Harry Nilsson

Harry Nilsson

Il Beatle americano

di Valeria Ferro

La fantastica parabola del Fab One, colui che ha saputo ammaliare i Beatles fino a far pronunciare a John Lennon la fatidica frase "Nilsson è il mio gruppo preferito" durante una conferenza stampa. Ma chi era Nilsson? Solista poliedrico, anima ferita, compagno di sbronze: Harry era tutti e nessuno. E il mistero su chi fosse veramente è ancora lungi dall'essere svelato

Era la persona più intelligente che abbia mai incontrato nell’industria musicale. Non lo descriverei come un genio della musica, lo definirei semplicemente un genio in assoluto. E, a proposito, non ne ho incontrati altri
(Van Dyke Parks su Nilsson, Uncut, 2013)

“Chi è Harry Nilsson? E perché tutti parlano di lui?”. Si intitola così il documentario uscito nel 2006 che ha provato a far luce su uno dei più poliedrici cantautori della musica pop. E, a distanza di anni, sono ancora domande a cui è difficile dare una risposta: perché Harry, pirandellianamente parlando, era uno, nessuno e centomila.

 

In 1941 a happy father had a son

 

nilson_ringo_01Partiamo dall’inizio. Harry Edward Nilsson III nasce a Brooklyn nel 1941 in una famiglia di origini circensi, ma si trasferisce presto a Los Angeles per sfuggire a una situazione finanziaria che definire critica è un eufemismo. Il padre, infatti, abbandona la famiglia quando lui ha solo tre anni, lasciando la moglie Bette a crescere i figli da sola. Persa tra relazioni fallimentari e i debiti in costante aumento, la giovane donna inizia a rifugiarsi nell’alcol, sfiorando perennemente la soglia della povertà. Stando ai ricordi del cugino, si vocifera che, a un certo punto, ai figli venisse addirittura dato del cibo per cani perché più economico.
Ma i pasti in tavola non sono l’unica cosa che manca; quello della figura paterna è infatti un buco difficile da sanare e così la madre, incalzata dalle continue domande dei figli, decide di raccontare una serie di bugie fantasiose, compresa quella del padre morto come eroe di guerra. Per un po’ nessuno chiede del glorioso papà, ritenendolo deceduto per tantissimo tempo finché, a 27 anni, Harry scopre la verità e decide di rivederlo. Sarà un incontro traumatico, anche se dalle foto esistenti nessuna emozione sembra trapelare dal volto del cantautore. La ferita del padre assente rimarrà tuttavia sempre visibile, impossibile da cicatrizzare, tanto da divenire il
leit-motiv di moltissime canzoni, compresa “Daddy's Song” (scritta per i Monkees) e la ballad autobiografica "1941" ("Well in 1941 a happy father had a son/ and by 1944 the father walked right out the door"). Paradossalmente, in quel brano l’autore si chiede come possano sopravvivere una madre e un bambino all’abbandono, non sapendo che la stessa cosa sarebbe accaduta al suo primo figlio, Zak: come un losco presagio, lo schema sarà destinato a ripetersi, seppur Harry troverà poi il suo modo di redimersi.

 

Da queste premesse, risulta facile capire perché la personalità di Harry non possa che rispecchiarsi in una visione musicale raffinata, profonda e mai banale. La seconda moglie, Diane, lo ricorda come un uomo “divertentissimo, ma molto insicuro”, e le sue canzoni non cadono lontano dall’albero di questa semplice definizione. La musica di Nilsson riflette infatti una fantasmagoria di istinti ed emozioni: ci sono i sogni dell’uomo adulto, ma anche le sofferenze recondite del bambino abbandonato. Tanto schivo con il pubblico e riluttante a salire sul palcoscenico (le sue esibizioni live si contano sulle dita di una mano) quanto anima delle feste con gli amici, Harry, con la sua generosa e singolare personalità, è riuscito a toccare chiunque abbia avuto a che fare con lui.

Ma facciamo un salto indietro nel tempo. Le prime ambizioni musicali di Nilsson nascono in modo molto atipico. Viene infatti indottrinato musicalmente nell’adolescenza dai nonni paterni - due artisti circensi - e dallo zio meccanico: l’input artistico che nessuno si aspetterebbe. Spinto dalle retrovie, forma anche un gruppo in stile Everly Brothers, con cui si diverte nel tempo libero a storpiare canzoni che, di fatto, diventano poi nuovi componimenti. Harry non ha però tempo da perdere per bighellonare ed è costretto a trovarsi presto un impiego, per fare fronte ai debiti familiari. E così, dopo aver lavorato per tre anni al Paramount Theatre di Los Angeles, ottiene un buon impiego in banca mentendo sul suo curriculum. L’inganno viene presto svelato ma è talmente bravo che i vertici decidono di tenerlo. Per qualche anno si mantiene quindi così, trovando un compromesso vincente: di notte lavora come supervisore informatico, di giorno scrive canzoni.

