“Blight” è un’altra dolente e sofferta richiesta di serenità e bellezza, un disco scandito da note tanto scarne quanto erudite. E’ l’ennesimo atto di resistenza di un musicista che ha dovuto affrontare gravi difficoltà personali (lesioni alle corde vocali e perdita dell’udito), che nello stesso tempo si chiede quanto stiamo lottando per impedire una sempre più probabile catastrofe naturale.
C’è grazia e discrezione, in “Blight”, racchiusa in accordi di fingerpicking che dialogano con gocciolii di elettronica che non diventano mai pioggia (“Deactivate”), in melodie che con altra sostanza sonora potrebbero ambire a maggior gloria e che scelgono cadenze cicliche scandite da un sintetizzatore e moderate da poche note di piano, sulle quali discorrere della malvagità dell’uomo nei confronti della natura, fino a evolversi in un’incandescente apoteosi post-rock (“Carnage”).
Difficile estrapolare il solo elemento musicale dal contesto lirico e dai contenuti sempre ricchi di profonde riflessioni, ma anche di contraddizioni e ingenuità, che Silberman affronta con consapevolezza e con toni mai brutali.
Sempre eleganti, raramente graffianti (la title track), gli Antlers scuotono l’anima con melodie flebili e crepuscolari, intonate con pochi cristallini accordi di chitarra acustica e un crescendo strumentale che ritorna sulle passate gloriose pagine post-rock (l’eccellente “Pour”).
La voce di Silberman è un bisbiglio, un sussurro, un concentrato di incertezze e conforto racchiuso in una delle tracce più potenti del disco: “Consider The Source”, una melodia scarna eppur schietta e avvolgente che trasuda emozione, affidata alla voce tremula e al piano, lo stesso piano che, con note altrettanto dolci, cala il sipario su “Blight” accompagnato dal fragore delle onde e dal canto degli uccelli (“They Lost All Of Us“), fino a perdersi nell’oscurità.
26/10/2025