La ricerca sonora multiforme di Sylvain Chauveau evidenzia da sempre una netta propensione per strutture essenziali volte a un marcato riduzionismo. Che si tratti di flussi strumentali o forme canzoni decostruite, l’attitudine costante è la formulazione di un lessico improntato a un uso attivo della pausa e del silenzio sul modello degli assunti cageiani.
“Ultra-Minimal” – esordio sulla berlinese Sonic Pieces, che ha contemporaneamente curato la nuova ristampa di “Le livre noir du capitalisme” – spinge tale pratica verso un ulteriore step nutrito dall’assenza di suoni sintetici e dalla scelta di usare un unico strumento per ciascun brano. Registrato dal vivo in quel tempio della sperimentazione che è il Café Oto di Londra, il disco propone una scaletta di undici tracce, eseguite di volta in volta con l’ausilio di solo pianoforte, chitarra, armonium o melodica, molte delle quali già edite e qui specificamente riarrangiate. La limitazione a cui viene sottoposta ogni composizione, riverberata anche nella sottrazione semantica operata sui titoli, dà forma a un ambiente sonoro volutamente scarno, atto a indagare soprattutto le potenzialità atmosferiche di un pianismo rarefatto, a tratti dissonante (è sempre Feldman il riferimento in episodi quali “ho”), precedentemente esplorato in maniera brillante nell’ottimo “Life Without Machines”.
A queste architetture fondate sulla sottrazione si affiancano trame minimaliste di fraseggi chitarristici finemente modulati (“mi”) e formulazioni ambient-drone sature (“i”) o altalenanti (“116”), fusi in un insieme asciutto, orientato a capitalizzare il gesto minimo attraverso processi di reiterazione e variazione graduale senza mai cedere alla tentazione dell’orpello. Profondamente radicale, anche a dispetto di una piena godibilità.
23/02/2024