 

immagine_07Il suo talento viene presto alla luce e incontra l'orecchio attento di Phil Spector, con il quale finisce per scrivere brani per le Ronettes e il Modern Folk Quartet. Pubblica anche singoli per un'etichetta locale sotto lo pseudonimo di Bo Pete - “Do You Wanna (Have Some Fun)” e “Baa Baa Blacksheep” - e per la Mercury con il nome di Johnny Niles (“Donna, I Understand/ Wig Job”).
L’esordio ufficiale avviene in sordina nel 1966 con Spotlight On Nilsson, anche se in realtà la maggior parte di queste tracce sono i suoi 45 giri del 1964 registrati per la Tower (una propaggine della Capitol). A quel tempo, Nilsson sta ancora scrivendo materiale da vendere ad altri artisti e il disco cattura il cantautore negli anni della sua formazione: difficile dare pertanto un giudizio su dieci tracce molto diverse tra loro, spalmate in appena venti minuti di orologio.
Nel novero compaiono canzoni di protesta ("The Path That Leads To Trouble"), rockabilly (“Sixteen Tons”), r&b (“So You Think You’ve Got Troubles”, “You Can’t Take Your Love Away”), soul-pop (“Do You Believe”) e inni surf-rock ("I'm Gonna Lose My Mind"). C’è tuttavia spazio anche per le ballate tipicamente
nilssoniane a venire, come “Growin’ Up” (dove viene narrata la sua prima volta) e “She’s Yours”, ma il pezzo di punta rimane “Good Times” con i New Salvation Singers, che verrà riproposta anche dai Monkees nel 2016, mantenendo una parte vocale di Harry.
Il battesimo ufficiale di Nilsson è un disco sin troppo variegato, a tratti confuso, non ancora in grado di combattere contro la British Invasion. Le sue doti come interprete, tuttavia, sono già palesi a tutti.


Nilsson is my favorite group

 

immagine.Nel 1967 la reputazione di Harry come compositore è in forte ascesa, tanto che può finalmente ottenere un contratto con la Rca e lasciare il suo impiego in banca.
Fortemente ispirato dal lavoro dei Beatles, si sporca, mette le mani in pasta e sforna il granitico Pandemonium Shadow Show (1967). Il disco è un potentissimo mix di materiale originale e cover (sette delle dodici tracce sono state scritte dallo stesso Nilsson). Il titolo dell’opera deriva da quella di uno spettacolo circense presente nella novella “Something Wicked This Way Comes” di Ray Bradbury e, sebbene non si tratti di un concept-album, questa immagine agisce come una sorta di collante, dettando toni e umori del disco.
La tavolozza cromatica a cui Nilsson attinge è molto vasta e l’immagine di copertina ben esemplifica il cambiamento, col cantautore sorpreso con una bambola in mano in un ambiente colmo di insidie e strumenti musicali.
Il disco prende avvio con l’aria di bravura di “Ten Little Indians” che vede il maestro di cerimonie Nilsson recitare sardonico la favola dei "Dieci piccoli indiani", che vengono colpiti a turno mentre ognuno di loro viola uno dei comandamenti. Ma è un’introduzione nefasta e ingannevole, un velo di Maya pronto a essere disintegrato. Il cantautore americano, infatti, si mette subito a nudo con ”1941”, resoconto semi-autobiografico relativo all’abbandono del padre. Mentre un’orchestra di ottoni tesse la tela nel background, i fraseggi di Nilsson mettono subito in chiaro come sia in grado di essere un one-man band di enorme spessore, conducendo l’ascoltatore attraverso le pagine della sua vita. È lampante come in Harry convivano, come già detto altrove, diverse personalità: ed eccolo allora tornare giocoso con la filastrocca infantile di “Cuddly Toy”, probabilmente più famosa nella sua versione dei Monkees, essendo una delle canzoni che Nilsson vendette alla band nei suoi primi giorni, quando era alla ricerca di materiale.
C’è spazio anche per l’opera bluegrass altamente stratificata di “She Sang Hymns Out Of Tune”, con un pieno crescendo orchestrale a condurre la gioviale melodia, mentre i Beatles vengono chiamati in causa direttamente in “You Can't Do That”, cover tratta da "A Hard Day's Night". Si tratta della performance più ambiziosa del disco, dove vengono racchiusi riferimenti lirici e melodici di almeno una ventina canzoni dei Beatles in appena due minuti di orologio, una sorta di mash-up ante-litteram.
La grande raffinatezza di Harry come compositore viene confermata anche nel soft-jazz in tempi dispari di “There Will Never Be” e dalle abissali armonie vocali di “Without Her”, dove getta uno sguardo malinconico sulla separazione dalla prima moglie Sandi in un brano molto McCartney-ano nella fusione tra pop e musica classica. Tra le cover, una menzione speciale va fatta per “Freckles”, che riesuma la storia di un mascalzone scritta nel 1920, e soprattutto “River Deep, Mountain High”, dove Nilsson costruisce il suo straordinario wall of sound su una cover del classico di Tina Turner, preludendo ai dischi a venire.

