“The Oracle” segna il primo lavoro solista di Lea Bertucci da “A Visible Length of Light” del 2021: sei tracce dove la ricerca del contemporaneo trova un’ancora nella catarsi di flauti folkloristici contrapposti a crepitii e nature recording, e in spoken word e sussurri che si dissolvono nella lentezza degli accordi. Registrata in parte in una grotta, in parte nel nord dello stato di New York, la costruzione sonora si stratifica in disgregazioni timbriche che, pur scavando nell’inconscio, mantengono una certa accessibilità.
La voce, più che nelle creazioni precedenti, trova qui la propria dimora: deformata da specchi di delay e trasposizioni di tonalità attraverso un registratore a bobina usato in modo non convenzionale, accompagnata da fiati mitologici. La forza non è soltanto nel congiungere un’eco mistica di epoche dimenticate, ma in una scrittura mutevole e densa di dettagli segreti: come se certe sperimentazioni di Luciano Berio e Cathy Berberian fossero state dischiuse in un universo drone e minimalista, perfino percussivo.
L’intenzione di fondere immaginario arcaico e pratiche divinatorie contemporanee, una forma di oracolo per questo momento storico tumultuoso come la stessa Bertucci lo descrive, trova la sua coerenza più nell’atmosfera che nei singoli pezzi: i sei movimenti condividono una stessa nebbia sospesa, e qualcuno fatica a emergere dal continuum. Fa eccezione “Two Way Mirror”, dove parole frammentate lasciano scie lisergiche su droni spettrali e campionamenti di macchinari industriali che suonano quasi come grida. Un disco che chiede di essere ascoltato più volte, e ogni volta restituisce qualcosa di diverso.
23/10/2025