Fatimah Warner alias Noname è una fuoriclasse ma lo sanno in pochi, perché da sempre la sua proposta scarta dal mainstream per abbracciare un ibrido tra jazz, rap conscious e slam poetry. Vicina a Chance The Rapper, che la fa debuttare nel suo mixtape “Acid Rap” (2013), attiva anche nel trio Ghetto Sage e arrivata al mixtape d’esordio nel 2016, è riuscita nel 2018 a pubblicare uno degli album più incredibili del mondo jazz-rap, “Room 25”, premiato dalla critica con valutazioni stellari a certificare un linguaggio multiforme ed elegante, raffinato nonostante gli appena 26 anni al momento della pubblicazione. Dopo una crisi che l’ha portata a ventilare un ritiro dalle scene, anche a causa di un mercato musicale inospitale per una proposta come la sua, e ulteriori difficoltà dovute ai versi dell’ospite Jay Electronica, arriva “Sundial”, più amaro e politico dei precedenti.
“Black Mirror” apre con un jazz-rap tropicale che vuole presentarla come un’artista complessa, non solo una semplice rapper. Proponendo una società più solidale e consapevole in “Hold Me Down” e attaccando la moderna blaxploitation dei traumi razziali in “Baloons”, rivolgendosi al suo stesso pubblico, Noname si dimostra agguerrita e acuta nel ragionamento, senza rinunciare all’eleganza del suo flow:
Casual white fans, who invented the voyeur?
Fascinated with mourning, they hope the trauma destroy her
Why everybody love a good sad song, a dark album, like?
Tell me that your homie dead, your mama dead
Your brother bled along the street
È la stessa volontà di raccontare la società nelle sue contraddizioni e storture che domina la più veloce ed elettronica “Namesake”, in cui il jazz-rap si affianca a interventi di synth minacciosi mentre il testo snocciola accuse verso superstar come Beyoncè e Rihanna, e l’incediaria “Potentially The Interlude”, che racconta il dolore di chi non vuole conformarsi alle richieste del mercato o della critica:
If you were just a little bit morе pretty
Wrote a little bit likе Kenny
You would have a life worth livin’
La voce soul di Ayoni fa decollare la più movimentata “Boomboom”, con i suoi versi ammiccanti (“I don’t smoke cigarettes, but I lick cigars”, “come eat a Georgia peach for free”) e fiati soffusi ma movimentati, un brano che si può accoppiare al passo saltellante di “Toxic”, sulle relazioni e l’indipendenza. Sono episodi, questi ultimi, che allentano un po’ la tensione politica dell’album, peraltro culminante nella collettiva “Gospel?”, insieme ad altri artisti neri in conflitto con il sistema come $ilkMoney e Billy Woods.
In “Sundial” il messaggio è centrale, tanto che la raffinata formula jazz-rap di “Room 25” ne esce un po’ impoverita, tagliata di molte eccentricità e balzi creativi: è uno scambio non così svantaggioso, perché i testi complessi e profondi, rappati con inedita agilità dalla titolare, rappresentano un manifesto culturale calato pienamente nella contemporaneità. Nella conclusiva “Oblivion”, peraltro impreziosita da una strofa di Common, Fatimah Warner riesce a riassumere l’urgenza di raccontare il proprio punto di vista in tre versi e definire, forse, il senso stesso dell’album:
When the world blow up, that’s it
Spinning into oblivion
Motherfucker, I don’t care, I’ma talk my shit
03/01/2024