 

immagine_08Pandemonium Shadow Show è un disco che regge sorprendentemente bene la prova del tempo e mostra un talento senza eguali nel reinterpretare, persino superando, il materiale dei suoi contemporanei. Il disco è l’emblema della carriera di Nilsson all’insegna dell'imprevedibilità, con interi album composti in modo tale che almeno un paio di canzoni si discostino totalmente dal lotto. Gran parte dell’opera è chiaramente in debito con i Beatles di “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band”, ma Harry è un fantasista che gioca da solo: le recensioni che seguono sono entusiastiche e qualche giornalista scrive persino che forse Nilsson avrebbe dovuto menzionare sui credits le voci dei cori, non capendo che in realtà sono tutte sue.
In quell'anno, il numero degli estimatori di Harry inizia a crescere vertiginosamente, tanto che il suo lavoro giunge nelle mani da Re Mida di Derek Taylor, addetto stampa dei Beatles. Si innamora così tanto del Pandemonium Shadow Show che ne ordina 25 copie, da regalare alla sua cerchia di amici e conoscenti. All’inizio tutti storcono il naso, appena vedono la cover: chi è questo Nilsson? Il mistero su chi sia il ragazzo viene alimentato anche dal fatto che non si è mai esibito dal vivo e che sulla copertina non è neppure stampato il suo nome di battesimo. Dopo aver ricevuto la sua copia, John Lennon la ascolta per 36 ore di fila, si mette in moto per trovare un contatto diretto e chiama Nilsson alle 5 del mattino. Qualche giorno dopo Harry riceve una telefonata all’alba anche da Paul McCartney. Di quell’aneddoto, col solito piglio umoristico, Harry riferirà in seguito di essersi svegliato presto anche il giorno successivo, aspettandosi la chiamata di Ringo (ma il telefono non squillerà).

 

Il seme è stato piantato. I Beatles sono talmente infatuati che invitano Nilsson a unirsi a loro in studio durante la registrazione del “White Album” e si dice che abbiano persino considerato di aggiungerlo come quinto membro del gruppo. Durante una conferenza stampa del 1968, alla domanda su quale sia la band americana preferita dai Beatles, Lennon nomina Nilsson nello stupore generale dei presenti. Perché Nilsson non era una band, e non era neppure il nome che ci si aspettava dai Fab Four. La sua leggenda comincia da qui, da quel “Nilsson is my favorite group”.

One is the loneliest number

 

hh7Con Aerial Ballet (1968) Nilsson viene consacrato definitivamente alla fama, spiccando il volo come l’elicottero in copertina, che reca il titolo del disco (anche in questo caso, un riferimento circense ai suoi nonni).
Nel conio dei brani, compare una sola cover, che porta Harry sui grandi schermi: si tratta della sua personale interpretazione di "Everybody's Talkin" di Fred Neil, che viene adottata come colonna sonora del film “Midnight Cowboy” e conferisce a Nilsson il suo primo successo nella Top 10. Il singolo di "One", in seguito, traghetterà poi il cantautore al suo primo milione di copie vendute.
In Aerial Ballet Harry mette tutta la sua eccentricità. “Good Old Desk”, per esempio, sembra cogliere l’artista nel suo anticonformismo nel trattare un argomento spinoso come Dio (l’acronimo del titolo è infatti “God”). La storia della canzone, però, rimane sul filo dell'ambiguità: Harry disse a Hugh Hefner che "il significato del brano era nelle sue iniziali", ma poco prima di morire confesserà di averlo solo preso in giro e di essersi accorto della coincidenza solo a stesura completata.
Misteri a parte, ciò che è certo che è che, laddove gli album precedenti sono la testimonianza della natura poliedrica di Nilsson come cantante e compositore, lasciando spazio però a variazioni di percorso, la nuova registrazione è un unicum, la prova inequivocabile della sua visione musicale unitaria, dove la sua straordinaria estensione vocale di tre ottave e mezza domina incontrastata la scena. Nilsson esce dal guscio, dando dimostrazione di essere un autentico Fab One: ne sono la prova inconfutabile i due brani manifesto dell’incomunicabilità umana. Il primo “Daddy’s Song”, scritto per i Monkees, in antitesi al ritmo dilettevole e ai giocosi fraseggi, tratta lo spinoso tema dell’abbandono e l’impossibilità di capire i sentimenti altrui. Il secondo, vero fiore all’occhiello del disco, è ovviamente “One”, brano che inizia con i segnali acustici di un telefono che squilla a vuoto, metafora sonora perfetta di quando non ci si riesce a connettere con qualcuno; che ci fosse davvero del genio in Nilsson è palese nella trovata di questo sottile espediente ritmico. Già dall’incipit è pertanto chiaro quanto la sua poetica musicale sia totale, un Wort-Ton-Drama in cui l’artista rimane onnipresente con i fantasmi delle sue polifonie.
I Beatles vengono evocati direttamente in “Mr. Tinker”, nei fatti la “Eleanor Rigby” di Nilsson, che narra la tetra storia di un uomo vedovo che vive da solo nel retrobottega del suo negozio. Lo storytelling del cantautore è acuto e versatile e se, fossero rimasti ancora dubbi, “Mr Richland’s Favorite Song” mostra, ancora una volta, quanto Nilsson fosse sulla stessa lunghezza d'onda di Lennon & soci in quel particolare momento. Si tratta infatti delle vicende di un cantante che una volta era una star, ma moltissimi sono i riferimenti letterari ad “Alice nel Paese delle Meraviglie”.
Tra i brani più peculiari, ci sono poi la bossa nova ad alta densità di “The Wailing Of The Willow” e la ballata old style di “Don’t Leave Me”, mentre una menzione speciale va fatta per “Bath”, resoconto di una notte di baldoria, e per le due cavalcate sunshine-pop di “Together” e “I Said Goodbye To Me”, che affrontano il tema della rottura di una coppia offrendo punti di vista piuttosto singolari (“Ending the game is like changing the name of your favorite song”).

