Gimme this, gimme that
I want more, I want ass
Give it to me in the palm of my hand
Give it to me in the palm of my hand
La classe 1997 Gaia Gozzi, italo-brasiliana nata in provincia di Reggio Emilia e cresciuta in provincia di Mantova, si fa conoscere nel 2016 attraverso la decima edizione di “X Factor”, alla quale si classifica seconda. Segue un Ep, “New Dawns” (2016), che non ha molto seguito. Nel 2019 partecipa anche ad “Amici di Maria De Filippi” e ne esce vincitrice, prima di pubblicare il mini-album “Genesi” (2020), forte della bossa nova elettronica “Chega” (doppio platino, in portoghese), poi riedito in versione espansa (“Nuova Genesi”): una raccolta di canzoni che declinano il pop elettronico contemporaneo secondo un intreccio di riferimenti angloamericani e brasiliani, sporcandosi con più dozzinali pop-rap (“What I Say”) ma anche mostrando elegante misura nelle interpretazioni (“Coco Chanel”) o vivaci contaminazioni (“Bela Flor”).
La commistione di pop elettronico ed echi sudamericani è la sua cifra stilistica, ma progressivamente le canzoni si sono fatte meno aggraziate, come ravvisabile nel più affollato “Alma” (2021), un pop misto r’n’b con numerosi ospiti, che cerca di spedirla dritta nel mainstream senza rinunciare del tutto ai brani più eleganti e sofisticati, in primis “Alma”, “Ginga” e “Salina”. Sarà stata colpa del successo di “Sesso e samba” (2024, quadruplo platino), in coppia con Tony Effe, ma questo “Rosa dei venti” sembra confuso e troppo spesso alla ricerca della nuova vita hit.
Il pop contaminato di un tempo si piega ora a testi all’altezza della pop-trap, come nell’agitata danza latineggiante “Fumo blu”, assaltata da distorsioni elettroniche. Fosse anche questa la nuova Gaia, però, se ne potrebbe magari individuare anche la voglia di cambiare pelle, trasformarsi. Peccato che la successiva “Addicted” punti verso un liquid funk in levare con tanto di ospitata del prezzemolino Guè, non esattamente ispirato. Al terzo brano, quando riscopriamo il latin-pop sanremese “Chiamo io chiami tu”, risulta chiaro che l’album è un guazzabuglio di spunti, idee più o meno in trend in cui l’identità di Gaia scompare.
A poco serve riscoprirsi più intensa e misurata nella title track, perché anticipa altri tentativi di hit facilone da mainstream (“Maratona”; “Ti fidavi” con Capo Plaza; “Twin Flames”), al massimo laccate di hyperpop (“Bulletproof”). E dire che ci sarebbe ancora spazio per distinguersi, anche una capacità di dosare e interpretare rispettabile, ma è troppa poca marmellata spalmata su troppe fette biscottate diverse.
Si può fantasticare un gancio al neoperreo di Rosalia in “RJ” (feat. Lorenzza) o che possa tornare a reinterpretare la bossa nova in chiave contemporanea come in “Vento” (con un Toquinho esageratamente filtrato al canto) ma sono altri segnali incoerenti di un album fin troppo eterogeneo, spesso chiassoso e decisamente confuso.
Se doveva essere una raccolta di hit eterogenee, forse si configura un mezzo disastro, perché tranne l’ossessivo motivetto di “Chiamo io chiami tu” c’è davvero poco che sembra avere potenzialità per fare grandi numeri su Spotify. A pensare che tutto questo, poi, arriva dopo due album che delineavano, sicuramente con incertezze e qualche acerbità, una cantante comunque con motivi di originalità nel nostro mainstream, se ne esce avviliti. Ad aprire l’album quattro messaggi vocali inviati dai familiari: è la promessa di un viaggio personale che, purtroppo, non ci sarà.
Copertina da trigger warning.
16/07/2025