“I Used To Go To This Bar” è il nuovo disco dei Joyce Manor di Barry Johnson, arrivati ormai al loro settimo album da studio. L’energia quasi emo del brano d’apertura “I Know Where Mark Chen Lives” è fondamentalmente un bluff, la finta di corpo perfettamente riuscita che depista le reali intenzioni della band. I Joyce Manor non fanno emo, suonano un power-pop scanzonato, ma nostalgico, che non si nasconde dietro a orpelli di maniera, ma va dritto al punto, trascinando nell’età adulta attitudini e comportamenti di una gioventù ormai tramontata. Tra un riff di chitarra e una melodia in stile Weezer, Johnson canta di amori in consunzione e di depressione da vita di provincia, ma sempre e comunque con ritmo sostenuto, come se fosse perennemente di corsa, perché in ritardo con gli appuntamenti più importanti della vita.
Pare che l’idea di accelerare i battiti dei brani sia venuta a Brett Gurewitz, co-fondatore dei Bad Religion e produttore del disco, nonché titolare dell’etichetta per cui è uscito, la Epitaph Records. Il risultato è più che positivo. “I Used To Go To This Bar” è un album breve e immediato, con pochi fronzoli e tanti ritornelli. Insomma, se il tuo tragitto casa-lavoro dura meno dell’ultimo disco dei Joyce Manor, è il caso che ti tieni stretto quel posto e che dai un’occasione alla band di Torrance.
Tra gli episodi più convincenti spicca l’originale mix di “All My Friends Are So Depressed”, che si districa tra alt-country e jangle-pop malinconico, disegnando una sorta di Morrissey in camperos e cappello da cowboy.
Non mancano neppure gli allegri sing along in stile pop-punk, con ritornelli infarciti di cori (“Well, Whatever It Was”), ma ciò che resta, alla fine del breve viaggio – nove canzoni per 20 minuti scarsi di musica – è una sensazione di lieve dolore generata dalla conclusiva “Grey Guitar”, un pugno nello stomaco senza il minimo preavviso. Che Danielle sia viva o sia morta non importa, è il vuoto incolmabile che lascia a fare la differenza.
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07/02/2026