Il successo di Aerial Ballet, trainato dal Grammy vinto per “Everybody’s Talking”, porta Nilsson sull’Olimpo musicale. Inizia allora l’insofferenza: in un momento in cui avrebbe tutte le porte spalancate, lascia affiorare i primi segnali di insubordinazione. Se vogliamo fare un confronto azzardato, si comporta un po’ come il Kevin Ayers di turno: comincia ad auto-sabotare il proprio successo, a fare le cose che meno gli convengono dal punto di vista commerciale. Quando la casa discografica gli chiede di far uscire un altro album killer, lui è concentrato sulle colonne sonore. Nel 1968 compone la soundtrack di “Skidoo”, commedia diretta da Otto Preminger con Jackie Gleason e Carol Channing, in cui il cantautore fa un cameo come guardia. Tra i passaggi più significativi si ricorda in special modo la docile "I Will Take You There", brano dallo svolgimento tipicamente nilssoniano che non avrebbe sfigurato nei precedenti lavori. L'anno successivo decide di approfondire anche il campo della televisione, scrivendo "Best Friend" per la serie tv "The Courtship Of Eddie's Father”. Di questa traccia esiste oggi solo una versione alternativa con testo e titolo cambiato ("Girlfriend"), pubblicata in diverse compilation postume.

ff_01Il terzo album di Nilsson, Harry (1969), mostra un autore più assorto nelle sue ballate e chiuso in se stesso. Non ci sono colpi di testa, è un disco eseguito magistralmente, dove il microcosmo sonoro è dimesso ed elegante. Tra i brani degni di segnalazione, ricordiamo "The Puppy Song" (portata poi al successo da David Cassidy), “Maybe” e il piccolo gioiello di "I Guess The Lord Must Be In New York City", che riprende le atmosfere fumanti dei film anni Cinquanta.
A metà delle registrazioni, Nilsson licenzia lo storico produttore Rick Jarrard con un telegramma e inizia a fare di testa sua. Preludio a ciò che sta per accedere, come fanalino di coda troviamo la cover di Randy Newman "Simon Smith And The Amazing Dancing Bear" che sancisce l'amicizia tra i due colleghi.

 

L'anno successivo, difatti, la casa discografica chiede a Nilsson un disco di inediti, ma lui in tutta risposta fa qualcosa che nessuno si aspetta: decide di promuovere proprio Randy Newman con Nilsson Sings Newman (1970). A parte l’occasionale presenza di impercettibili percussioni e tastiere (suonate da Newman), Nilsson è l’unico protagonista dell’album con i suoi cori stratificati. Brani come "Dayton, Ohio–1903", “Living Without You”, "Vine Street" e "So Long, Dad" sono testimonianze di una estetica naïf e nostalgica e, in primis, della grande empatia del cantautore nel reinterpretare e comprendere la poetica del suo collega.
Newman spenderà parole bellissime sul disco, notando con una punta di orgoglio: “Era come come se i Rolling Stones non fossero mai esistiti. Pensavamo che il rock and roll sarebbe andato in una direzione completamente diversa, come un ramo dell'Homo Sapiens che non è diventato Homo Sapiens”. 

