’altro"
"Quale altro, Bob?"
"Il piccoletto, non ricordo più come si chiama"
"Ah, dici quel ragazzino ebreo del Minnesota. Si chiamava Zimmerman"
"Sì, quello""Perché hai cambiato nome, Bob?"
"Così, tanto per fare"
"La suoni ancora la chitarra?"
"Sì, ogni tanto. Siamo in giro con uno spettacolo"
"Sì, l'ho sentito. Com'è che si chiama? Rumbling qualcosa…"
"Sì, una cosa così"
"Dove suonate?"
"Posti piccoli. In giro"
(da Sam Shepard, “Diario del Rolling Thunder”)