Il dolore nell’essere costantemente in esilio, la sofferenza della mancanza di un’identità culturale in cui riconoscersi: è questa la ragion d’essere della ricerca musicale e antropologica di Mariee Sioux. La cantautrice ha in parte ereditato dal padre la passione per la musica folk americana e il bluegrass, ma è durante un viaggio in Patagonia che è nata l’esigenza di riannodare i fili di una storia priva di molti capitoli fondamentali. Attraverso la forza terapeutica delle sette note, Mariee Sioux ha affrontato il complesso intreccio culturale legato alle origini polacche, ungheresi, messicane, purtroppo prive di una documentazione ufficiale, in parte a causa della noncuranza dei genitori.
Il passo successivo è stato quello di entrare nella comunità di nativi americani californiani dei Nisenan, una popolazione che, a dispetto della globalizzazione, preserva un’identità culturale incontaminata. A cornice di questo viaggio nella memoria, l’autrice ha scelto una struttura folk semplice, quasi effimera, fatta di pochi accordi appena necessari a sostenere piccoli racconti quotidiani. Con uno stile lirico in bilico tra astrazione e realtà, la cantautrice alterna toni morbidi a sonorità agrodolci senza eccessivi turbamenti emotivi, mettendo a punto, con la complicità di Kacey Johansing (cantautrice e fondatrice dell’etichetta Night Bloom), l’album più coeso della sua carriera.
Pochi accordi di fingerpicking tessono gran parte delle canzoni, mentre la voce angelica pesca nell’immaginario folk sia inglese che americano, aprendo le danze con una raffinata ballata (“Black Snake”) che cattura la grazia di Vashti Bunyan e Joan Baez. Mariee ha messo a frutto le nobili frequentazioni (Hope Sandoval, Joanna Newsom, Buffy Sainte-Marie e Bonnie “Prince” Billy): la varietà di “Grief In Exile” è stimolante, avvincente. Sono infatti particolarmente suggestive le atmosfere medievali della deliziosa ballata “Snow Knows White”; ancora più interessanti le intense trame di “Behind The Veil”, un brano dalle sonorità barocche che offre all’autrice la possibilità di mettere alla prova le buone doti interpretative, con acrobazie vocali che vanno dalla soavità della melodia all’incisività del ritmo.
E’ un mondo fatto di melodie limpide come l’acqua, quello di Mariee Sioux, apparentemente fragili eppur vigorose, confortate ora dal suono del violino (“Baby Wave”), ora da una complessità armonica che ricorda gli esordi di Kate Bush (“Grief In Exile”). Non sorprende il tono delicatamente tribale di “Never Known”, ed è affascinante il suono del mandolino che contraddistingue “Goose Song”, un brano che a tratti evoca il mai troppo celebrato Don McLean.
E’ comunque un album non del tutto convenzionale, il nuovo progetto di Mariee Sioux. Il tono carezzevole delle canzoni non è inoffensivo, “Grief In Exile“ non ha né le caratteristiche del bedroom-folk, né le prerogative della musica da sottofondo. Dietro questi dieci racconti in musica c’è più che un semplice insieme di accordi e parole.
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08/10/2019