A questo punto Nilsson è ormai un cane sciolto. Spinto dall’Lsd, scrive la sceneggiatura e compone la colonna sonora di The Point! (1971), lungometraggio televisivo d'animazione. Del film verranno poi prodotte diverse versioni, tra cui una narrata da Dustin Hoffman e una da Ringo Starr. La favola viene raccontata da un genitore a suo figlio (sorprendentemente simile a Nilsson!) per farlo addormentare. Si tratta di un piccolo fantasy ambientato in un villaggio simil-gonghiano che narra le disavventure di Oblio, ragazzo nato con la testa tonda in un regno in cui tutto e tutti hanno una punta, persino la testa delle persone. Accompagnato dal fedelissimo cane Arrow, viene temporaneamente esiliato dal paese e costretto a recarsi nella Foresta Senza Punta, dove è alle prese con una serie di allegorici personaggi. Proprio qui, una serie di incontri faranno capire a Oblio come la diversità sia soltanto frutto dei pregiudizi, e il protagonista tornerà a casa trionfante, portando agli abitanti questa nuova consapevolezza e dando vita così a una nuova era.
Non si tratta solo di una favola, come si può facilmente intuire, ma di una storia piena di riflessioni acute e di perle filosofiche (c’è chi scomoda addirittura, non a torto, Baruch Spinoza). Tra i brani a comporre la colonna sonora, una menzione speciale va fatta per la filastrocca scandita dal flauto di “Think About Your Troubles” e per la hit di “Me And My Arrow”.

 

Nel 1971 i tempo sono maturi per il primo album di raccolte, ma sempre alla maniera di Harry. Esce così Aerial Pandemonium Ballet, la cui copertina riesuma una rèclame pubblicitaria del 1863. Piuttosto che ripubblicare semplicemente i suoi primi due dischi, Nilsson compie una grossa operazione di riediting, creando così quello che probabilmente è il primo album di remix della storia, spingendo i brani ad allinearsi alla passione del cantautore per gli spettacoli di Broadway. L’esempio per antonomasia è "Sleep Late, My Lady Friend", dove le atmosfere si fanno più lugubri e fumanti, mentre “Without Her” viene rimessa a lucido, arricchendosi di strumenti a fiato e nuove sfumature.

You can jump into the fire but you'll never be free

 

wjwfw7Nel novembre del 1971, Nilsson pubblica Nilsson Schmilsson, l'album che avrebbe finalmente riportato la sua musica in cima alle classifiche. Si tratta della prima delle due registrazioni che Nilsson realizzerà a Londra con il produttore Richard Perry, il quale gli offre un ensemble rock di tutto rispetto, che include il batterista Jim Gordon, il chitarrista Chris Spedding e il bassista Klaus Voormann. Il font della copertina richiama quello di “Pet Sounds” e, come nel capolavoro dei Beach Boys, anche qui vengono amalgamati alla musica alcuni elementi estranei al pattern sonoro canonico: si pensi alla macchina che fatica ad avviarsi in “Driving Along”, allo sciame ritmico di "Jump Into The Fire" o alle percussioni primordiali di “Coconut” (cantata, peraltro, da Nilsson con tre voci diverse a interpretare altrettanti personaggi).
Se a spiccare è la cover dei Badfinger "Without You", con il trattamento di Paul Buckmaster che rende il pezzo quasi operistico e lo catapulta in cima alle classifiche, altrove il disco è all’insegna del rock classico. L’opera prende l’abbrivio con la selvaggia “Gotta Get Up” ed è subito chiaro quanto, questa volta, a farla da padrone saranno una serie di power-ballad (il soft rock di “Driving Along”, i docili arpeggi di "The Moonbeam Song"), seppur con momenti di follia ed eccentricità, come le già citate “Coconut” e “Jump Into The Fire”, che ben introducono il personaggio di Nilsson "Schmilsson", alter-ego sfrontato del cantautore. La scelta si rivela vincente: Schmilsson riporta in auge Nilsson e il disco non può che rivelarsi un trionfo.

 

Questa personalità viene coltivata per altri due album, Son Of Schmilsson (1972) e A Little Touch Of Schmilsson In The Night (1973). Ma Nilsson è un uomo nuovo e nessuno conosce le cause di questa drastica metamorfosi. Son Of Schmilsson, in particolare, rappresenta una sorta di espiazione pubblica per il successo commerciale del suo predecessore, come se l’artista sentisse dentro di sé una sorta di sindrome dell’impostore.
Ringo Starr e George Harrison compaiono sulle note di copertina sotto pseudonimo e già dalla cover - una foto in bianco e nero di Nilsson “vampiro” scattata da Michael Putland a casa di Harrison - qualcosa sembra essere cambiato. Se alcuni brani, come la nostalgica "Remember (Christmas)" e la duttile "The Lottery Song", alludono alle liete sonorità dei primi album, risultando due specchietti per allodole, il clima del disco è decisamente meno affabile. Difatti, già nell’opener "Take 54", Nilsson stabilisce immediatamente il fil rouge  ("I sang my balls off for you baby/ I almost broke the microphone!"), per poi alzar ancora di più l'asticella nei cori gutturali di "Spaceman" e, soprattutto, in "You're Breakin' My Heart", con un poco equivocabile ritornello ("Mi stai spezzando il cuore/ lo stai facendo a pezzi/ allora vaffanculo!”).
Per i fan dell’artista, il cui nome era ormai legato alle atmosfere romantiche ed eteree di "Without You", l'album è un tradimento morale.

