Sfido chiunque a non aver fantasticato sui propri vicini di casa, sui loro movimenti, abitudini, sulle loro indecifrabili dinamiche domestiche basate su quel poco, o tanto, che si è potuto carpire dai frettolosi incontri avvenuti sul pianerottolo o sul selciato del giardino. È ciò che hanno fatto i Folly Group – intendiamoci, non sono i primi - nel singolo “Strange Neighbour”, apripista del loro debutto discografico full length intitolato “Down There!”.
La formazione londinese fondata da Sean Harper, Louis Milburn e Tom Doherty, poi raggiunti a stretto giro dall’amico percussionista Kai Akinde-Hummel, aveva già alle spalle una lunga serie di singoli, alcuni poi inseriti in due ottimi Ep distribuiti tra il 2021 e il 2022. Tali pubblicazioni condussero alla ribalta la loro idea artistica, grazie a una proposta art-punk di ampio diametro rispetto allo schema usuale, che carpisce opportuni riferimenti dai capostipiti del settore, ma che non lesina idee virtuose, e qui sta il bello del loro lavoro, specialmente a livello musicale: influenze che giungono da dub, hip-hop, come dalla musica dance, miste a ritmi, soprattutto nelle percussioni, di stampo afro-cubano, si fondono al post-punk strutturale in un’affermazione che appare piuttosto personale e sperimentale, perciò più gustosa rispetto alla pletora di moderni adepti del genere.
Un lirismo sincero e un’autoproduzione rabbiosamente inventiva danno voce a un tema che coinvolge l’intero panorama delle loro terre d’origine: la forte alienazione che pare stia caratterizzando molte dinamiche della moderna Gran Bretagna, in particolar modo nell’ultimo decennio.
Focalizzando l’analisi sul brano scelto come singolo, non può che balzare alla mente il grottesco cinismo degli Yard Act, che sono ben richiamati anche nell’opener “Big Ground”, dove si palesano, sul finale, scelte stilistiche interessanti, nient’affatto scontate, che fanno da preambolo a ciò che andrà consolidandosi in modo definitivo lungo la scaletta: non si raggiungeranno le avanguardie tracciate da Black Country New Road, Squid o Black Midi, ma la distanza da quei litorali non è poi così larga.
Se “I’ll Do What I Can” e “Pressure Pad” rappresentano i passaggi più incisivi, dove sono autorevoli gli aromi à-la Idles e “Bright Night” esprime probabilmente il tassello post-punk più canonico tra quelli offerti, sono episodi come “East Flat Crows”, “Frame” e “Freeze” a regalare gli sprazzi di maggior interesse, forti di un’inflessibile e credibile coesione tra numerosi orizzonti sonori, nell’ultimo dei tre pezzi menzionati con qualche corroborante intreccio di chitarra new wave.
Il lato oscuro emerge puntuale da “Nest”, sorniona, infingarda, elegante nelle sue introverse spigolosità, mentre i sintetizzatori, invero onnipresenti su quasi tutti i brani, si affacciano con costrutto in “New Feature”, tesi a colorare con tinte in bianco e nero un’atmosfera alquanto coercitiva.
“Down There!”, come detto, è l’album di debutto per i Folly Group, ma non si creda di avere di fronte chi del mestiere deve ancora assimilare tutte le astuzie. Il disco è una fluttuazione costante tra scatti dance-punk contemporanei e i sussurri ammalianti del repertorio post-punk più atmosferico.
Il lirismo di Sean Harper e Louis Milburn conserva la bontà già assaporata negli apprezzabili Ep precedenti, offrendo spunti ideali su personali riflessioni, come se rappresentassero un ininterrotto flusso di coscienza.
Ci sono diversi canali sui quali sintonizzare il proprio apparecchio per captare le frequenze dei Folly Group e questa condizione di ampia offerta rende il loro progetto decisamente intrigante.