Citando Dylan (“se qualcuno indossa una maschera, ti dirà la verità… se non la indossa, è altamente improbabile”), il ventottenne della Virginia, ormai di stanza a Seattle, si è ricordato della sua tendenza a essere ancora nervoso sul palco, quando gli occhi del pubblico gli sono addosso. Da qui, una scelta che appartiene sia alla sfera dell’intrattenimento che al desiderio di sentirsi più onesto possibile: se tutti guardano la maschera, allora sembra che tutti (Will compreso) guardino la stessa cosa. Con questi presupposti, è anche più facile comprendere il titolo del disco, orientato verso la necessità di arginare le speculazioni e rendere la porta meno aperta alle interpretazioni dall’esterno.
La nota prolungata nell’opener “Weighlifters” è il preludio a un sottobosco di incastri ritmici che si dispiega poco per volta giocando su elettricità à-la Talking Heads, nei quali Toledo sembra già farsi prendere dall’urgenza di comunicare il punto di vista di Trait (“I see the patterns in things/ I never knew this was a part of me/ A wolf sings in the choir/ I feel the tension/ I’m afraid it will break/ I should start lifting weights”). La successiva e già citata “Can’t Cool Me Down” ha il compito di delineare meglio i termini del nuovo corso: una scrittura sempre riconoscibile, chiaramente influenzata da uno spleen anni Novanta, ma desiderosa di aggirarsi per il mondo indossando abiti nuovi.
Non sta giocando a darsi una spolverata intellettuale, Will; il suo passo è scevro dalla coolness obbligata di Kevin Parker. Anche quando l’immaginario si rende più manifesto, come nei riferimenti Pavement e Beck-iani di “Hollywood” (che scontorna i compromessi ai quali ogni aspirante attore, nei primi tempi moralmente integro, deve cedere per entrare nel mondo dell’industria cinematografica) o nei bordoni ipnotici e frastagliati in chiave Wilco di “There Must Be More Than Blood”, Toledo riesce a cristallizzare i tratti distintivi del suo lessico, sempre in bilico tra quieto disagio e ironica veemenza; un invidiabile connubio che continua ad ammantare i suoi lavori fin dall’esordio per Matador.
“Making A Door Less Open” non è un semplice giocattolino con cui shakerare influenze nineties (commoventi quelle in “Life Worth Missing”) e sperimentazioni sintetiche (“Hymn – Remix”), ma un tentativo ambizioso di mettere da parte canoni strofa/ritornello (ai quali peraltro Toledo non è mai stato particolarmente avvezzo) e concedersi il lusso di uscire più allo scoperto artisticamente.
E Will non è più quello della cameretta, anche se per conoscerlo davvero è ancora fondamentale partire da lì, dal quel piccolo universo al riparo da sguardi indiscreti in cui tutto è possibile. “I turn the page/ Each pen mark leaves a trace/ Stars turn in place/ I still can see your face” (“Martin”) è il messaggio. E arriva anche da sotto la maschera.
04/05/2020