 

In quegli anni Nilsson è un uomo in cerca di se stesso. Nel 1973 abbandona il produttore Richard Perry e si mette nelle mani di Derek Taylor per A Little Touch Of Schmilsson In The Night, un album di cover di ballate americane classiche. L'opera disorienta ancora il pubblico: proprio quando i fan iniziano ad accettare la sua trasformazione in rocker, Nilsson diventa un crooner di alto livello. Bisogna infattti sottolineare come il disco catturi Harry in un momento in cui la voce è al massimo, complice anche la Philarmonic Orchestra in suo ausilio, condotta dall'ex-direttore di Frank Sinatra, Gordon Jenkins. L’album non viene tuttavia capito, anche se si tratta del disco preferito dall’artista, che lo adorava più di ogni altro lavoro per il valore affettivo delle canzoni.

 

ggggNel frattempo, il rapporto con John Lennon e Ringo Starr si fa sempre più solido: mentre il primo asseconda le follie di Harry, il secondo sembra accompagnare il suo lato più luminoso. Diviso tra due spiriti guida - l’apollineo e il dionisiaco - vive gli anni che seguono in un fermento artistico senza precedenti. Ringo è la sua co-star nel rock-movie “Son Of Dracula” (1974) e alla loro corte giunge anche Keith Moon alla batteria per “Jump Into The Fire”, mentre Peter Frampton e John Bonham compaiono in “At My Front Door”. Il film ci mette due anni per trovare una produzione adeguata e quando esce nelle sale è comunque un flop commerciale. Si salva dal fallimento solo "Daybreak", canzone che sarebbe stata l'ultimo singolo di successo di Nilsson, rientrando nella top 40. Ringo ricorderà la pellicola con affetto, commentandola così: “Non è il miglior film mai realizzato, ma ho visto di peggio".

Harry Nilsson has a song, his voice breaks at 2:05

 

nilson_lennonCon John Lennon le cose prendono una macabra piega, tanto da divenire oggetto di leggende metropolitane e persino di una canzone di Lana Del Rey. Durante uno dei loro celeberrimi lost weekend, John produce Pussy Cats (1974). L’ex-Beatle era reduce dallo studio di Phil Spector per il disastroso parto di “Rock 'N' Roll”, quando decide di correre in aiuto del suo amico. La band per il progetto include un parterre di ospiti di caratura internazionale, tra cui il bassista Klaus Voormann, il chitarrista Jesse Ed Davis, Keith Moon e Ringo Starr alla batteria.
Già dalla copertina, con i musicisti nelle vesti di due piccole bambole, si può intuire quanto poco sul serio avessero preso il disco, che verrà ricordato infatti soprattutto per i fatti bizzarri accaduti negli studi di registrazione. Entrambi in quel periodo sono alle prese con i loro demoni e durante le sessioni si lanciano in eccentriche sfide, spinti dal consumo di alcol e droghe. Al culmine della follia, i due scommettono su chi di loro urli più forte. Vince Nilsson, ma paga un prezzo altissimo: si rompe una delle corde vocali, sputa sangue sul microfono ed è costretto ad andare di corsa in ospedale. Noncurante di ciò che sta succedendo, chiede e ottiene del brandy e se ne esce dall’ospedale con una bottiglia in mano, rassegnando le sue dimissioni contro il parere del medico. Qualcuno si chiede se non sia stato forse uno stranissimo tentativo di autodistruggersi, ma Harry non ci sta: mostra fieramente il relitto della sua voce nel corso del disco, in modo speciale nella possente ballata di “Dont’ Forget Me”, in cui non solo non fa nulla per camuffare i danni, ma li esibisce nelle note alte con un urlo lancinante, che rende il brano ancora più pulsante di vita.
Tra le cover, da segnalare “Subterranean Homesick Blues" di Bob Dylan e "Many Rivers To Cross" di Jimmy Cliff, con il personalissimo wall of sound ideato da Lennon in risposta alle recenti diatribe con Phil Spector.

 

Nilsson diviene noto in quegli anni anche come protagonista suo malgrado delle cronache oscure del rock. Il suo appartamento londinese diviene infatti teatro di due morti: nel 1974, mentre alloggia nella casa affittata da Nilsson, Cass Elliot (cantante dei Mamas & The Papas) muore nel suo letto. Quattro anni dopo, nell’appartamento maledetto di Curzon Square, si spegne anche Keith Moon.

