Un ventennio vissuto pericolosamente, quello di Brian Christinzio. Cantautore e musicista dalle mutevoli sembianze artistiche, bislacco seguace della scuola beat e pop anni 60, un novello Harry Nilsson che ha avuto non poche difficoltà nel trovare un posto in una casa discografica poco consona (la One Little Indian), infine solerte nell’affidarsi a un’etichetta (Bella Union) e a un produttore (Simon Raymonde) che ne hanno valorizzato il talento.
Nel frattempo il pubblico, grazie a un trittico discografico quasi perfetto (“Deportation Blues”, “Shortly After Takeoff”, “The Last Rotation Of Earth”), ha familiarizzato con il fugace art-pop di B.C. Camplight, ma le sorprese non sono finite e per il musicista americano (ora di stanza in Inghilterra) è giunto il tempo della definitiva consacrazione artistica.
A dispetto delle ricche e articolate intuizioni melodiche, “A Sober Conversation” non è un album facile. Depressione, rabbia, follia, ma soprattutto il doloroso ricordo di un’estate della propria infanzia vissuta tra abusi fisici e terrore, sono il leit-motiv di una rock-opera intelligentemente agrodolce e per molti versi spiazzante.
Non è la prima volta che l’autore affronta tematiche dolenti: la dipendenza da alcol e droghe, la morte del padre, la depressione e i problemi con l’ufficio immigrazione inglese sono solo alcuni dei temi che Brian ha posto al centro delle precedenti opere, ma con “A Sober Conversation” si mette per la prima volta a nudo, incurante delle reazioni di sdegno o di apparente solidarietà.
Musicalmente, persiste quella piacevole sensazione di caos e di imprevedibilità armonica che è ormai un vero marchio di fabbrica. Anche l’insano umorismo e la lucidità lirica sono ancora intatti e le canzoni si incastrano come in una magniloquente opera teatrale.
La verve psych-beat riecheggia nelle dissonanze melodiche e nelle incursioni noise dell’aulica “The Tent”, trova linfa nelle orchestrazioni in stile Electric Light Orchestra dell’ingannevolmente sentimentale “Where You Taking My Baby?” (brano che affronta a viso aperto l’autore delle molestie subite da giovane da Brian) e dona leggerezza grazie all’incedere honky tonky di “Bubbles In The Gasoline”.
Resta surreale la narrazione di B.C. Camplight, a tratti inquieta e intrisa di un’originale saudade. “Two Legged Dog” è perfino irritante quando un frenetico piano intercetta chamber-pop, lacerazioni avant-pop e grevi interludi strumentali (la title track).
Nell’allegorica narrazione di fatti e misfatti, il buon Brian non si dichiara esente da colpe. Ne accetta le conseguenze con il passo elegante e romantico di “When I Make My First Million” e il funesto e greve tocco noir della straziante “Drunk Talk”. Come un novello “Tommy”, il musicista americano diventa protagonista di una storia agrodolce, dove vittima e colpevole cercano entrambi redenzione. Un gioiellino art-pop che non è difficile considerare come il più solido progetto di B.C. Camplight.
21/07/2025