Antlers

Green To Gold

2021 (Autoprodotto) | indie-folk, dream-pop

Attivi sin dal 2006, i newyorkesi Antlers non hanno mai goduto del successo di pubblico di altre formazioni indie concittadine e coeve, molto probabilmente a causa della loro natura schiva, oltre che della loro minor propensione, rispetto a colleghi più chiacchierati, a una forma canzone compiuta e accessibile. Tuttavia, chi li ha ascoltati, magari seguendoli sin da "Uprooted" del 2006, difficilmente esiterà quando si tratterà di annoverarli fra le proprie band indie preferite di quegli anni. Perché Peter Silberman e i suoi, oltre a essere musicisti raffinati, hanno aperto come pochissimi altri artisti la propria intimità costellata di dolore e insicurezza al proprio pubblico. Costruendo di disco in disco (i più preziosi "Hospice" del 2009 e "Familiar" del 2014) un sofisticato percorso musicale di indie a cuore aperto capace di affrontare tematiche importanti come malattia, guarigione, perdite e solitudine.

Quando ultimamente sono iniziati a fioccare singoli e timidi annunci, fino a quello finale che ufficializzava l'uscita di "Green To Gold", in molti sono rimasti a bocca aperta. È infatti dal 2014 di "Familiar" che Silberman, per una ragione o per l'altra, ha lasciato che la sigla (perlomeno discograficamente) si impolverasse. Nel frattempo ci si era palesato soltanto nel 2017, con "Impermanence", un lavoro solista che suona come un grido di dolore: sei brani scheletrici e sperimentali concepiti in una specie di esilio auto-imposto, dannandosi per la totale perdita di udito a un orecchio successivamente alla release di "Familiar".

Il dolore è stato spesso al centro della musica degli Antlers, che però ha sempre funto da agente espiatorio, lenitivo. Da cura. Dischi come "Hospice" e, seppur in misura minore, alcuni degli altri testimoniano e cristallizzano un processo di guarigione. Quello cui ci troviamo invece d'innanzi in "Green To Gold" è uno spettacolo del tutto diverso. Sin dal lento e placido sviluppo di "Strawflower", si ha come l'impressione di venire sommersi in un mare di calma. Che a regnare tra queste dieci nuove canzoni sia, se non proprio la felicità, la serenità.

Il capitolo sei della discografia degli Antlers (formazione oggi ridotta ai soli Peter Silberman e Michael Lerner) è tutto quanto difficilmente ci saremmo aspettati dalla band. Un disco per ricominciare, per godersi un raggio di sole dritto in faccia contemplando il tramonto da un colle, per accogliere la primavera. Da far risuonare riappropriandoci dell'agognata normalità dopo l'incubo pandemico.
Non è soltanto una questione di umore, gli Antlers sono cambiati anche nel loro modo di scrivere e comporre i propri brani, oggi canzoni vere e proprie, per struttura e intenzioni. Tutto è meno criptico che in passato, ma a una minor complessità strutturale della proposta non corrispondono sciatteria o lassismo negli arrangiamenti. Che sono tutti curati fino all'ultimo dettaglio, sfumatura, che, come un fiore che a sbocciare impiega qualche giorno, abbisognano di qualche ascolto per rivelarsi nella loro stratificata pienezza.

"Green To Gold" è un disco leggero come l'aria, come rugiada che si posa su di un prato in fiore. In "Solstice", una delle canzoni più belle mai scritte dalla band, la chitarra acustica sembra accompagnare i cerchi che si stendono sul manto d'acqua di un laghetto e il sussurro di Silberman si sgrana e diffonde nell'etere come un riverbero gentile; la ritmica di "Volunteer" è rada e spazzolata e accompagna il bridge in levare con levità soprannaturale; mentre la title track vede una poetica città di periferia tingersi d'oro, tra docili allunghi di chitarra e gli eleganti rintocchi del piano, al sopraggiungere dell'autunno.

Tra effettini elettronici e frinire di cicale, un pianoforte giulivo e sbarazzino la fa da padrone anche nella crepuscolare "Porchlight"; laddove invece a speziare con gusto e decisione "Just One Sec" ci pensa un delicato intervento di sax borbottante.
Per un'esperienza ancora più coinvolgente, è possibile ascoltare il disco accompagnato dai video (tutti reperibili su YouTube e collegati in un vero e proprio film) diretti da Derrick Belcham e Emily Terndrup, che grazie alle tenere scene di vita quotidiana interpretate dai ballerini di danza contemporanea Bobbi-Jene Smith e Or Schraiber confermano lo spirito di un'opera intrisa di poetica normalità e dolcezza.

(01/04/2021)

  • Tracklist
  1. Strawflower
  2. Wheels Roll Home
  3. Solstice
  4. Stubborn Man
  5. Just One Sec
  6. It Is What It Is
  7. Volunteer
  8. Green to Gold
  9. Porchlight
  10. Equinox


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