Aging Children, Annie & The Station Orchestra, Idiot Half Brother, e ora Eamon The Destroyer. Il pittore e musicista scozzese assume una nuova identità, continuando a stupire e incantare con un’affascinante musicalità fuori dagli schemi.
“A Small Blue Car” è un altro percorso ad ostacoli di un musicista che all’art-pop associa disturbi elettronici, noise, liturgie avantgarde e blues, per un’estasi sonora lo-fi che incrocia Beck, Low, Howlin Wolf e David Bowie, senza mostrare alcun elemento estetico o ludico che possa connetterlo ai nomi già citati.
Le sonorità sono vellutate, grezze, fluttuano con incedere inquietante, senza mai svelare fino in fondo l’intrinseca natura di uno dei personaggi più originali della scena scozzese.
Difficile trovare una canzone più devastante e subdola di “Avalanche”, un brano che l’autore ha dichiarato di aver composto nell’arco di dieci anni. Cinque minuti e diciotto secondi per tre accordi che farebbero la fortuna di qualsiasi folksinger e che il musicista violenta con rugose sonorità di synth alla Suicide, drone chitarristici, e un lo-fi noise che rimanda alle geniali intuizioni di album come “Hey What” e “Loveless”.
“A Small Blue Car” è un disco che abbozza una melodia più carezzevole e immediata solo quando i giochi sono ormai alla fine, grazie a una leggiadra melodia (“Nothing Like Anything”), incorniciata da synth in vena neo-prog e da un’atmosfera meno autunnale e greve. Dopotutto Eamon The Destroyer ha collocato in testa all’album il delicato minimalismo in bilico tra country, spoken word, lo-fi noise e library music di “Silver Shadow”, un pezzo scelto come facciata B del singolo che ne ha anticipato l’uscita.
Si può ricorrere a un’infinità di aggettivi per descrivere questi dieci brani: cinematico (“A Slow Motion Fade”), epico (“The Tide To Steal Away”), confuso (“Uledaru”). Al pari si possono citare alcuni parallelismi espressivi e stilistici con nomi di rilievo, ma questo finirebbe solo per sminuire le geniali intuizioni di Eamon The Destroyer.
La girandola d’accordi di “Tomahawk Den” è un mantra spirituale, strattonato verso il futuro da un ronzio quasi industrial-noise, tenuto saldamente ancorato al passato dal suono di una fisarmonica e di una chitarra classica. “Humanity Is Coming” è una nenia che sembra composta da Nick Cave per un remake di “Profondo Rosso”, tra synth e carillon che duellano a passo di valzer.
E poi c’è “My Drive”, uno splendido blues, strappato dalle proprie radici e scaraventato in una radiolina a transistor in pieno feedback.
Messi insieme i pezzi del puzzle appena descritto, “A Small Blue Car” rende manifeste velleità transculturali e interdisciplinari. Avanguardia, pop, arte pittorica, astrattismo sonoro e visivo diventano un unico linguaggio, alquanto instabile e volubile, per tal motivo fonte di piaceri altrove assenti.
Eamon The Destroyer è un alieno, un musicista capace di rendere accessibile un album musicalmente impervio e inafferrabile, un vero antidoto alla pur piacevole omologazione creativa contemporanea.
17/02/2022