Accantonato per un lungo periodo, ben 15 anni, il progetto Black Ox Orkestar riprende forma senza smarrire nessuno dei membri originali. Thierry Amar (Thee Silver Mt. Zion , Godspeed You! Black Emperor), Gabriel Levine (Sackville), Scott Gilmore e Jessica Moss (entrambi ex-Thee Silver Mt. Zion) riprendono le fila di una ricerca musicale legata alle loro origini ebraiche, un viaggio tra tradizione e attualità animata da uno spirito universale.
Sono le connessioni, e non le differenze, il fulcro di “Everything Returns”. La Black Ox Orkestar fonde musica klezmer, canti tradizionali dell’Europa orientale e folk yiddish senza tralasciarne le profonde matrici culturali e politiche. Il tutto ritorna del titolo non è riferito, come sembrerebbe, al rientro in scena della formazione canadese, quanto al rigurgito di nazionalismo, flussi migratori, anarchismo, inquietudine e fascismo.
Tema ricorrente dei testi sono degli acuti parallelismi tra il regime di Assad e quello di Stalin o Hitler, raccontati con una struggente poetica non priva di richiami a Nick Cave e Leonard Cohen, in “Mizrakh Mi Ma’arav” e “Viderkol (Echo). Forza e suggestione sono affidate non solo alle parole ma anche alla musica: l’incanto lirico dai toni solenni scanditi da piano e violino in “Tish Nign” è un sordo grido di speranza, una richiesta d’aiuto che tocca l’anima e invita alla riflessione.
Tutto l’album è in verità ricco di contenuti sui quali meditare. A cornice di tanto ardire vi è una musicalità altrettanto pregante e intensa, ne è fulgido esempio la trasfigurazione da gioiosa danza popolare a oscuro e funereo fardello armonico di “Skotshne” o l’altrettanto distopico canto arabeggiante che la leggerezza del clavicembalo e il suono greve dei fiati conducono verso la contaminazione tra musica klezmer e futilità moderne di “Oysgeforn/Bessarabian Hora”.
La Black Ox Orkestar racconta dolori e amarezze della moderna civiltà senza eccedere in toni grevi, alternando festose danze tradizionali moldave (“Moldovan Zhok”) ad appassionate ballate dai vaghi tratteggi jazz (“Perpetual Peace”) o ad amare riflessioni sociali su un malinconico passo di valzer (“Epigenetik”).
Per chi frequenta la tradizione ebraica e ha dimestichezza con il favoloso catalogo della Tzadik, “Everything Returns” non ha forse le connotazioni di un progetto innovativo, ma non si può non riconoscere alla Black Ox Orkestar una non comune autenticità espressiva. Quel che affascina e convince è il continuo gioco di luci e ombre che agita tutto l’album, racchiuso egregiamente nella struggente “Lamed-Vovnik”, un inno alla speranza che si snoda su note ambient-jazz che la voce di Scott Gilmore decanta con la stessa intensità di Tom Waits, ultima pagina di un disco che offre più di un motivo per farsi ascoltare e apprezzare.
01/01/2023