KEATON HENSON - Parader

2025 (Play it again sam)
alt-folk, songwriter

Quanti avrebbero immaginato che uno dei primi amori musicali di Keaton Henson fosse il grunge? Ma il pittore, poeta e musicista inglese non è nuovo a sorprese e rivelazioni tanto intime quanto sorprendenti. Anche se per quanto “Parader” alzi toni e volumi rispetto al passato, quel che giace in sottofondo è una lacerante tristezza e vulnerabilità. L’unica differenza è che per la prima volta l’artista guarda al proprio passato con un disincanto e una consapevolezza che scuotono l’anima.

Paragonato spesso a Elliott Smith, bollato troppo velocemente come il Jeff Buckley inglese, Henson questa volta gioca a carte scoperte. “Sono il parader, la persona che sfila in giro mostrando le proprie ferite per vivere”: con queste parole affida all’ultima traccia del disco, “Performer”, il più viscerale coming out emotivo della propria carriera.

”Parader” è un disco che si nutre di antiche passioni musicali (Keaton ha suonato in band hardcore ed emo) e di quella sensibilità artistica che ha trovato ampio sbocco nella pittura e nella poesia. Non è la prima volta che Henson cerca un dialogo con forme sonore più robuste, ma mentre la svolta pop di “House Party” soffriva di leggerezza e di qualche caduta di tono, “Parader” non solo non accantona lo spirito malinconico dell’autore, ma lo rinsalda con una sfrontatezza e un’audacia che sposano sobrietà e irruenza giovanile con un sapiente lirismo e una scrittura efficace.

Queste nuove dodici canzoni sono come ricordi che affiorano in cerca di una risposta. “Parader” è un disco a tal punto complesso da richiedere l’aiuto di ben due produttori, Luke Sital-Singh e Alex Farrar. Le canzoni sono perfino sarcastiche e ricche di grintosi riff rock (“Operator”), ritmicamente possenti ed eccentriche (“Loose Ends”), e non manca il duetto di rito, un dialogo tra due anime solitarie – lei è Julia Steiner dei Ratboys – sviluppato su un elegante midtempo (“Lazy Magician”).

Il crescendo da ballata folk slowcore a ruvida melodia grunge di “Don’t Just” detta le coordinate di un disco che rappresenta un passo deciso fuori dall’ambito cult: Henson ha trovato una nuova veste per le sue suggestive narrazioni poetiche. La verità è che questa mutazione da songwriter solitario a ibrido tra grunge-folk e poetica stile Radiohead funziona egregiamente per tutto il disco, con slanci pop-rock avvincenti (“Insomnia”), sonorità più ambiziose (“Conversation Coach”) e ballate acustiche ispirate al pari delle prove passate, ma anche più empatiche (“Tell Me So”, “Tournquet”).

Keaton Henson continua a porsi domande sul proprio ruolo di musicista e afferma: “Ho davvero qualche diritto adesso per cantare questa canzone e suonare come quando avevo 18 anni, non è imbarazzante vedere qualcuno che mi assomiglia provare pena in tv”. Ma quella di “Past It” non è retorica, bensì profonda consapevolezza, la stessa con la quale l’artista inglese per la prima volta trova la forza di cantare del rapporto d’amore con la moglie Danielle Frick, nel delicato e romantico duetto “Furl”: “Con nastri legati torno alla nostra vita, ho tenuto le tue braccia. Indossavi il mio viso”.

Anche il canto sussurrato e mai sopra le righe funziona egregiamente in questa nuova veste sonora: le più scarne sonorità di “Day In New York” possiedono una magia inedita, la sofferenza e la malinconia graffiano e catturano il cuore. “Parader” è un altro piccolo gioiello di coerenza e intensità espressiva, per i più distratti sarà solo l’ennesimo disco cantautorale con qualche buona idea, ma chi se ne importa: quelle di Henson sono canzoni che resistono all’usura del tempo.

10/12/2025

Tracklist

  1. 1. Don't I just
  2. 2. Insomnia
  3. 3. Lazy Magician )
  4. 4. Past It
  5. 5. Conversation Coach
  6. 6. Furl
  7. 7. Loose Ends
  8. 8. Operator
  9. 9. Tell Me So
  10. 10. Tourniquet
  11. 11. Day In New York
  12. 12. Performer

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