Dublin in ecstasy. Due anni fa gli
Inhaler festeggiavano il debutto da record dell'accattivante "
It Won't Always Be Like This", diventato l'esordio in vinile venduto più velocemente di questo secolo. Tale medaglia aveva alimentato ulteriormente le aspettative da parte di critica e fan in merito ai risvolti futuri dei quattro giovani dublinesi. Vale la pena di ricordare fin da subito che il loro problema non consiste solo nel tentare di svoltare in maniera significativa all'interno di un panorama già fin troppo affollato, tra pop-rock e il cosiddetto
post-punk revival, ma anche nell'affrancarsi dal pesante fardello che grava sulla testa del
frontman Elijah Hewson come una spada di Damocle, ovvero la nomea di "figlio di
Bono Vox".
Il
sophomore del quartetto segna immediatamente un punto a suo favore con la riconferma di Antony Genn (ex
Pulp,
Elastica e
Mescaleros) in veste di produttore, mentre i temi delle liriche, fin troppo leggeri, ruotano intorno al concetto di appartenenza a una band. "Cuts & Bruises" parte esattamente come ci potremmo aspettare da Hewson e soci, per poi alzare lievemente il tiro nella seconda parte e chiudere in bellezza, il che è quasi paradossale. È consuetudine osservare una possibile buona partenza in un disco, per poi vederlo assestarsi o sfumare in maniera meno efficace, qui invece accade l'esatto contrario.
I cori di "Just To Keep You Satisfied" aprono in sordina, tra chitarrine rubate a "
Darklands" e atmosfere dal piglio
madchesteriano in stile Black Grape, all'amata o detestata (è sempre una questione di punti di vista) "Love Will Get You There", inno - vagamente
smithsiano - danzereccio e
radio-friendly per eccellenza che assolve il suo compito in maniera egregia. "So Far So Good" si alterna tra
guitar riff e synth, spingendo su questi ultimi e sulla
bassline in "These Are The Days", considerata idealmente come l'anello di congiunzione tra il primo e il secondo album, per le sue sonorità ottimistiche.
A pervadere il disco maggiormente è la malinconia, riscontrabile nelle arie
heartland-rock, guarnite da un pizzico di "
Like A Rolling Stone" di
Dylan, di "If You're Gonna Break My Heart". Altrettanto nostalgica è la successiva "Perfect Storm", i cui ritmi riprendono parzialmente l'andamento della seconda traccia, ma in maniera riflessiva, attraverso un breve viaggio che cerca l'occasione per un
sing-along bonovoxiano, scelta azzeccata (e ruffiana) per la dimensione dal vivo.
A questo punto succede qualcosa di imprevisto. "Dublin In Ecstasy" velocizza e rielabora il
riff di "Ordinary World" dei
Duran Duran in chiave elettrica, un omaggio nascosto (in piena vista) tra le note del brano più valido del lotto, caratterizzato da un
mood à-la Sam Fender e dal fatto di essere uno dei più vecchi in assoluto dalla band. La coinvolgente "When I Have Her On My Mind", classico indie-rock chitarristico e trascinante in zona
Rolling Blackouts Coastal Fever, velocizza i ritmi, rallentando con la placida "Valentine", per poi scontrarsi con un altro piccolo barlume inaspettato. A sorprendere è il pop sofisticato di deriva
eighties di "The Things I Do", scandito dalla batteria e dal piano d'accompagnamento (suonato dal polistrumentista Martin Slattery), che si intreccia alla chitarra elettrica e agli archi sintetici, a cui fa seguito la conclusiva "Now You Got Me".
Siamo ancora lontani dal disco della maturità degli Inhaler, ma cazziarli troppo, a causa delle aspettative legate al nome opprimente che li segue come un'ombra, potrebbe essere un errore. Gradito o meno ai più esigenti, "Cuts & Bruises", tra qualche furberia e abile guizzo, funziona decisamente bene, e tenta di affacciarsi al limite della
comfort zone del gruppo. A pagare pegno è ancora una volta la qualità dei testi, ma in quanto a bagaglio culturale e livello di sonorità il quartetto non appare sguarnito, sebbene dia palesemente il meglio di sé quando tenta di ritagliarsi un proprio spazio minimamente identitario.