 

una_01Per il biondo cantautore, la prima metà degli anni Settanta è un periodo buio e sembra andare tutto per il verso sbagliato. Ma proprio quando sembra aver toccato il baratro e si aggira per le strade da solo a tarda notte, entra in una gelateria e conosce Una, studentessa irlandese della scuola cattolica che lavora al banco per pagarsi gli studi. E’ un colpo di fulmine come quelli che si leggono nelle fiabe: da allora i due diventano inseparabili. Ringo farà da testimone al matrimonio a distanza di pochi mesi: si tratta del terzo rito civile per Harry, che finalmente ha trovato la sua anima gemella. Chiunque li vede assieme percepisce quanto la ragazza abbia cambiato Nilsson, che finalmente ha trovato la sua pace, almeno dal punto di vista sentimentale.

Ripuliti (in parte) dal loro periodo di follie, i deu tornano alla carica: Lennon insiste con la Rca perché Nilsson incida un nuovo album e Harry si presenta alle registrazioni con un foglio di carta e quindici musicisti. Nasce così Duit On Mon Dei (1975), gioco di parole per “Do It On Monday” usato anche da Ringo nella copertina del suo disco omonimo come storpiatura del motto in francese della monarchia britannica ("Dieu et mon droit"). Oltre a Ringo, nel disco compaiono una serie di artisti accorsi alla corte sgangherata di Harry (tra cui Van Dyke Parks e Dr. John), ma alla fine escono tutti delusi del risultato, frutto di sessioni di registrazione inconclusive in cui scorrono fiumi di alcol. La Rca rifiuta peraltro il titolo iniziale scelto da Harry, ovvero “God's Greatest Hits”, e proprio l’irriverenza sembra il filo conduttore di un disco inconclusivo, seppur non esente da piacevoli sketch (“Jesus Christ You’re Tall”, “Kojak Columbo”, “Down By The Sea"), spiritosamente letti in chiave Tin Pan Alley. Tra i momenti insoliti si ricordano l'orchestra cupa di "Easier For Me" e la carnevalesca "Home", in cui egemone è lo steel drum.

 

Con Sandman (1976) Nilsson tocca il fondo della parabola discendente ed è sempre più distante dal mainstream a cui aspira la Rca. I protagonisti in studio sono gli stessi dell’album precedente, con l’aggiunta di Joe Cocker in “The Flying Saucer Song”. Oltre alla follia swing di "(Thursday) Here's Why I Did Not Go To Work Today", spiccano l’audace "Pretty Soon There'll Be Nothing Left For Everybody" e i violini sinuosi di "Will She Miss Me". Ma non è abbastanza: dopo le scarse vendite di Duit On Mon Dei e Sandman, la Rca inizia a pressare Harry, che si trova costretto a piegarsi alle logiche commerciali. Esce allora con un disco di cover -  ...That's The Way It Is (1976) - in cui sono presenti solo due brani originali (di cui uno co-scritto con Dr. John, "Daylight Has Caught Me"). La produzione di Trevor Lawrence appiattisce però il lavoro e non sembra dare pieno risalto alla voce di Harry.

 

Sorprendentemente, incassato il flop anche dell’ultimo album, l’etichetta è costretta a rimettersi nelle mani di Harry, che stavolta prende la sfida seriamente. Il risultato è l'eccellente Knnillssonn (1977), straordinaria raccolta di performance che rivaleggia con i migliori lavori del passato, portandosi all’insegna di un ricercato baroque-pop nei territori di Scott Walker (“I Never Thought I’d Get This Lonely”, “Sweet Surrender”, “Lean On Me”). Il disco lo coglie in uno stato di grazia ma, a questo punto, la sua musica appare desueta e quasi nessuno lo sta più ascoltando. La Rca inoltre stenta a promuoverlo, concentrando in quel periodo tutte le sue forze sul massimizzare gli utili derivanti dalla morte di Elvis.
L’etichetta decide allora di liquidarlo e Harry si presenta allora alle porte di Van Dick Parks per la colonna sonora di “Popeye”, prima pellicola di Robin Williams come protagonista (1980). Rimane attivo nella settima arte, diventando pure co-fondatore di una società di distribuzione cinematografica (la Hawkeye Entertainment), di cui si ricorda il film di Whoopi Goldberg “The Telephone” (1988). Nel frattempo, si diletta anche a partecipare a progetti altrui, come l'album di Ringo Starr “Stop And Smell The Roses” (1981) e il musical "Zapata" di Allan Katz (1980).

