Da oltre quindici anni Jamie Roberts si muove nel sottosuolo della techno inglese. Partito da un’adolescenza passata ad allevare insetti, si è fatto da sé fino a diventare una figura riconoscibile della club music più abrasiva; che sia con il progetto Karenn in combutta con Pariah o con la carriera solista, Blawan si è imposto come uno dei pochi capaci di rendere l’industrial techno fisicamente insostenibile senza perdere il filo: erede di Regis e Surgeon, ma con un’identità che ormai non ha bisogno di referenti.
Pubblicato per XL, l’album è un lavoro asfissiante, in cui rumori cibernetici si innestano su ritmi wonky, autentiche scariche sismiche capaci di far impallidire auricolari e sound system, sostenute da una padronanza dei dispositivi sonori che ha pochi rivali. Voci inintelligibili e corrose da una società post-umana si intrecciano a fratture marziali; il mantra assume una fisionomia meccanica e futuristica, stratificato su retaggi Uk bass deformati dall’overdrive. Si arriva subito al sodo, e lo si fa con minutaggi ridotti, due o quattro minuti alla volta. Le formule, però, tendono a somigliarsi.
Le basse frequenze emergono come monoliti distorti, quasi organici nel loro vibrare, contrapposti a un noise controllato ma soffocante. Questa ostinata caratterizzazione ne definisce l’idioma ma anche il limite. Il linguaggio di Blawan è ampiamente riconoscibile, una sorta di alleanza tra Death Grips e Arca filtrata da una sensibilità tecno-bionicache forse punta troppo sul suono. Il sincopato dub-swing metallico di “Don’t Worry We Happy” è il possibile centro di gravità del lotto, e la seconda sezione nel complesso convince; eppure permane la sensazione che, oltre il substrato di architetture massacranti, rimanga un protomanifesto in attesa di detonazione.
22/01/2026