Now, the dream is over

 

nilsson_oldNel 1979 Nilsson torna negli studi per registrare quello che sarà il suo ultimo disco, Flash Harry, che esce per la Mercury l’anno successivo e viene curiosamente distribuito solo in alcuni paesi. Nell'elenco dei pezzi, è presente una cover di “Old Dirt Road”, brano scritto da Nilsson e Lennon nel 1974 per “Walls And Bridges”. Ironia della sorte, era una canzone di addio e nel 1980 accade proprio la più impensabile delle tragedie: muore John Lennon. Quando viene ucciso l’amico fraterno, Harry è un uomo devastato. Il suo fantasma non lo lascerà mai: nella sua mente, l’omicidio deve a tutti i costi trovare giustizia e si adopera in ogni maniera per ottenerne una. Da sempre persona molto riservata, quella volta Harry si rende operoso: promuove una attivissima campagna contro l’utilizzo delle armi e inizia a farsi vedere sempre più in pubblico e in televisione. Nel 1982, nel corso di un Beatlefest, mette persino il suo talento all’asta promettendo a chiunque doni 500 dollari alla National Coalition To Ban Handguns di scrivere una canzone ad personam. Alla fine vince la signora Judy, a cui è dedicato il lato B del singolo “With A Bullet”. Nilsson, che non saliva mai sul palco, ora è al Tg nazionale a discutere di politica e armi, mettendo in pausa la sua carriera. Non ottiene ciò che spera, ma trova finalmente un senso alla sua esistenza: privato del padre in tenera età, capisce quanto la vita sia breve e si dedica sempre di più ai sette figli per diventare il genitore modello che lui non aveva mai avuto.

 

Nel 1988 la Rca torna alla carica e pubblica A Touch More Schmilsson In The Night, tratto dalle sessioni del suo predecessore, rispolverato ad hoc con una copertina che rende omaggio a Frank Sinatra. La stessa atmosfera si può respirare nel postumo Losst And Founnd, che raccoglie alcuni brani tardivi rimasti nel cassetto di un eventuale disco per la Warner.

 

Il suo interesse per il songwriting riemerge alla fine del decennio, spinto soprattutto dalla bancarotta e dalle perdite finanziarie subite a causa di un assistente malfidato, che approfitta indebitamente dei suoi risparmi. Il colpevole viene poi condannato, ma Harry e la sua famiglia rimangono sul lastrico. La sua salute inizia inoltre a vacillare gravemente nei primi anni Novanta.
Il 15 gennaio 1994, Harry Nilsson, che aveva subito un grave infarto l'anno prima, muore per un attacco cardiaco e per le complicazioni dovute al diabete. Pochi giorni dopo la terra trema in modo devastante, mettendo a rischio il funerale, ma nessuna catastrofe ferma gli amici dal dire addio al biondo cantautore. Poco dopo la cerimonia, tutti si raccolgono commossi davanti alla sua tomba. Nello stupore generale e nel silenzio, George Harrison se ne esce con un laconico “fuck you”. I presenti pensano a uno scatto d’ira, ma il più taciturno dei Beatles specifica subito, sorridendo tra le lacrime: "Era la mia canzone preferita: 'You’re breaking my heart, so fuck you'". E quelle parole sanciscono un epilogo perfetto per la grande parabola umana e musicale di Harry Nilsson.

 

(Un ringraziamento speciale a Monica Mazzoli) 

Harry Nilsson

Il Beatle americano

di Valeria Ferro

La fantastica parabola del Fab One, colui che ha saputo ammaliare i Beatles fino a far pronunciare a John Lennon la fatidica frase "Nilsson è il mio gruppo preferito" durante una conferenza stampa. Ma chi era Nilsson? Solista poliedrico, anima ferita, compagno di sbronze: Harry era tutti e nessuno. E il mistero su chi fosse veramente è ancora lungi dall'essere svelato
Harry Nilsson
Discografia
 Spotlight On Nilsson (Tower, 1966) 
Pandemonium Shadow Show (Rca, 1967) 
Aerial Ballet (Rca, 1968) 
 Harry (Rca, 1969) 
 Nilsson Sings Newman (Rca, 1970) 
 The Point! (Rca, 1970) 
Nilsson Schmilsson (Rca, 1971) 
 Son Of Schmilsson (Rca, 1972) 
 A Little Touch Of Schmilsson In The Night (Rca, 1973) 
 Pussy Cats (Rca, 1974) 
 Duit On Mon Dei (Rca, 1975) 
 Sandman (Rca, 1976) 
 ...That's The Way It Is (Rca, 1976) 
Knnilssonn (Rca, 1977) 
 Flash Harry (Mercury, 1980) 
 Losst And Founnd (raccolta, Omnivore, 2019) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Streaming

Who Is Harry Nilsson? And Why Everybody's Talkin' About Him?
(documentario, 2016)

Everybody's Talking
(live, Beat Club, 1968)

 

Without Her
(live, Bbc, 1971)

Coconut
(video, 1971)

 

Harry Nilsson In Concert
(live, 1971)

The Point!
(versione narrata da Alan Thicke, 1971)

Son Of Dracula
(film, 1974)

Duit On Mon Dei
(video promozionale, 1975)

End Handgun Violence
(campagna tv contro le armi, 1981)

Loneliness
(video musicale, 1984)

Harry Nilsson su OndaRock